Linea d'ombra - anno XIV - n. 115 - maggio 1996

26 palpebre abbassate le responsabilità che, nel nostro tempo, così insistentemente insidiano gli scrittori. Che diritto ha la società di accollare la responsabilità agli scrittori, e che diritto hanno gli scrittori di opporre resistenza? Voglio esaminare non ciò che ci viene proibito dalla censura - lo so anche troppo bene - bensì ciò che ci viene richiesto. Voglio prendere in esame ciò che la dinamica della coscienza collettiva si aspetta da noi e la volontà di essere liberi in vari luoghi e circostanze: e se sia il caso, da parte nostra, di rispondere positivamente e, se così deve essere, come lo si può fare. "Nel momento stesso in cui cesserò di essere qualcosa di più di uno scrittore, smetterò di scrivere". È stato uno dei grandi del nostro tempo, Camus, a dire questo. Come scrittore aveva accettato, almeno in teoria, la base dell'esigenza più estrema e più pressante del nostro tempo. La torre d'avorio era stata finalmente assalita, e lo scrittore, lungi dall'emergere con una bandiera bianca, ne era uscito con un manifesto spiegato e le braccia pronte ad allacciarsi con quelle del popolo. E questa unione non era fatta solo perché lo scrittore fungesse da storiografo; il valore maggiore, come noterete, veniva attribuito a ciò che stava al di là dello "scrittore": essere solo uno scrittore significava porre fine alla giustificazione dell'esistenza stessa dello scrittore. Sebbene l'aforisma, nella sua eleganza tipicamente francese, dia l'impressione di fissare in forma conclusiva tutti i suoi possibili significati, in effetti non lo fa. La decisione di Camus è al tempo stesso oscura e rivelata. Non si è semplicemente limitato a raffrontare il suo valore esistenziale di scrittore e il suo valore di altre funzioni come uomo tra gli uomini, per decidere poi in favore dell'uomo; la scala di valori è stata stabilita da un'esigenza al di fuori di lui, dalla situazione del mondo in cui viveva. Camus ha, di fatto, accettato queste condizioni, che stabilivano come la responsabilità maggiore fosse verso la società e non verso l'arte. La situazione in cui Camus è nato, prima ancora di essere proiettata in una guerra mondiale, era quella di uno scrittore immerso nel conflitto della decolonizzazione del mondo occidentale - la questione morale della razza e del potere che, insieme alla scoperta di quello che è il potere ultimo e satanico dell'auto-annullamento umano, sarà l'elemento che caratterizzerà il ventesimo secolo. Ma le esigenze che questo imponeva su di lui e l'imperativo morale da esso nati sono quelli di uno scrittore che vive tra gente - o tra quegli strati della gente contraddistinti dalla razza, dal colore o dalla religione - che è oggetto di discriminazione o di repressione. Che lo scrittore stesso materialmente appartenga o no agli oppressi rende solo più o meno "naturale" la sua responsabilità extraletteraria, ma non altera sensibilmente il problema di conflitto d'integrità. La lealtà è un'emozione; l'integrità è una convinzione alla quale si giunge grazie ai valori morali. Per cui non parlerò qui di lealtà ma di integrità, ben sapendo che il diritto della società di esigere qualcosa dallo scrittore è pari ali' impegno che lo scrittore ha verso la sua visione artistica. Il conflitto è tra le richieste della società e il modo in cui a esse si dovrebbe rispondere. In questo conflitto, il momento più vicino a una riconciliazione è stato raggiunto, a mio avviso, da alcuni scrittori neri del mio paese, il Sudafrica. Non si può certamente affermare che si sia verificato nei due massimi scrittori africani al di fuori del Sudafrica, Chinua Achebe e Wole Soyinka. Entrambi sono diventati "qualcosa di più di scrittori" di fronte alla guerra civile del loro paese - la Nigeria - ma questa esigenza non ha assolutamente sviluppato la loro creatività. Al contrario, in entrambi la forza creativa è stata sacrificata per qualche anno alle esigenze dell 'attivismo, che nel caso di Soyinka hanno comportato