Linea d'ombra - anno XIV - n. 115 - maggio 1996

28 ro situazione, rimane una sfida, in particolare nei confronti di coloro che dissentono dalla loro attività pur condividendo con essi la politica di opposizione alla repressione. Non c'è autorità morale pari a quella che conferisce il sacrificio. In Sudafrica la torre d'avorio viene sgretolata ogni volta che la casa di un nero è demolita per far posto alla casa di un bianco. Eppure ci sono posizioni intermedie fra la torre d'avorio sgretolata e il carcere di massima sicurezza. Colui che vede la propria responsabilità nell'essere "solo uno scrittore" deve sempre decidere se ciò significa che egli può compiere il suo gesto essenziale verso la società solo confezionando e riducendo la sua creatività alle dimensioni di un realismo sociale che coloro che lo libereranno dalla sua situazione hanno il potere di chiedergli, o se può essere in grado di farlo, con un'opera che il liberal occidentale George Steiner definisce, nella sua recensione del libro Squartamento di E.M. Cioran, "scrupolosamente argomentata, non declamata ... informata, in ogni nodo e articolazione propositivi, a un giusto senso della natura complessa e contraddittoria dell'evidenza storica". Il grande mentore degli scrittori rivoluzionari russi del Diciannovesimo secolo, Belinskij, avverte: "Non preoccuparti dell'incarnarsi delle idee. Se sei un poeta, le tue opere le conterranno a tua insaputa - saranno morali e nazionali al tempo stesso se seguirai liberamente la tua ispirazione". Octavio Paz, parlando dal Messico dei bisogni del Terzo mondo, scorge una fondamentale funzione di critico sociale per lo scrittore che è "solo uno scrittore". E una responsabilità che risale alla fonte: il corpus della lingua da cui ha origine lo scrittore. "La critica sociale comincia con la grammatica e col ripristino dei significati" .4 Fu questa la responsabilità che si assunsero, nell'era postnazista, Heinrich Bi::ille Gi.interGrass, e che attualmente viene assolta dagli scrittori sudafricani, bianchi e neri, quando essi mettono a nudo il vero significato del lessico di eufemismi razzisti del governo sudafricano, termini come "sviluppo separato", "reinsediamento", "stati nazionali" e la grammatica di una legislazione razzista, con camere segregate per i bianchi, i cosiddetti coloureds e gli indiani, e nessuna rappresentanza di alcun genere per la maggioranza dei sudafricani, quelli classificati come neri. Se lo scrittore accoglie la richiesta di realismo sociale che gli perviene dall'esterno, distorcerà, paradossalmente, proprio la sua capacità di contribuire alla creazione di una nuova società? Se accetta l'altra responsabilità, autoimposta, in quale misura potrà incidere nelle necessità immediate della sua società? Gli affamati troveranno una rivelazione nelle idee espresse nelle sue opere "a sua insaputa"? L'unica certezza, nel Sudafrica visto come specifica situazione storica, è che non c'è modo di sottrarsi a una di queste due scelte. All'esterno c'è una cultura in sterile declino, le cui realizzazioni culminano nelle file di lavandini stagnati installati nel veldt per la gente "reinsediata" con la forza. Bianco o nero che uno scrittore sia, in Sudafrica il gesto essenziale con cui egli entra nella fratellanza degli uomini - che è la sola definizione della società che abbia validità permanente - è un gesto rivoluzionario. "Dio ha mai espresso un'opinione? ... Credo che la grande arte sia impersonale ... non voglio né amore né odio, né pietà né collera. L'imparzialità della descrizione salirebbe allora al livello della maestà della legge". (Flaubert). Passò quasi un secolo prima che gli scrittori del noveau roman tentassero di assurgere a questo genere di maestà, attingendo da un altro mezzo espressivo il modello della natura morta. L'opera aspirava a essere l'oggetto-in-sé, benché composto di elementi - parole, immagini - che non si possono mai sollevare al di sopra della "parzialità" di innumerevoli connotazioni. Gli