11 IL FIORIREDEISOGNI SCRITTRICI ESCRITTURA Giorno della donna, anno della donna, secolo della donna. Tante celebrazioni,forse troppe,forse dettate dalla necessità di tirare le somme di anni di scritture, letture, opere e sogni di donne di tutto il mondo, "Linea d'ombra" offre un'antologia delle autrici più amate, più spesso accolte nelle sue pagine, in uno straordinario percorso di riflessione sulla scrittura, sulla modernità, su tutto ciò che, perché umano, mai è alieno ali' arte. LAPOETICADELLACONVIVENZA Marisa Bulgheroni Per Carson McCullers l'arte è "il fiorire di un sogno": un seme cresce misteriosamente "in scrittura come in natura", dall'inconscio come dalla terra; e lo scrittore, sognatore cosciente, è colui agli occhi del quale l'immaginazione appare più autentica della realtà. Anche per lngeborg Bachmann il sogno, e quella forma più alta del sognare che è l'utopia, sono la misura di ogni ricerca di linguaggio: vocaboli, sintassi, metafore e simboli "esaudiscono" qualcosa di un'espressività sognata, destinata a non realizzarasi mai. Per Elsa Morante, al contrario, la funzione liberatoria e rivoluzionaria dell'arte è di "impedire la disintegrazione della coscienza umana" restituendole "l'integrità del reale" nel suo movimento inesauribile. E analogamente, per Nadine Gordimer la trasformazione dell'esperienza resta il gesto essenziale dell'artista, chiamate all'impegno dell'"integrità" se milita "dalla parte degli oppressi". Due orientamenti di poetica sembrano intersecarsi nei saggi che - pubblicati nel corso degli anni da "Linea d'ombra" - sono riuniti in questo numero a testimoniare la riflessione di dodici scrittrici sulla propria arte o sulla propria presenza politica in una società caratterizzata dal "potere dell 'autoannullamento" (Gordimer) e dal costituirsi di un "sistema della disintegrazione" (Morante). La prima delle due linee privilegia il lavoro dell'immaginazione, avversa per sua natura a ogni forma di falso prograsso perchè aderisce all'impulso di rivelare i mondi alternativi. Il racconto risponde a "una magica necessità" afferma Christina Stead, quasi a sancire - con McCullers e Bachmann - quanto, nell'atto della scrittura, ha profonde radici nel sogno. La seconda linea di riflessione si appunta sul rapporto tra invenzione e mondo reale. "A scrivere può accingersi soltanto colui per il quale la realtà non è più una cosa ovvia" annuncia Christa Wolf, intendendo che l'arte non è mossa dall'interesse per "la vita" o dalla passione per "la verità" soltanto, ma soprattutto dalla tensione a "inventare il mondo". E Anita Desai usa la metafora del granello di polvere e del fiore di carta per comunicarci una visione assai simile: l'artista muove dalla "verità", così spesso banale, priva di colore e di attrattiva, e la riinventa per imporla ai nostri occhi. Ma vi sono scrittrici che mirano a costruire una poetica della convivenza tra gli imperativi del segno e le esigenze delle variegate realtà in cui la scrittura è immersa. Così, per la visionaria Flannery O'Connor la narrativa richiede "una rigorosissima attenzione al reale": l'arte è un modo di guardare, un'abitudine dell'artista. Mentre per la "realista" Margaret Laurence la forma del romanzo non è quella di una casa o di una cattedrale, ma "di una foresta" in cui gli alberi sono vivi, in crescita perché la scrittura nasce "dal subconscio". In due dei saggi qui raccolti (Middlebrow di Virginia Woolf e Letteratura e politica sessuale di Cynthia Ozick) una dichiarazione di autonomia poetica è formulata con pedagogica ironia: il primo è pervaso dall'ansia divinatrice che l'arte possa essere oggetto di contraffazioni in nome del medio e dell'ovvio, il secondo dal sospetto che le strategie di un femminismo estremista possano imbrigliare l'immaginazione. E la stessa insofferenza di Virginia Woolf - ma così controllata che ogni ipotesi di sconfitta sembra volgersi in possibile vittoria - traspare dalle riflessioni di Nathalie Sarraute sull'uso della lingua: come salvare la parola dall 'universale, inconsistente brusio se non ripronunciandola, alienandola da se stessa affinché tragga dalla necessità la propria investitura? Si rivela qui l'elemento che accomuna le dodici scrittrici: ossia un'attenzione suprema al suono - vero o falso - che l'arte produce, sibilo di vento che sconvolge e dissemina o clamore di nacchere che distrae l'orecchio per un istante. Ognuno dei dodici saggi - anche quelli nati da interventi pubblici - irradia un certo silenzio, testimonia di una certa solitudine; ci assicura che una forte coscienza femminista, non dichiarata, lo ispira. Ogni scrittrice ha con la sua arte un rapporto di sovranità. Eppure nell'attuale momento storico queste voci si parlano e si rispondono da tempi e da paesi lontani, da lingue e culture diverse. Vorremmo fossero percepite come tessere esemplari di quella soggettività "nomade", multipla e stratificata, che l'analisi femminista oppone oggi al soggetto unico e astratto del pensiero occidentale. E infatti (con l'eccezione del testo di Cynthia Ozick) non rappresentano i percorsi storici del femminismo, né vi si affiancano, ma sono, in sé, esperienze e prove di un nomadismo dell'immaginazione che anticipa le recenti fonnulazioni teoriche (Rosi Braidotti in Soggetto nomade, Donzelli 1995). Alle pagine in prosa si alternano, in questo numero, pagine di poesia firmata da donne secondo una scelta e una sequenza arbitrarie ma non casuali, di cui il lettore potrà verificare il significato solo percorrendole una dopo l'altra: come chi, camminando in un giardino, sperimenta, a ogni passo, il rapporto erratico, ma necessario tra le pietre e l'erba di un opus incertum. La lettura soltanto suggerirà come muoversi da un testo ali' altro, a volte celando a volte svelando le assonanze e le dissonanze, le simmetrie e le dismisure che accompagnano il fiorire del sogno e l'irrompere della scrittura.
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