,..., ~·-1r~~ ~ ·"""'•r·•. !"·, '·:~ t~aJtscENDO LE RME DICHIClHAPRECEDUTO SIVAVA ~ ;,.- p :> •.-.:_, OJNARRATIVA--------~ ~-------- [DsAGGISTICA ..... wco.no1ionco111 IIMORl(i,,sa.,u■ ILDELINQl'lè!iTE PER INFA\IIA FriedrichSchiller Il delinquenteper infamia Ciò che fa di lui un delinquente non è la sua rivolta ma l'umiliazione del carcere e l'ostracismo sociale che gli decretano coloro chedovrebberoriabilitarlo. L'INTENDENTE SANSHO MoriOgai L'intendente Sansho Riscriverele storie perché il passato non muoia. La più bella e nota versione della leggenda di Anuu e Zushio, sorella e fratello venduticomeschiavi. I.A CADlJTA DELLACASA LI \1 ON ES Ramon Pérezde Ayala Lacadutadella casa Limones Un drammache nascedal peso delleconvenzioni,dalle divisioni sociali e sessuali, dagliobblighiedalleipocrisie, dall'immensafaticache costa portan;eleaddosso. ~----------- [TICINEMA-----------~ ~fl.MDI 1uotl,l,INl,/fl I FIGLI DELLA VIOLE~ZA A BOCC.-IPERH RafaelSanchez Ferlosio La freccianell'arco La denuncia dell'ardore encomiastico di una cultura propagandistica al servizio dell'idolatria della Trionfale Epopea Umanadel Progresso. l L T I .\1 O R O l' ~ D E \I TIU SCIU 17'1 PO I. I I I (' I t'-"", llM.AOOIOIUN(Uf,• NICMl,çu,t,•UDll'l•ll,lltt ..... ■• Julio Cortàzar Ultimoround •-· Unapassionedi giustizia profondamentesincera, un desiderio di libertà per i popoli e l'indignazione e la rivolta per il doloredegli oppressi. C O \I E S I Il I I I \ T \ El R O I' f. I'! l-ll'QNITIADIUMCQOlft. Nl.M1f•1-""ltffll'OUIOClll()f() IO(;ICJIAU,IA~!,otffCOIOGICA. 11-...not<l.l'l\lll'O'tll!GU -lfGIDfWl•DIICll'ON),f,. >lfK!Allllll .. Hl1•1.1(AOU!ARl "Olln•M~ll'VIOo\RII -',llUS•flUOO.U•SAlAOAllt$,O ~ Cees Nooteboom Come si diventaeuropei Bisognerebbestudiarci. Come uno di quegli esseri ibridi, incompresi ovunque, che stannodi casa contemporaneamente in tre posti e al tempostessoin nessuno. Gl,ISIN'IDUADol(Ol'lflYfO.I Wf!QçlaYOU,'IA•UNUIMO< 101'"111\llalQNllMIDDIIKI OHIO TU~ oPl'U»>OHl. t<'IOlll (IC - lSl'IOOOM)•o,iUNu.tt01-fflJ ...,-..1101GUNOl()l,OK ..ot,00 DIILA i'IOl:IA I l'OUO llfl~TlO•~!,ATODlllAHOa -l!ll-A(OIUAIOCHIU ~M< FINCHE' SISCORGE INNAN A Luis Bufiuel I figlidellaviolenza Ci11àdel Messico 1950. Un gruppo di ragazzi cresce non amato e privo di diritti tra baracche e casupoledi un'immensaperiferia nel buio di una condizioneintollerabile. Carmelo Bene A Boccaperta Una partitura per il cinema. Un raccontovisionario e grandioso.il mondodella storia, il pozzo del nostro passato, della nostra religiositàe della nostracultura. I vantaggi dell'abbonamento Per sole [.100.000 (contro un valore di lire 165.000) chi si abbona avrà diritto a ricevere: undici numeri all'anno di Linea d'Ombra. Un numero in più gratis. Tra le combinazioni della collana Aperture: tre libri a scelta. Goffredo Fofi I limitidellascena Cinema, teatro, radio e televisione. Azzardi e compromessidal neorealismo al boom, dalla contestazioneall'omologazione. La societàdello speuacolo e il culto dell'apparenza. Andrea Rauch GIUNTI Andrea Pedrazzini Linead'Ombrainmostra i Chiosbidell'Umanitaria Daniele Scandola ESTATE NEI CHIOSTRI DELI:UMANITARIA Dopo il primonumerodel marzo 1983che vedevain copertinaun'opera di Schifano,Linead'Ombra ha continuato ad ospitareoperegrafichedi artisticontemporaneicon particolareattenzioneal magicomondodel fumettod'autore e degli illustratori.Si è formatacosì nel tempouna vera e propriacollezionedi famosiartistidi arte visualeche, a partiredal I3 giugnofino al I3 luglioprossimosarà possibilevisitarenellesale de L'Umanitariain via Daverioa Milano.durantela ormaitradizionalerassegna"Estatenei Chiostri".
