Linea d'ombra - anno XIV - n. 115 - maggio 1996

conosce dall'interno della sua situazione - il suo paese sotto la repressione - finché il divieto di pubblicazione dei suoi libri lo spoglia del suo "gesto essenziale", quello appunto di essere scrittore. Come uno dei suoi personaggi, per vivere egli deve lavare finestre o vendere biglietti al botteghino di un cinema. E questo, ironicamente, ciò che significherebbe per lui essere "più che uno scrittore" se avesse scelto di restare nel suo paese: una sorte che non mi sembra che Camus abbia preso in considerazione. Ci sono sudafricani che si sono trovati nella stessa situazione - per esempio il poeta Don Mattera, al quale per sette anni è stato impedito di scrivere, pubblicare e perfino leggere in pubblico le sue opere. Ma in un paese dove la maggioranza è totalmente oppressa, come il Sudafrica, e dove nondimeno la letteratura è oppressa solo per metà perché gran parte della maggioranza nera viene mantenuta in uno stato di semianalfabetismo e non può essere influenzata dai libri, per uno scrittore c'è soltanto la possibilità di essere "solo" scrittore in termini di attività, eppure "più che uno scrittore" nel soddisfare le esigenze della sua società. Per lui è stata escogitata una classificazione onorevole. In quanto "lavoratore della cultura" nella lotta di razza e di classe può essere considerato un militante, anche se non dimostra in piazza sfidando i gas lacrimogeni e le pallottole. In questo contesto, molto prima che il termine "lavoratore della cultura" fosse attinto dal lessico di altre rivoluzioni, gli scrittori neri dovettero accettare la responsabilità sociale che i loro colleghi bianchi non avevano: quella di essere i soli storici degli eventi fra la loro gente. H.I.E. Dhlomo, Solomon T. Plaaje e Thomas Mofolo hanno creato personaggi che davano vita e custodivano per il futuro avvenimenti che gli storici bianchi non avevano registrato o avevano registrato solo dal punto di vista della conquista bianca.2 Da questo punto di partenza è venuta una logica intensificazione delle esigenze di responsabilità sociale, via via che col susseguirsi dei decenni le discriminazioni e l'oppressione si concretavano in leggi e istituzioni, e la resistenza diventava lotta di liberazione. Questo processo giunse al culmine durante l'insurrezione nera del I976, chiamando a raccolta poeti e prosatori in un turbinare di eventi non ancora studiati o esplorati a fondo dagli scrittori. L'insurrezione cominciò come rivolta dei giovani e dette agli scrittori una nuova consapevolezza - audace, incantatoria, medianicamente spericolata. Pose loro, inoltre, nuove richieste nel gesto essenziale che li legava a un popolo che si levava in piedi prima dell'alba - venature di libertà e minaccia di morte. Le emozioni personali erano inevitabilmente messe al bando da attivisti politici che non avevano tempo per esse; agli scrittori neri si chiedeva di dimostrare la loro negritudine come condizione rivoluzionaria conformandosi nelle loro opere a un'ortodossia non scritta d'interpretazione e di rappresentazione. Metto l'accento su "non scritta" perché non c'era una Unione degli scrittori da cui si potesse essere espulsi. Ma c'era un confluire di leader politici, intellettuali e giovani di nuovo tipo, alacri e attivi tanto da spodestare gli altri con la loro audacia fisica e mentale, pronti a censurare un libro di versi o un'opera in prosa se venivano giudicati irrilevanti per la creazione formale dell'immagine di un popolo che era anonimamente, spesso spontaneamente eroico. Certi scrittori neri miei amici hanno sostenuto che questa "imposizione" dell'ortodossia è un'interpretazione dei bianchi; che l'impulso a escludere la lanterna della verità artistica che rivela i valori umani attraverso le ambiguità umane e vede solo nella fiamma che si leva dalle automobili incendiate i tratti forti e calcati che delineano gli eroi veniva dal di dentro. Per conquistare la sua libertà lo scrittore deve rinunciare alla sua libertà. Che l'impulso venisse dall'interno, dall'esterno o da entrambe