Il fiorire dei sogni LETTERATURCAOME UTOPIA Ingeborg Bachmann Traduzione di Maria TeresaMandatari Con questa conferenza, pronunziata nell'aprile 1960 alla GoetheUniversitèit di Francoforte s.M., la scrittrice austriaca lngeborg Bachmann (Klagenfurt 1926 -Roma 1973) la cui produzione di liriche, romanzi e racconti è ormai quasi interamente accessibile al lettore italiano, concludeva il ciclo di lezioni alla nuova cattedra di Poetica, da allora sempre fì·equentatissima da parte di scrittori e poeti tedeschi. Un titolo è - per sua dichiarazione - desunto dai diari del connazionale e concittadino Robert Musi/, a cui personalmente, come indirizzo e tematica, la Bachmann molto deve e intensamente ha guardato nella sua attività e produzione. Il piglio estremamente combattivo, il tono provocatorio e di ampio respiro rivelano ancora una volta le caratteristiche specifiche di questa scrittrice, tra le voci poetiche di lingua tedesca una delle più amate e note in Italia negli ultimi decenni. Al di là di talune ovvietà e forzature polemiche, si manifesta in particolare il temperamento fortemente speculativo di questa discepola di Heidegger e di Wittgenstein; anche si nota, in un testo dichiarativo di ventisette anni fa, non solo l'aderenza ai problemi critico letterari del tempo ma la volontà cl' incrementare e indirizzare quei fermenti e temi che, soprattutto col piccolo, densissimo corpus di liriche degli anni Cinquanta (Il tempo dilazionato, 1953, e Invocazione all'Orsa Maggiore, 1956), la Bachmannfin dagli inizi aveva gettato sul tappeto e che sono da considerare l'apporto più valido in assoluto della sua attività di scrittrice tedesco-occidentale. Di lngeborg Bachmann sono disponibili in italiano il radiodramma Il buon Dio di Manhattan (Il Saggiatore /961), i racconti Il trentesimo anno (Feltrinelli 1962 e Adelphi 1985), i racconti Tre sentieri per il lago (Adelphi 1980) il saggio Luogo eventuale (1981) il romanzo Malina (Adelphi 1973 e 1987) e le Poesie (Guancia 1978 e 1987). (M.T.M.) Signore e signori, non è trascorso molto tempo da quando io stessa stavo seduta in un 'aula sopra una panca, certo non per ascoltare discorsi sulla letteratura - e quel poco che incidentalmente a tratti ne udivo, non ha fatto che accrescere in quel tempo la mia ripugnanza: in un tempo, si badi, in cui lo scrivere, per una persona giovane che scrive e che non vuol fare altro che scrivere, stava già da un pezzo al centro d'ogni pensiero e speranza. L'avversione contro la letteratura, quale è trattata dalla scienza, sarà magari stata una stoltezza fra le altre. Che però lo studio della letteratura non sia necessario e risulti irrilevante per uno scrittore, loro già lo sanno, e sanno pure che commercianti e vagabondi, medici ed ergastolani, ingegneri, dandy, giornalisti, anzi finanche professori, sono in essa pervenuti a una certa considerazione. Sempre questa infausta parola "letteratura", questa designazione dalla larga disponibilità, per una faccenda apparentemente limpida, non solo rigirata e adoperata dalla scienza ma valida anche per gli scrittori e fra le più importanti, pur se talvolta accadrà che la usino spavaldamente a modo loro. Sicuro è il fatto che il non venire annoverati come facenti parte della letteratura, o non esserlo più un giorno, è per lo scrittore un'idea tremenda, pari a una condanna a morte. Senza confessarlo, egli si adopera incessantemente di appartenere alla categoria "letteratura", e quand'anche non gli venga data mai notizia se gli sarà consenti31 to di durare in tale concessione - egli lo spera tuttavia, né rinuncia mai a una tale speranza. Che cosa s'intenda con questa parola-chiave, quali siano le sue aperture, su quale