YOIU □ Si, mi abbono a LINEA D'OMBRA per un anno approfittando di questa offerta esclusiva che mi dà diritto a tre libri a scelta. Riceverò gli 11 numeri (più un numero in omaggio) e i tre libri a sole lire 100.000 anziché 165.000. A pagamento awenuto riceverò subito i libri prescelti. rn rn QJ Scelgo qui il gruppo di tre volumi prescelti: FriedrichSchiller, Il delinquenteper infamia MoriOgai, L'intendenteSansho RamonPérezdeAyala, Lacadutadella casa Limones RafaelSanchezFerlosio, La freccianell'arco JulioCortàzar, Ultimoround CeesNooteboom,Comesi diventaeuropei LuisBufiuel,/ figlidellaviolenza CarmeloBene, A Boccaperta GoffredoFoti, I limitidella scena NOME .............................................................. .. COGNOME ........................................................ : I INDIRIZZO.......................................................... : I I ........................................................................... 1 I CITTA' ................................................................ : CAP......................... TEL .................................... . Vi indico qui di seguito le modalità di pagamento (senza aggiunta di spese postali) O Vi autorizzo ad addebitarmi la cifra di le. 100.000 su Carta Si I I I I I I I I I I I I I I I I I LlW N. SCAD. INTESTATA A . FIRMA ...................... O Assegno (bancario o postale n................... . Banca......... .. .. (in busta chiusa) O Awenutoversamentosule/e postalen.54140207 intestato a Linead'Ombra. Alla prima occhiata, vidi ch'era una nave di prim'ordine, una creatura armoniosa nelle linee del suo corpo ben fatto, nell'altezza proporzionata della sua alberatura. Qualunque fosse la sua età e la sua storia, aveva conservato l'impronta della sua origine. Era una di quelle navi che, grazie alla loro linea e all'accurata rifinitura, non sembreranno mai vecchie. J.Conrad AlSalone del Libro di Torino Un altro appuntamento per i lettori di Linea d'Ombra è dal 16 al 21 maggio al Salone del Libro di Torino dove sarà allestito uno stand per tutti coloro che vorranno maggiori informazioni. Durante le giornate del Salone nostri collaboratori saranno a vostra disposizione. LINEAD'OMBRA,VIAGAFFURIO4,20124MILANO. POTETEMANDAREANCHEUNFAXAL02-66981251
ARCHIVIO FOUCAULT 1. 1961-1970 Follia, scrittura, discorso Cura di Judith Revel Traduzione di Gioia Costa Il primo volume di scritti inediti di Michel Foucault: articoli, interviste, conferenze e lezioni di una chiarezza folgorante, un'agevole via di accesso per i lettori nuovi e un'integrazione necessaria per i lettori di sempre. MICHEL FOUCAULT SCRITTI LETTERARI Cura di Cesare Milanese Finalmente la ristampa di un classico del maestro francese, un testo che ha abbattuto i muri tra le discipline per far largo a una nuova concezione della scrittura, nell'alleanza fra invenzione e critica, riflessione e vertigine stilistica. BREVIARIO DI PSICOPATOLOGIA La dimensione umana della sofferenza mentale a cura di Arnaldo Ballerini e Bruno Callieri Le ragioni, le idee, le prospettive di una psichiatria che non si riconosce nella biologizzazione dei processi mentali e che rivendica la specificità del rapporto con il paziente. Interventi di: A.Ballerini, A.C.Ballerini, E.Borgna, B.Callieri, L.Calvi, G.Di Petta, M.T.Ferla, A.Gaston, G.Gozzetti, F.Mittino, C.Muscatello, M.Rossi