le 27 parti, per lo scrittore nero sudafricano divenne un imperativo categorico tentare quella via di salvezza. E tale rimane; ma negli anni Ottanta molti scrittori neri di valore sono entrati in conflitto con la richiesta dall'esterno - la responsabilità come ortodossia - e hanno cominciato a far valere il diritto a una propria rappresentazione interiore del gesto essenziale per cui sono parte della lotta dei neri.3 La responsabilità rivoluzionaria dello scrittore può essere da lui enunciata come la scoperta, nelle proprie parole, dello spirito rivoluzionario che assicura per il presente e per il futuro postrivoluzionario - la salvezza di quella nobiltà che gli uomini e le donne normali possono trovare soltanto fra i loro dubbi, le loro colpevolezze, i loro difetti: il loro coraggio-nonostante-tutto. Verso chi sono responsabili gli scrittori sudafricani se non lo sono per la situazione storica ed esistenziale dei neri, e se sono alienati dalla situazione loro propria, la situazione storica ed esistenziale dei bianchi? Solo una parte dei neri ha richieste da porre agli scrittori bianchi - quell'allineamento con i radicali neri che garantisce integrità ai bianchi che si dichiarano a favore della lotta dei neri per la libertà. Appartenere a questo gruppo di scrittori significa in primo luogo vedersi assegnare una responsabilità politica, se non una vera e propria ortodossia: il compito dello scrittore bianco come "lavoratore della cultura" è di elevare la coscienza dei bianchi che, a differenza di lui, non si sonorisvegliati. È una responsabilità al tempo stesso minore, rispetto a quella di compositore di inni di lotta assegnata allo scrittore nero, e gravosa se si confrontano gli onori e le calde accoglienze che i neri tributano allo scrittore nero e la taccia di traditore o nel migliore dei casi, il gelo dell'indifferenza cui lo scrittore bianco è esposto da parte dell 'establishment bianco. Per una fo1tunata ironia, tuttavia, è una responsabilità che lo scrittore bianco ha già assunto su di sé se l'altra responsabilità - quella verso la sua integrità creativa - lo induce allo scrupolo di scrivere quella che egli sa essere la verità, che ai bianchi piaccia udirla o no, perché la maggioranza dei suoi lettori è bianca. Egli esercita una certa influenza sui bianchi, benché non sul governo dominato dai bianchi; può influenzare quegli individui che già confusamente riacquistano coscienza dopo l'abbaglio del potere, e quelli che acquistano coraggio leggendo l'aperta espressione della loro ribellione repressa. Dubito che lo scrittore bianco, anche trattando gli stessi temi dei neri, si renda socialmente molto utile ispirando coraggio ai neri, e dubito che di questo ci sia bisogno. Condividere la vita dei ghetti neri è il primo requisito che manca allo scrittore bianco nella misura in cui vale quella visione populista. Ma gli scrittori neri condividono coi bianchi lo stesso genere di influenza sui bianchi che li leggono, e così categorie che lo stato vorrebbe tenere separate si mescolano grazie alla letteratura - un imprevisto "gesto essenziale" di scrittori consapevoli della loro responsabilità sociale in un paese diviso. Lo scrittore bianco che ha dichiarato la propria responsabilità verso il popolo oppresso non è tenuto a essere, da questo popolo, "più che uno scrittore", perché non si scorge nella sua posizione storica un fattore che lo renda essenziale per la lotta dei neri. Alcuni scrittori hanno però contestato questa definizione accollandosi esattamente le stesse responsabilità rivoluzionarie di scrittori neri come Alex la Guma, Dennis Brutus e Mongane Serote, i quali non fanno distinzione tra i compiti dell'attività clandestina e lo scrivere racconti o poesie. Come Brutus, gli scrittori bianchi Breyten Breytenbach e Jeremy Cronin sono stati processati e imprigionati per aver riconosciuto e accettato la necessità di essere "più che uno scrittore". La loro interpretazione della responsabilità di uno scrittore, nel loro paese e nella lo-

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