regno spalanchi la nostra visuale, su questo - penso proprio - bisognerebbe intendersi. Si sa bene che cosa sia, la letteratura tedesca ad esempio o quella europea, e la letteratura universale. Per un momento, cerchiamo di prescindere dal fatto che nei paesi tedeschi si è inclini a usare i termini "letteratura" e "letterario" come concetti spregevoli e circoscritti o persino come insulti (con il termine "letterato" il deprezzamento è davvero quasi riuscito!), e dal fatto che qui da noi si dica: Questo non è che letteratura! Ma questo è letterario! Qui, si ama di più il "poetico", il "creativo", "poesia" e "creazione"; ma poiché a sua volta l'uso di tali termini viene incentivato da impulsi tanto scadenti, preferirei lasciarlo da parte e arroccarmi invece sul termine letteratura in quanto designazione di una cosa. Ma di quale cosa? - Forse che la letteratura è la somma di tutte le opere e per giunta la somma di tutti coloro che tali opere hanno lasciato? Di quali opere? - Soltanto di quelle eccellenti? Giudicate eccellenti da chi? Di quali personalità? Solo di quelle le cui opere si siano conservate, e conservate per chi? E quello e colui ch'è entrato nella letteratura, vi si trova in modo inamovibile? Questo tesoro, questa cosiddetta riserva di eterna poesia, che la storia della letteratura custodisce e amministra con tanto zelo, è poi degna di tale pietà e di tale ininterrotto incanto? Questi lingotti d'oro dello spirito umano sono poi tutti autentici, non se ne annerisce mai qualcuno e non avviene che taluno a volte acquisti un suono un po' vuoto? E ciò ch'è d'oro, non è sottoposto alle più incredibili oscillazioni valutarie? - I loro insegnanti potranno raccontar loro meglio quante volte Goethe, quante volte Schiller siano stati detronizzati, quali crolli abbiano subito i romantici, i naturalisti, i simbolisti. Quante volte un autore è stato disprezzato, poi di nuovo celebrato, dimenticato e poi di nuovo risuscitato - quali opere dei "maestri" sono state smisuratamente lodate oppure trascurate oltre misura. E noi stessi, noi ci troviamo proprio al centro del processo: noi disprezziamo, conferiamo nuovo valore, trattiamo la letteratura da un lato come una faccenda immutabile e al contempo la manipoliamo fino al punto da renderla simile a un ideale. Una catena d'indizi, peraltro, si pronunzia in favore dell 'esistenza della letteratura. Prendiamo un po', ad esempio, quella tedesca - ma ecco che già c'impuntiamo, quantunque in ogni manuale stia scritto: dalle formule magiche di Merseburg fino - già, fino a che cosa? Ci impuntiamo perché sentiamo anche dire che noi, a guardar bene, non possediamo una letteratura, non una letteratura continuativa, essa vien detta priva di tradizione e sembra sia la meno adatta per l'osservazione e la percezione di ciò che s'intende per letteratura. Se la si paragona a quella francese, a quella inglese, comunque. In ciò molto vi è di giusto, finché non si abbandoni il comune modo di pensare. Ma ove ci si ponga a una diversa distanza, non è più possibile riconoscere perché quella francese o qualsiasi altra letteratura debba corrispondere a ciò che s'intende per letteratura. Infatti, che cosa s'intende per letteratura? E un'immagine ideale che ci si va aggiustando e assestando, in cui si lasciano sussistere dei fatti e se ne espungono altri. Guardiamoci un po' intorno, oggi, tra le opinioni, le definizioni. Vi si possono fare esperienze singolari ogni giorno, discorrendo con amici ad esempio. In un discorso sulla pittura, diciamo, potranno udire i nomi di Giotto, Kandinsky, Pollock, ma in quel medesimo discorso ci si guarderà bene dal nominare con
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