Linea d'ombra - anno XIV - n. 115 - maggio 1996

34 na? Non si tratta di una domanda futile, poiché di tutto ciò che le è capitato, la letteratura serba qualche segno. La storia della letteratura esiste dal Diciannovesimo secolo in poi, dall'epoca del Romanticismo: in quel tempo, lo studio storico venne intrapreso come un compito patriottico. Si giunse a una meticolosa registrazione della letteratura nazionale, e spesso, anche se non sempre, l'orgoglio nazionale ha vietato ai cronisti di riconoscere che per interi periodi questa letteratura si svuota. Tali fiduciose rappresentazioni globali di qualcosa che non era un tutto bensì un'immagine ideale ottimistica e malamente puntellata, progettata dal pathos nazionale, hanno ancora per lungo tempo influenzato i nostri libri scolastici. E tale più o meno depravata scrittura storica della letteratura, ha recato frutti inaspettatamente imprevisti, ancora una volta, nella Germania del Ventesimo secolo. Allo stesso modo, all'inizio del secolo Diciannovesimo però, Goethe aveva trovato una formulazione che ha continuato ugualmente e con maggior fortuna ad agire. Vedo sempre più come la poesia rappresenti un bene comune del1'umanità e acquisti rilievo in tutti i tempi presso centinaia e centinaia di individui. L'uno la fa un po' meglio dell'altro e nuota un po' più a lungo dell'altro in superficie, questo è tutto. E ancora, a Eckermann: La letteratura nazionale non ha oggi molto significato, è giunta adesso l'epoca della letteratura universale, e ciascuno deve adoperarsi adesso per accelerare una tale epoca. Ma pur tenendo in alta considerazione l'elemento straniero, noi non dobbiamo restare inchiodati a qualcosa di particolare e a volerlo ritenere esemplare. Non dobbiamo pensare sia esemplare quello cinese, o quello serbo, oppure Calderòn, o i nibelunghi: ma necessitando di un modello, dobbiamo sempre rifarci ai greci antichi, nelle cui opere è sempre rappresentato l'individuo bello. Tutto il resto, dobbiamo considerarlo soltanto in quanto storico, impadronendoci nei limiti del possibile del buono che vi è contenuto. Per quanto eccellente possa tutt'oggi apparirci una tale formulazione - il vivo desiderio di qualcosa di esemplare e la motivazione di tale esemplarità nei greci, come pure l'esortazione a considerare tutto soltanto storicamente; una tale indicazione a trattare le letteratura appare tuttavia - come la maggior parte di quante ci sono pervenute - assai usurata dal tempo. Nel desiderio di far retrocedere a una origine l'esemplarità, si cela però quello di costruire qualcosa di ulteriore, una dismisura più che una misura, che pure malgrado ogni approssimazione è destinata a rimanere irraggiungibile. A noi, del resto, oggi non si addice accettare supinamente tali olimpiche proposizioni. Se esse, però, ci appaiono sotto una nuova luce di comprensione acquistano un posto nuovo ali' orizzonte. I greci di Goethe possono essere intesi come una cifra. Il mutamento delle prospettive, dei criteri, che fino alla fine del secolo Diciannovesimo procedeva ancora così lentamente ch'era possibile trovare il tempo di fare attenzione ai singoli, e tutti riuscivano ad avere efficacia, viene sostituito nel secolo Ventesimo da un'inquieta curva febbrile di criteri prima assolutamente impensata. Uno dei motivi è quello che Jacob Burckhardt, nelle Considerazioni sulla storia universale, constata in tale situazione: "Il destino della poesia contemporanea, in generale, è il suo consapevole rapporto storico-letterario con la poesia di tutti i tempi e popoli ..." Questo accidente dunque, che non poteva mancare e che ci viene dal secolo Diciannovesimo, ci ha - è vero - arricchiti più di altre generazioni precedenti, rendendoci tuttavia più labili e più minacciati, più indifesi contro ogni associazione. Infatti, non solo oggi ci è nota la poesia di tutti i popoli, fino a quella africana, ma abbiamo consapevolezza dell'esistenza