scrittori si allontanarono il più possibile dalle esigenze della società. Ci avevano messo tanto impegno che la loro visione rimase fissata sul segno tracciato sulla parete da Virginia Woolf - e come fine, non come inizio. Eppure sembra che questo antimovimento sia stato, dopotutto, una variante negativa di una sorta di responsabilità sociale che alcuni scrittori hanno assunto per lo meno dall'inizio del moderno movimento: trasformare il mondo mediante lo stile. Questa era ed è una via che non può valere quella del gesto essenziale dello scrittore in paesi come il Sudafrica e il Nicaragua, ma ha avuto le sue possibilità e a volte dimostra la sua validità laddove la compiacenza, l'indifferenza, l'accidia, e non il conflitto, minacciano lo spirito umano. Trasformare il mondo mediante lo stile fu il gesto essenziale iconoclasta sperimentato dai simbolisti e dai dadaisti, ma la trasformazione sociale (nel foggiare una nuova consapevolezza) cui essi poterono contribuire spezzando le vecchie forme, quale che fosse, fu orribilmente obliterata da mezzi differenti: l'Europa, l'Estremo, il Medio e il Vicino Oriente, l'Asia, l'America Latina e l'Africa sconvolti dalle guerre; milioni di esseri umani ridotti a vagabondare, privi perfino di un tetto. I successori dei simbolisti e dei dadaisti, in quella che Susan Sontag definisce "la rivoluzione culturale che rifiuta di essere politica", hanno nelle loro file i loro "avventurieri spirituali, paria sociali decisi a sradicarsi ... non per essere moralmente utili alla comunità" - il gesto essenziale rifiutato da Céline e da Kerouac.5 La responsabilità si spinge tuttavia fino al manifesto, e vanta i "veggenti" di questa rivoluzione. Attraverso una trasformazione per opera dello stile - la parola laconica spersonalizzata quasi al punto di diventare Verbo - Samuel Beckett assume come proprio gesto essenziale una responsabilità volta al destino umano e non a una qualsiasi cellula locale di umanità. Questa è una presunzione da messaggero degli dei piuttosto che da lavoratore della cultura. E uno sradicarsi da ciò che è temporale, ma anche una enunciazione definitiva reclamata dal temporale. Beckett è lo scrittore più libero del mondo o è il più responsabile di tutti? Anche Kafka era un veggente, uno che cercava di trasformare la coscienza mediante lo stile e che rivolgeva il suo gesto essenziale al destino umano piuttosto che alla zolla d'Europa di quel destino cui egli apparteneva. Ma non era consapevole del suo disperato segnale. Riteneva che quello di scrivere fosse un atto di distacco che trasferiva gli scrittori "con tutto ciò che possediamo, sulla luna". 6 Non si rendeva conto della spaventosamente impersonale, apocalittica, profetica natura della sua visione dell'anticamera che, nella sua casa di Praga, dava accesso alla camera da letto dei genitori. Beckett, invece, aveva ricevuto un segnale e aveva consapevolmente risposto. La convocazione veniva dal suo tempo. Il luogo in cui si trova - non Varsavia, San Salvador, Soweto - non ha niente di specifico da chiedergli. E, a differenza di Joyce, dovunque scelga di vivere egli non può mai essere in esilio perché ha scelto di essere responsabile verso la condizione umana del Ventesimo secolo, che ha la sua arena dappertutto o in nessun luogo, quale che sia il modo di guardare a Vladimir, Estragon, Pozzo e Lucky. Gli scrittori che accettano, come responsabilità professionale, la trasformazione della società sono sempre alla ricerca di modi per trasformare le loro società in maniere a loro stessi inimmaginabili, e tanto meno esigibili: chiedono a se stessi mezzi che, penetrando come una trivella, facciano scaturire il getto primordiale della creatività, inondando i censori, rimuovendo dai regolamenti la pornografia di leggi razziste e sessiste, spazzando via le diversità religiose, estinguendo le bombe al napalm e i lanciafiamme, ripulendo l'inquinamento dalla terra, dal mare

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