un-tutto. Certo, crediamo che uno scrittore sia uno scrittore, punto e basta. Ma per un po' troviamoci insieme come donne, in modo da diventare politicamente forti, eticamente forti, un fenomeno sociale visibile e vitale; ci separeremo soltanto per un certo periodo, un periodo dedicato al rafforzamento e poi, quando potremo riunirci al mondo portando con noi potere e dignità, ci riuniremo e ci dichiareremo a favore dell'unità della specie umana. Questa condizione temporanea costituirà la nostra strategia di lotta contro la Società". Ecco qui la voce della "donna scrittrice". Ma è una voce erronea. Pensiamoci un attimo: nella vita intellettuale le nuove generazioni maturano ogni quattro o cinque anni. Per coloro che non erano presenti nel momento in cui questa strategia è stata attivata, essa non sembrerà affatto una strategia; sarà l'unica realtà. Gli scrittori scopriranno presto di essere nati in una di queste due categorie, "donne scrittrici" o "scrittori", e ci si aspetterà che tutti gli "scrittori" appartengano al sesso maschile - un 'atmosfera sociale e letteraria poco allettante, che il mondo ha già avuto occasione di conoscere. "La letteratura non può né dovrebbe occupare la vita di una donna": così il poeta laureato Robert Southey ammonì Charlotte Bronte. Ma era la prima metà dell'Ottocento. Sono passati soltanto vent'anni da quando il curatore di un' antologia di letteratura russa, parlando dell'influenza internazionale di uno scrittore sovietico, fece notare che "nel caso di certe dame-scrittrici inglesi, si può dire che abbia avuto un effetto certamente disastroso". Questo curatore però non ci parla di quei gentiluomini-scrittori inglesi che erano anche cattivi imitatori. Come questo, si potrebbero citare tantissimi altri esempi, ugualmente impeccabili nel generare quella forma di discredito che scaturisce inevitabilmente dalla segregazione. Il successo del femminismo ha messo alla corda visioni simili, ma la regressione si troverà la strada spianata quando il termine "scrittore", che è puro, non classificatorio, non polemico e non politicizzato, verrà nuovamente limitato a una metà degli scrittori esistenti. Non solo. Quella strategia si fonda sull'ipotesi temporanea di una non verità. Ci viene garantito che una volta cessata l'utilità della strategia, verrà riaffermata la condizione naturale del1'unità. Ma abbandonarsi alla menzogna, anche se per un solo istante, è pericoloso. Il cosiddetto temporaneo mostra un'inclinazione ineluttabile a trasformarsi in abitudine radicata. Ogni uomo politico sa che qualsiasi iniziativa politica "temporanea", per quanto spacciata come cura limitata, tende in realtà a restare scritta sul libro per sempre. Le strategie diventano istituzioni. Se le scrittrici promettono di organizzarsi come "donne scrittrici" soltanto "temporaneamente", di sottostare a una definizione deviante del loro ruolo soltanto per una convenienza limitata, è quasi certo che quella temporaneità diventerà uno status quo duraturo, e che la "convenienza" si trasformerà con un colpo di bacchetta magica in nuova verità. Peggio ancora. La credenza in una "nuova verità" quasi sempre si porta dietro un atteggiamento autoritario. La strategia di segregazione temporanea, perdendo via via l'aspetto di "temporaneità" e di "strategia", comincia anche a reclamare come sua una definizione piena (in realtà l'unica) del femminismo. La marginalità viene concepita sempre più spesso come obiettivo dominante, o addirittura qualità principe, del femminismo. Le donne vengono spinte sempre di più a pensarsi in termini tribali, quasi che anatomia e cultura fossero la stessa cosa. Le donne artiste si sentono sempre più obbligate a produrre una "arte delle donne", come se per le donne i milioni di altre possibilità, di preoccupazioni e di ossessioni si rivelassero inautentiche, false, o peggio ancora legate a un escapismo fuorviante. Ormai cono39 sciamo bene la presunzione di una "fotografia delle donne";3 chissà se nascerà un'entomologia delle donne, o un'astrofisica delle donne? Oppure le scienze, con il loro universalismo oggettivo, saranno le uniche a conservare la libertà della mente singola, slegata da classificazioni a priori? L'arte, se modellata o anche soltanto sfiorata dall'inflessibilità - aspettative locali o sociali, pressioni esterne, assiomi, presunzioni, sfumature politiche o qualsiasi altra classificazione aprioristica - contribuirà inevitabilmente al degrado della cultura. A volte la storia assegna a questa inflessibilità il nome di "dogma"; altre quello di "linea di partito"; altre, ahimè, quello di "verità". Il femminismo classico - cioè il femminismo originario che si pensava come universalizzazione della giustizia e delle aspirazioni, come espansione dall'uomo all'umanità - rifiutava l'anatomia non solo come destino, ma come forma di governo; rifiutava il concetto di "sensibilità femminile", considerandolo una calunnia ideata per impedire alle donne di accedere alle gioie, alle confusioni, ai risultati, alle oscurità e alle complessità dell'universo. Il femminismo classico veniva concepito come fine delle false barriere e dei falsi confini; come fine delle narrazioni e delle restrizioni segregazioniste; come fine della Grande Menzogna Multipla. Cos'era la Grande Menzogna Multipla? Essa veniva applicata a tutte le donne, in base al presupposto che ci fosse una "natura femminile" manifesta in ogni forma artistica prodotta da una donna. Per gli scrittori che si servono dell'immaginazione, questa affermazione era particolarmente limitante e corrosiva. Essa per esempio: l. presupponeva una psicologia e una emotività tipica delle donne. 2. presupponeva uno stile narrativo o poetico caratteristico delle donne, a loro connaturato. 3. presupponeva una serie di interessi naturalmente comuni a poetesse e a scrittrici di romanzi - l'amicizia femminile per esempio, la follia femminile, la maternità, l'amore e l'innamoramento, i conflitti domestici, i doveri, la religiosità ecc. 4. presupponeva una comunità sociale naturale, fondata sulla biologia e sulle caratteristiche riproduttive ("sorelle, sotto sotto"); non sull'intelletto, né sul temperamento, né sugli influssi o sulle esperienze in comune. 5. dava per scontata la differenza (rispetto alla scrittura "maschile") della poesia "delle donne" e dei romanzi "delle donne", a partire dal presupposto di una sensibilità specifica "della donna". 6. affermava che intelletto e immaginazione avevano una base puramente sessuale. Presupponeva che il sesso circoscrivesse dall'interno il campo d'azione dello scrittore, definendo e orientando materiale narrativo, prospettive e aspirazioni. Da tutto ciò emana una certa tristezza che ci è familiare: dopo tutto si tratta di vecchi, vecchissimi pregiudizi. La loro familiarità, in voci ostili verso le donne, è triste e certamente scontata; eppure adesso le voci che sostengono queste convinzioni sono, sempre di più, voci di donne. Con alterazioni minime (sostituite amore e innamoramento con sesso; sostituite conflitti domestici con scontri casa-e-carriera sostituite follia femminile con rabbia femminile; lasciate completamente da parte doveri e religiosità), queste idee costituiscono il credo letterario del nuovo femminismo. Aumentano gli scrittori, gli artisti e gli altri dominatori dell'immaginazione che si dichiarano liberati grazie a una coercizione volontaria. "Finora ho sbagliato," vi diranno, "cercavo di scrivere come un uomo. Poi ho cominciato a scrivere di me come figlia, come amante, come moglie, come madre,
RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==