di tutte le grammatiche, le poetiche, le retoriche, le estetiche, di tutte le possibilità normative e formali della poesia. Perché la consistenza fattuale della letteratura è accompagnata da teorie o è già essa stessa teoria, e al suo avere si contrappone un dovere che la orienta o vorrebbe orientarla, o che è scaturito da essa come sogno di un orientamento e talora la travalica al punto da danneggiarla o da non raggiungerla più. Tutti desideriamo dar prova di letteratura, oppure dar prova di qualcosa a suo mezzo. La filosofia, la psichiatria e ogni sorta di discipline le piombano inoltre addosso, ed essa è costretta a proporre leggi, condizioni, oppure rivelazioni, cui - a favore di tutti e di nessuno - oggi dà soddisfazione mentre domani poi le contraddice. Gli storici della letteratura - a questo ci siamo ormai quasi abituati - la smembrano in parti cronologiche, conferendole i colori di antichità, medioevo ed epoca moderna. La critica letteraria e la scienza filosofico-letteraria la illuminano di problemi metafisici ed etici. Ma la scienza letteraria si è appoggiata anche ad altro: alla sociologia, alla psicoanalisi e alla storia dell'arte; di tali proporzioni sono i margini d'azione. Essa la indaga per periodi stilistici; ne azzarda un'intuizione dell'essenza o ne spera un profitto esistenziale. E poiché per attraversare un labirinto simile mancano a uno scrittore troppe nozioni dettagliate, consentano che io cerchi l'ausilio di qualcuno, di uno dei nostri grandi scienziati. Ernst Robert Curtius scrive, nella prefazione al suo libro Letteratura europea e medioevo latino, sulla moderna scienza letteraria e taluni dei suoi indirizzi: Essa vuol essere "storia dello spirito". L'indirizzo che s'appoggia alla storia dell'arte opera col principio altamente discutibile della "chiarificazione vicendevole delle arti" e genera, in tal modo, una dilettantesca confusione di cose e fatti. Passa in seguito a trasporre sulla letteratura la suddivisione in periodi della storia dell'arte secondo gli stili, che si succedono l'uno all'altro. Così si ottengono Romanticismo gotico, Rinascenza, Barocco letterari ecc., fino all'Impressionismo e all'Espressionismo. Ogni periodo stilistico viene poi munito, a mezzo di una particolare "visione intuitiva", di una "essenza" e popolato d'una "personalità" specifica. L'"uomo gotico" (a cui Huizinga ha aggiunto un camerata "pregotico") è diventato il più popolare, tuttavia l'"uomo barocco" non dovrebbe essergli molto inferiore. Circa l'essenza del Gotico, del Barocco ecc. esistono ponderosi pareri, che naturalmente in parte si contraddicono. Shakespeare appartiene alla Rinascenza o al Barocco? Baudelaire è impressionista, George espressionista? Su tali problemi si spreca molta energia mentale. Ai periodi stilistici si aggiungono i "concetti-base" (Grundbegriffe) della storia dell'arte di Wolfflin. Qui abbiamo la forma "aperta" e la forma "chiusa". Forse che il Faust di Goethe è aperto, e quello di Valery chiuso? Domanda inquietante: esiste fors'anche, come Karl Joel con molto spirito e doviziosa visione storica ha cercato di mostrare, una sequenza regolare di secoli "vincolanti" e "risolutivi" (ciascuno provvisto di una propria 'spiritualità secolare')? In epoca moderna i setoli pari sono "risolutivi" (il Quattordicesimo, il Sedicesimo, il Diciassettesimo; a quanto pare anche il Ventesimo), quelli dispari 'vincolanti' (il Tredicesimo, il Quindicesimo, il Diciottesimo, il Diciannovesimo) e così via ad infinitum. E Curtius prosegue: La scienza letteraria moderna - cioè a dire degli ultimi cinquant' anni - è un fantasma. Non so se oggi ancora, a quindici anni di distanza, loro si trovino come studenti nella medesima situazione, spero di no: ma l'ottimismo nel rapporto con la letteratura non sembra più essere fecondo, perché nemmeno la scrittura storico-letteraria è statari-

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