l'imprigionamento. Lo stesso si può dire a proposito di Ernesto Cardenal. Ma è per il fatto d'essere "più che uno scrittore" che molti neri e nere del Sudafrica cominciano a scrivere. Tutti gli ostacoli e i motivi di diffidenza - mancanza d'istruzione, di una tradizione di espressione letteraria, perfino la possibilità di assumere l'abitudine quotidiana della lettura, da cui scaturiscono le doti di uno scrittore - vengono rimossi dall'imperiosa necessità di dare espressione a una maggioranza non silenziosa, ma che non ha fruito dell'eloquenza di una parola scritta che testimoniasse le sue iniziative, la sua fierezza e le sue pur mutevoli collere contro la sofferenza. Per questi scrittori non c'è conflitto fra esigenze interiori ed esigenze esterne. Per il fatto stesso di scrivere sono nello stesso tempo attivisti politici in senso concreto: insegnano, fanno proseliti, organizzano. Quando sono incarcerati senza processo, può darsi che questo avvenga per ciò che hanno scritto, ma quando vengono processati e giudicati colpevoli di reati d'opinione, ciò si deve a ciò che hanno fatto in quanto "più che scrittori". "Africa, mio inizio ... Africa, mia fine" - queste parole del poema epico scritto da Ngoapele Madingoane rispecchiano questa sintesi di creatività e responsabilità sociale: ciò che sprona l'autore, e il modo in cui lo sprona, sono tutt'uno con le esigenze della sua società. Avulso da queste esigenze, Madingoane non sarebbe un poeta. Nel suo saggio L'arte è necessaria? il filosofo marxista Ernst Fischer precorre la mia interpretazione di questa sintesi affermando che "l'artista che apparteneva a una società coerente [qui si legga: il Sudafrica prima della conquista bianca] e a una classe che non era ancora un ostacolo al progresso [qui si legga: una classe non ancora contagiata dalle aspirazioni della borghesia bianca] non sentiva sminuita la sua libertà creativa se gli veniva prescritta una certa gamma di soggetti, perché questi soggetti erano imposti solitamente da tendenze e tradizioni profondamente radicate nel popolo". Va da sé che un'affe1mazione del genere può fornire a un governo un sinistro pretesto per invocare certe tendenze e tradizioni a sostegno del suo proposito di proscrivere i temi congeniali agli scrittori; se però la si applica agli scrittori neri del Sudafrica, la storia testimonia della sua verità. Per più di trecento anni la tendenza e la tradizione degli scrittori neri del Sudafrica è stata di affrancarsi dalla dominazione dei bianchi. L'arte è dalla parte degli oppressi. Si rifletta bene prima di rabbrividire all'enunciazione di questo semplicistico principio e alla sua definizione eretica della libertà artistica. Infatti, se l'arte è libertà spirituale, come può esistere negli oppressori? Del fatto che cessi di esistere ci sono prove. Quale scrittore di qualsiasi valore letterario difende il fascismo, il totalitarismo, il razzismo in un tempo in cui questi mali sono ancora pandemici? Ezra Pound è morto. In Polonia, dove sono i poeti che cantano l'epopea di coloro che hanno schiacciato Solidamosc? In Sudafrica, dove sono gli scrittori che producono brillanti apologie dell'apartheid? Rimane difficile recidere il legame fra coloro per i quali scrivere è un'attività rivoluzionaria, non diversa e anzi concomitante con la direzione di un sindacato con precisi orientamenti politici o con la fabbricazione di un passaporto falso per un compagno di fede in fuga, e coloro che interpretano la richiesta, loro rivolta dalla società di essere "più che uno scrittore" come un obiettivo che si possa ancora conseguire per la natura stessa della loro attività di scrittori. La possibilità che questa richiesta possa essere soddisfatta dallo scrivere in sé dipende dalla società nell'ambito della quale lo scrittore opera. Anche il fatto di scrivere e "solo" scrivere può significare "essere più che uno scrittore" per uno come Milan Kundera, il quale continua a scrivere ciò che vede e

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