Linea d'ombra - anno XIV - n. 115 - maggio 1996

16 Colette. FotoGisèle Freund/ G. Neri. Herr Dio, Herr Lucifero, Attento, Attento. Dalla cenere io rinvengo Con le mie rosse chiome E mangio uomini come aria di vento. Ariel Stasi nel buio. Poi L'insostanziale azzurro Versarsi di vette e distanze. Leonessa di Dio, Come in una ci evolviamo, Perno di calcagni e ginocchi! - La ruga S'incide e si cancella, sorella Al bruno arco Del collo che non posso serrare, Bacche Occhiodimoro oscuri Lanciano ami - Boccate di un nero dolce sangue, Ombre. Qualcos'altro Mi tira su nell'aria - Cosce, capelli; Dai miei calcagni si squama. Bianca Godiva, mi spoglio - Morte mani, morte stringenze. E adesso io Spumeggio al grano, scintillìo di mari. Il pianto del bambino Nel muro si liquefà. Eio Sono la freccia, La rugiada che vola Suicida, in una con la spinta Dentro il rosso Occhio, cratere del mattino. La luna e il cipresso Questa è la luce della memoria, fredda e planetaria. Neri sono gli alberi della memoria, azzurra la luce. L'erba riversa ai miei piedi, quasi io fossi Dio, le sue pene, Pungendomi le caviglie e mormorando umiltà. Fumosi, spiritali vapori abitano questo luogo Che una fila di lapidi separa dalla mia casa. Insomma, non riesco a vedere il posto che ci aspetta. La luna non è una porta, ma precisamente una faccia Bianca come una nocca e terribilmente sconvolta. Attira il mare come un buio delitto, tranquilla Nell'O della sua bocca spalancata e disperata. Io Abito qui. La domenica due volte squassano il cielo. Le campane - otto lingue clamanti Resurrezione. Placate, infine scandiscono i loro nomi. Il cipresso punta in su, ha un profilo gotico. Gli occhi seguendolo trovano la luna. La luna è mia madre. Non è dolce come Maria. Le sue azzurre vesti sprigionano pipistrelli e civette. Come vorrei credere nella tenerezza - Il volto dell'effigie, ingentilito da candele, Chino proprio su me, i miti occhi. Fu lunga la mia caduta. Le nuvole fioriscono Azzurre e mistiche sulla faccia delle stelle. Dentro la chiesa, saranno tutti azzurri i santi Che sfiorano coi teneri piedi i freddi banchi, Le mani e le facce rigide di santità. Niente di ciò vede la luna, è vuota e desolata. E il messaggio del cipresso è nerezza - nerezza e silenzio. Tratte da Lady Lazarus e altre poesie, a cura di Giovanni Giudici, Mondadori 1976.

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