Linea d'ombra - anno XIV - n. 115 - maggio 1996

8 DONNE EISLAM Assia Diebar DERUBATEDELLASCRITTURA UN ISLAMDISENSIBILITEÀSOGNI Incontro conAntonella Viale Assia Djebar ha quasi sessant'anni, è nata a Cherchell in Algeria e vive a Parigi. Ha collaborato a Al Moudjahid di Frantz Fanon per alcuni mesi e questa collaborazione, oltre alla grande ammirazione per il leader, l'hanno indotta a incontrare e ascoltare un gran numero di donne dell'interno dell'Algeria. La storia femminile e quella del suo paese, non prive di analogie, si intrecciano nei suoi numerosi scritti. Assia Djebar ha diretto, tra l'altro, due film: La Nouba desfemmes du mont Chenoua e La Zerda et /es chants del' oubli, premio internazionale della critica a Venezia 1979. Sono stati pubblicati in italiano: Donne d' Algeri nei loro appartamenti, Giunti 1989; L'amore, la guerra, Ibis 1995. Oggi il romanzo fiorisce ali' esterno del!' Europa occidentale. Gli europei sembrano persuasi di avere visto e, forse, fatto tutto ... La sua opinione sulla crisi? Il mio modo di entrare e uscire dai romanzi moderni consiste nell'analisi dei rapporti tra la lingua, la costruzione romanzesca, il luogo di provenienza. Ciò che mi interessa del romanzo, diciamo, occidentale - perché dopotutto il Maghreb fa parte di questo Occidente - è cogliere il momento in cui, dal secolo scorso a oggi, si verifica una sorta di incrocio tra l'aspirazione alla modernità e un luogo di contraddizione che non appare immediatamente come luogo di fiction. Ecco tre esempi - tutti connessi al Maghreb - che dovrebbero chiarire in modo più ampio la mia teoria dell'incrocio. Inizierò dal primo grande romanziere: il mio compatriota Apuleio, nato nell'Est del!' Algeria, che scriveva in latino, era un grande oratore in greco e senza dubbio parlava berbero. Le metamorfosi dovrebbe essere tradotto in arabo, per dire agli integralisti: è il nostro antenato in letteratura. Molto più tardi Cervantes, arrestato dai barbareschi nel viaggio tra l'Italia e la Spagna, è schiavo ad Algeri per cinque anni. Vive avventure straordinarie, ha la fortuna di tuffarsi in un mondo che è l'esatto contrario del suo: credo che questa esperienza abbia dato vita al primo grande romanzo della modernità. L'ultimo esempio è del 1956 quando, in piena guerra d'Algeria, esce questo romanzo straordinario: Nedjma di Kateb Yacine. 1 Due anni dopo Albert Camus è in lotta contro se stesso - benché abbia appena ricevuto il Nobel, a quarant'anni esatti - per cercare di reintegrare la storia della sua infanzia algerina nel contesto di ciò che definisce un grande romanzo classico alla maniera di Tolstoj. Il lavoro rimarrà incompiuto e verrà pubblicato soltanto dopo trentacinque anni. E ne Il primo uomo2 c'è qualcosa tra il non incontro tra il pied noir Albert Camus e la specie di poeta alla Rimbaud che è Kateb Yacine che mi fa pensare a una sorta di genio romanzesco rappresentato dai due, mi fa pensare all'incrocio di cui parlavo. Che le piaccia o meno, lei rappresenta un simbolo. Si tratta di un ruolo scomodo oppure piacevole? Non mi rendo conto di essere un simbolo. Quando sono in Algeria e vengo riconosciuta per la strada, mi sento piuttosto imbarazzata. Amo vivere a Parigi anche per l'anonimato delle vie cittadine. Da almeno due o tre anni mi accade di alzarrni la mattina e di sentirmi semplicemente felice di essere viva e di essere fuori. Non ho mai messo tende in casa, perché ho bisogno di avere sempre una vista sull'esterno, sull'altrove, sulla gente alla quale forse non parlerei, che forse non capirei. Eppure mi è accaduto sovente, all'uscita di un libro, di avere delle reazioni di lettura che mi sorprendono: più parlo di me stessa in prima persona e più altre donne - in genere magrebine o mediterranee - si ritrovano in ciò che scrivo e che mi appare molto privato, ricordi che appartengono anche a loro. È questo essere un simbolo? No, hélas, vengo da un paese in cui non ci sono abbastanza donne che scrivono, è tutto. Perché? È questa la vera riflessione, sulla chiusura delle società islamiche a causa di contraddizioni molto forti. Il punto è comunque nel divieto del corpo, un divieto che dovrebbe essere analizzato da generazioni di intellettuali, non farò questo lavoro da sola ... Ciò che mi interessa attualmente per le donne, è dimostrare che ci sono due tipi di resistenza. La prima va 1icercata nella forza della tradizione orale che, se non verrà trasmessa, si perderà nel giro di tre generazioni. La seconda consiste nella solidarietà tra tutte le donne di tutti i tipi, colte, scolarizzate, analfabete, per uscire insieme dal nazionalismo, dal villaggio, dalla logica del clan. Sono state derubate della scrittura, in particolare nelle società berbere: l'alfabeto è scomparso bruscamente a un certo momento, è rimasto soltanto tra le Tuareg. Ma le donne parlano e dovunque si troveranno sempre i punti comuni di una specie di recupero della forza delle donne attraverso la memoria. Potrei definirlo femminismo culturale. In alcune delle società islamiche, oggi, i "divieti" sono osservati molto rigidamente. Si tratta di prescrizioni coraniche? C'è il ripudio, per esempio, ma sostengo che si tratta di un diritto condiviso dalle donne. Nel Settimo secolo l'Islam porta ai diritti della donna due o tre punti piuttosto rivoluzionari per l'epoca: il diritto di gestire i propri beni, quello di ereditare e una grande libertà di movimento. La poligamia non era limitata alle società islamiche e c'era anche una forma di poliandria. La donna aveva diritto al divorzio e poteva risposarsi dopo un breve periodo, necessario per verificare che non fosse incinta del marito. Era un sistema in cui il diritto dei due sessi si equilibrava un poco in una società comunque separatista. Siamo completamente al di fuori della tradizione cattolica o cristiana, in cui il peccato è legato alla sessualità. Altro esempio: il velo non è prescritto al Corano. Nasce come raccomandazione per le mogli, poi vedove, del Profeta e viene esteso alle spose dei sovrani e dei potenti. Quindi - a seconda dei periodi e dei paesi - diventa una moda, poi una pratica più o meno rigorosa. È evidente che il giro di vite che sintetizziamo nel vocabolo divieti ha l'obiettivo di impedire alla donna di gestire i propri beni, di avere quella maggioranza economica che le era stata data sin dall'inizio e che la donna occidentale-cristiana non ha avuto per molti secoli. Si è parlato di separatismo anche a proposito delle donne algerine, protagoniste della resistenza e messe da parte con la liberazione ... In ogni paese gli eroi si stancano presto, non c'è ragione per cui non accada anche alle eroine. Direi che l'accettazione del ritorno a una vita ordinaria faccia addirittura parte del ruolo. Nel mio paese, però, si sono verificate due realtà molto diverse. Nelle città le eroine erano studentesse, ragazze che provenivano dalla media borghesia e, dopo il 1962, hanno avuto una fo1mazione

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