professionale e ruoli di responsabilità: insegnanti, quadri ministeriali. Inoltre si sono sposate, hanno avuto figli, hanno dovuto accettare un certo imborghesimento. Direi che hanno partecipato alla formazione del genere di società che, nel contesto cittadino, quel tipo di socialismo autoritario aveva elaborato ali' inizio. Nelle campagne le cose andarono diversamente sin dall'inizio. I partigiani erano stati aiutati dalle contadine, trasformate in agenti di collegamento. Alla discesa dalle montagne quelle stesse ragazze - tutte molto giovani - erano state giudicate non sposabili proprio dai capi partigiani, che avevano dei dubbi sulla loro verginità ... Questi ultimi sono stati ben felici di accasarsi con le figlie dei borghesi che avevano vissuto rinchiuse la guerra di liberazione. La messa al bando, la marginalizzazione di coloro che avevano corso i rischi più gravi è venuta dal profondo della società ed è stata unanime. Così le ragazze hanno svolto ruoli di rappresentanti del partito, di amministratori pubblici eccetera, ma si sono stancate in fretta, amareggiate dalla marginalità in cui erano state relegate. In molti casi, poi, erano analfabete e prendevano una pensione, ma non sono mai state reintegrate. Tutto questo è stato occultato, benché i giornali francesi degli anni Settanta abbiano scritto, un po' frettolosamente: "le algerine sono state derubate della loro partecipazione alla guerra". La realtà è più sfumata: sino all'inizio degli anni Settanta la maggior parte delle donne ha continuato - nelle città - a ricoprire un ruolo importante, anche soltanto nella vita di quartiere. Poi il regime autoritario ha tentato di boicottare le associazioni femminili: Boumedienne, nel 1970 o nel 1971 pubblica uno statuto della donna che le militanti trovano non progressista. Si oppongono, manifestano, ma - sfortunatamente - il loro successo avrà vita breve. Lo statuto del 1984 sarà ancora più reazionario e la repressione antidemocratica contro il movimento femminile più avanzato passerà. Mi accorgo di aver fatto un "bignamino" sociologico ... Ha vissuto personalmente situazioni drammatiche o di pericolo? Ho fatto la guerra a Parigi, all'interno del movimento abbastanza ampio degli studenti algerini che si trovavano in Europa. Per le strade di Parigi mi sono sovente trovata di fronte a quelle situazioni difficili che, a vent'anni, si vivono come un gioco, con la leggerezza e la felicità dell'audacia, ci si ride sopra .... al punto che non mi è mai passato per la mente di trasformarle in soggetti di letteratura eroica. Sono stata, però, segnata per sempre da due fatti personali che mi hanno impedito, in seguito, di prendere posizioni politiche. Nel luglio del 1956 sono stata testimone del primo regolamento di conti a colpi di mitra tra movimenti rivali all'interno del nazionalismo: l 'Mna e l 'Fln. Quattordici cadaveri in un caffè del centro di Parigi e il mio fidanzato avrebbe dovuto essere il quindicesimo. Era arrivato tardi ali' incontro perché lo avevo costretto ad accompagnarmi a un concerto di Mouloudji. Eravamo appena all'inizio della guerra e già i partigiani si sbranavano tra loro. Il secondo episodio è più banale e risale al 1958 quando lavoravo a Tunisi con persone straordinarie come Frantz Fanon e tre o quattro capi-simbolo della Resistenza. Li immaginavo come eroi puri, che avevano combattuto e si erano ritirati nel silenzio, rifiutando cariche politiche. Vederli nella quotidianità - a ventidue anni - è stato dissacrante e traumatico. La mia breve attività giornalistica è rimasta limitata alla collaborazione con Fanon, ma sono rimasta al di fuori dell'impegno di primo grado nella letteratura e questo mi ha risparmiata parecchio. Sono rientrata in Algeria il giorno del voto per l'indipendenza e ho capito in quel momento che non avrei mai partecipato a un'azione di guerra, non sarei mai stata un bombarola. L'esDONNE E ISLAM/DJEBAR 9 sere stata risparmiata mi ha permesso di rimanere ali' interno di una specie di sogno, ma di vedere bene e descrivere la realtà. Con questo linguaggio così prezioso, ornamentale e al tempo stesso preciso nei dettagli, tipico degli autori che provengono dal Maghreb ... Come romanziera, non posso fare a meno di partire dall'Islam vissuto dalle donne, nella mia infanzia, nel mio ambiente e questo Islam vissuto al femminile è materiale inestimabile di poesia, sensibilità, immaginazione e, al tempo stesso, causa di dolore e frustrazione. Se scrivessi in arabo dovrei pormi i problemi della desacralizzazione della lingua, ma scrivo in francese, che è già laicizzato, quindi porto a questa lingua la memoria del vissuto islamico come materiale di sensibilità e sogno. Non posso fare altrimenti. Sarebbe come chiedere a un autore di estrazione cattolica - in nome della laicità - di tagliare via i personaggi dell'ambiente in cui ha vissuto da bambino. Se le dico "Mediterraneo luogo comune", pensa a una cultura comune, a un bene collettivo, oppure a un cumulo di banalità? Direi che si tratta di un luogo comune nel senso della condivisione delle memorie e del lungo passato - a volte di scambi, volte conflittuale - che abbiamo. La maggior parte delle volte è stato conflittuale, ma credo che fare chiarezza, oggi, sui quei conflitti passati attraverso i mezzi culturali che abbiamo a disposizione sia il modo per trovare una cultura veramente mediterranea e transnazionale. Il nazionalismo culturale del Sud rappresenta il ritorno dei vecchi demoni ed evidentemente porta la violenza e tutto il resto. Quindi abbiamo veramente bisogno di questa comunanza, di questa revisione collettiva dei nostri passati, rappresentati correttamente, senza maquillage. Note I) Kateb Yacine, Nedjma, Jaca Book 1983 2) Albert Camus, Il primo uomo, Bompiani 1994
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