Monti, G.Stanghellini. JUDITH BUTLER CORPI CHE CONTANO I limiti discorsivi del "sesso" Prefazione di Adriana Cavarero Traduzione di Simona Capelli La parola al grembo delle donne: cinema, narrativa, politica e mondo dello spettacolo sbaragliano i codici della sessualità. Un'opera destinata a diventare un classico. EVA CANTARELLA PASSATO PROSSIMO Donne romane da Tacita a Sulpicia Dee, regine mitiche, eroine ~ donne realmente esistite. E la storia di un lungo silenzio, quello della donna; ma anche la nascita della complicità tra i sessi. A Roma, per la prima volta nella cultura dell'Occidente, si forma un modello di rapporto destinato a durare sino alle soglie del Duemila. TERESA DE LAURETIS SUI GENERIS Scritti di teoria femminista Traduzione di Liliana Losi Con quali discorsi produciamo la differenza sessuale? Quanta madre c'è nella sessualità femminile? Da dove vengono le storie e il desiderio di raccontarle? Una ricerca sui generi sessuati, un percorso sui generis che interpella psicoanalisi, semiotica, cinema, letteratura, women's studies. GOVERNO DEI GIUDICI La magistratura tra diritto e politica a cura di Edmondo Bruti Liberati, Adolfo Ceretti, Alberto Giasanti L'Italia di oggi è davvero governata dai giudici? Studiosi, magistrati e avvocati - tra i quali Rodotà, Caselli, Colombo, Pecorella - propongono sguardi e punti di vista diversi sui rapporti di incontro/scontro tra magistrati, società civile, politica. ENRICO DEAGLIO BELLACIAO Diario di un anno che poteva anche andare peggio Dopo Besame mucho, un nuovo viaggio in Italia per raccontare che cosa è rimasto e che cosa siamo diventati: oltre al Grande Teatro, tante storie inaspettate, troppo vere per essere incredibili. InterZone MANUEL DE LANDA LA GUERRA NELUERA DELLE MACCHINE INTELLIGENTI Traduzione di Gianni Pannofino Un robot del futuro indossa le vesti dello storico per raccontare come le "macchine da guerra" siano una possibile chiave di lettura della modernità.
Direzione: Marcello Flores, Goffredo Fofi (Direttore responsabile), Alberto Rollo. Gruppo redazionale: Mario Barenghi, Alfonso Berardinelli, Paolo Bertinetti, Gianfranco Bettin, Francesco Binni, Marisa Bulgheroni, Marisa Caramella, Luca Clerici, Riccardo Duranti, Bruno Falcetto, Pinuccia Ferrari, Fabio Gambaro, Piergiorgio Giacchè, Filippo La Porta, Marcello Lorrai, Danilo Manera, Roberta Mazzanti, Paolo Mereghetti, Santina Mobiglia, Luca Mosso, Maria Nadotti, Marco Nifantani, Oreste Pivetta, Giuseppe Pontremoli, Fabio Rodrfguez Amaya, Lia Sacerdote, Alberto Saibene, Marino Sinibaldi, Paola Splendore. Collaboratori: Damiano D. 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Cataluccio, Alberto Cavaglion, Franca Cavagnoli, Roberto Cazzola, Francesco Ciafaloni, Giulia Colace, Pino Corrias, Vincenzo Consolo, Vincenzo Cottinelli, Alberto Cristofori, Peppo Delconte, Roberto Delera, Paola Della Valle, Stefano De Matteis, Carla de Petris, Piera Detassis, Vittorio Dini, Carlo Donolo, Edoardo Esposito, Saverio Esposito, Doriano Fasoli, Giorgio Ferrari, Maria Ferretti, Antonella Fiori, Ernesto Franco, Guido Franzinetti, Giancarlo Gaeta, Alberto Gallas, Roberto Gatti, Filippo Gentiloni, Gabriella Giannachi, Giovanni Giovannetti, Paolo Giovannetti, Giovanni Giudici, Bianca Guidetti Serra, Giovanni Jervis, Roberto Koch, Gad Lerner, Stefano Levi della Torre, Emilia Lodigiani, Mimmo