ElsaMorantenel 1974. FotoLuisaDi Gaetano. mia lunga esperienza e il mio lungo lavoro, almeno una cosa: una ovvia, elementare definizione dell'arte (o poesia, che per me vanno intese come sinonimi). Eccola: l'arte è il contrario della disintegrazione. E perché? Ma semplicemente perché la ragione propria dell'arte, la sua giustificazione, il solo suo motivo di presenza e sopravvivenza, o, se si preferisce, la sua funzione, è appunto questa: di impedire la disintegrazione della coscienza umana, nel suo quotidiano, e logorante, e alienante uso col mondo; di restituirle di continuo, nella confusione irreale, e frammentaria, e usata, dei rapporti estemj, l'integrità del reale, o in una parola, la realtà (ma attenzione ai truffatori, che presentano, sotto questa marca di realtà, delle falsificazioni artificiali e deperibili). La realtà è perennemente viva, accesa, attuale. Non si può avariare, né distruggere, 19 e non decade. Nella realtà, la morte non è che un altro movimento della vita. Integra, la realtà è l'integrità stessa: nel suo movimento multiforme e cangiante, inesauribile - che non si potrà mai finire di esplorarla - la realtà è una, sempre una. Dunque, se l'arte è un ritratto della realtà, chiamare col titolo di arte, una qualche specie, o prodotto, di disintegrazione (disintegrante o disintegrato), sarebbe per lo meno una contraddizione nei tem1ini. Si capisce, quel titolo non è brevettato dalla legge, e nemmeno sacro e inviolabile. Ognuno è padrone di mettere quel titolo di arte dove gli pare; ma anch'io sarò padrona, quando mi pare, di denominare costui per lo meno un pazzariello. Come sarei padrona di chiamare pazzariello - diciamo in via di esempio ipotetico - un signore che insistesse per forza a offrirmi nel nome di sedia un rampino appeso al soffitto. Ma allora, bisognerà porsi una domanda: poi che l'arte non ha ragione se non per l'integrità, quale ufficio potrebbe assumersi dentro il sistema della disintegrazione? Nessuno. E se il mondo, nella enormità della sua massa, corresse alla disintegrazione come al proprio bene supremo, che cosa resterebbe da fare a un artista (ma da questo momento in poi, se permettete, come riferimento particolare che vale per ogni artista in generale, considererò lo scrittore) - il quale, se è tale veramente, tende all' integrità (alla realtà) come ali 'unica condizione liberatoria, festosa, della sua coscienza? Non gli resterebbe che scegliere. O si convince di essere lui nell'errore, e nel to1to. E che quella figura assoluta della realtà, l'integrità segreta e uruca delle cose (l'arte), non era che un fantasma prodotto dalla sua propria natura - un trucco di Eros, diciamo, per far durare l'imbroglio. In questo caso, sentirà scadere irrimediabilmente la sua funzione, la quale anzi gli risulterà peggio che vana, disgustosa, come il delirio di un drogato. E in conseguenza, cesserà dallo scrivere. Oppure, lo scrittore si convince che l'errore non è dalla sua parte. Che non lui stesso, ma i suoi contemporanei, nella loro enorme massa, sono nell'equivoco. Che insomma non è, diciamo, Eros, ma Thànatos, invece, l'illusionista, che fabbrica le sue visioni mostruose per atterrire le coscienze e imbrogliarle, snaturandole dalla loro sola contentezza e deviandole dalla spiegazione reale. Così che, ridotti alla elementare paura dell'esistenza, nella evasione da se stessi e quindi dalla realtà, loro, come chi ricorre alla droga, si assuefanno ali' irrealtà, che è la degradazione più squallida, tale che in tutta la loro storia gli uomini non hanno conosciuto mai l'uguale. Alienati, poi anche nel senso della negazione definitiva; poiché per la via della irrealtà non si arriva al Nirvana dei sapienti, ma proprio al suo contrario, il Caos, che è la regressione infima e la più angosciosa. In questo secondo caso, dunque, e cioè se riconosce la peste delirante non in se stesso, ma nella collettività, lo scrittore si troverà ancora a un'ultima scelta. Cioè: o stimerà quella generale rovina oramai troppo avanzata e inarrestabile; e se stesso a ogni modo incapace di resistere alla prova; già avvertendo magari anche in sé i primi segni del contagio. E allora sarà augurabile che si salvi, che se ne vada, magari in una foresta, dove preferisce, in un'isola oceanica, in un deserto di colonne a fare lo stilita. Difatti (a dispetto dei retori, dei cortigiani e degli apostoli della disintegrazione) è un fatto che tanto per l'igiene quanto per l' economia, e in sostanza per la vita dell'universo, sarà sempre meglio un soggetto reale (fosse anche l'unico superstite) pensante in cima a una colonna, piuttosto che un soprannumerario oggetto conciato, televisato e lustrato per la bomba atomica. Anzi, secondo una logica intuitiva degli eventi, finché quello lì resiste a scrivere poesie sulla colonna, la bomba atomica stenterà a scoppiare. O infine: ultima e più allegra ipotesi: lo scrittore si ritroverà
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