Lombezzi, Maria Maderna, Luigi Manconi, Maria Teresa Mandalari, Bruno Mari, Emanuela Martini, Edoarda Masi, Roberto Menin, Mario Modenesi, Renata Molinari, Diego Mormorio, Antonello Negri, Grazia Neri, Luisa Orelli, Alessandra Orsi, Maria Teresa Orsi, Armando Pajalich, Pia Pera, Silvio Perrella, Cesare Pianciola, Guido Pigni, Giovanni Pillonca, Pietro Polito, Giuliano Pontara, Sandro Portelli, Dario Puccini, Fabrizia Ramondino, Michele Ranchetti, Emanuela Re, Luigi Reitani, Marco Revelli, Alessandra Riccio, Paolo Rosa, Roberto Rossi, Gian Enrico Rusconi, Nanni Salio, Domenico Scarpa, Maria Schiavo, Franco Serra, Francesco Sisci, Piero Spi la, Antonella Tarpino, Fabio Terragni, Alessandro Triulzi, Gianni Turchetta, Federico Varese, Bruno Ventavoli, Emanuele Vinassa de Regny, Tullio Vinay, Itala Vivan, Gianni Volpi. 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Dir. responsabile: Goffredo Fofi LINEDA'OMBRA anno XIV maggio 1996 numero 115 4 6 8 ILCONTESTO Elisabetta Bartuli Hoda Barakat Assia Djebar SCRlffRICI E SCRlffURA Donne e Islam Il primo salone del libro della donna araba Vedere da lontano a cura di Isabella Camera D'Afflitto Derubate della scrittura a cura di Antonella Viale Il fiorire dei sogni Marisa Bulgheroni: La poetica della convivenza (p. 11), Carson McCullers: Il fiorire del sogno (p.12), Sylvia Plath: Lady Lazarus (p. 15), Ariel, La luna e il cipresso (p. 16), Elsa Morante: Pro o contro la bomba atomica (p. 18), Marianne Moore: La poesia, La mente è una cosa che incanta, Come una fortezza, Eppure (p. 23), Nadine Gordimer: Il gesto essenziale (p. 25), Ida Vitale: Obblighi quotidiani, Rosario Castellanos: Silenzio con riferimento a una pietra antica (p. 30), lngeborg Bachmann: Letteratura come utopia (p. 31), Amelia Rosse/li: Una tua faccia ha sì contorni, Mio angelo io non seppi, Amarti e non poter far altro (p. 37), Cynthia Ozick: Letteratura e politica sessuale (p. 38), Anna Achmatova: In luogo di prefazione, Pietrogrado, 1919, Ultimo brindisi (p. 41), Marina Cvetaeva: Ho apparecchiato la tavola per sei ... (p. 41), Tentativo di gelosia (p. 42), Virginia Woolf: Middlebrow (p. 43), Christa Wolf: Realtà (p. 46), Eve Kosofsky Sedgwick: Una velocità che uccide (p. 48), Nathalie Sarraute: L'uso della parola (p. 48), lngeborg Bachmann: A voi parole (p. 51), Flannery O'Connor: Scrivere racconti (p. 52), Elizabeth Bishop: Manuelzinho (p. 57), Margaret Laurence: Meccanico o organico (p. 59), Antonia Pozzi: La vita sognata (p.63), Christina Stead: L'oceano del racconto (p. 63), Gabriela Mistral: Canzone delle ragazze morte, Assenza, Paradiso (p. 67), Anita Desai: Le tre prigioni dell'India (p. 68), Bianca Tarozzi: Famiglie (p. 71), Antonella Anedda: Chiusa di vento (p. 72), Anna Belardinelli: Tre racconti (p. 72), Martina Banchetti: L'alfabeto del corpo, Pausa pomeridiana alla facoltà di lettere (p. 74), In attesa della prima teatrale "Deserti", La donna albero, La grammatica del tuo amore, In Publium Ovidium Nasonem, La donna conchiglia e l'uomo serpente (p. 75) CONFRONTI 76 INBREVE Letture, recensioni, segnalazioni La copertina di questo numero è di Gabriella Giandelli Abbonamento annuale: ITALIA L. 100.000, ESTERO L. 120.000 a mezzo assegno bancario o c/c postale n. 54140207 intestato a Linea d'ombra o tramite carta di credito SI (si veda il tagliando a pagina 2). I manoscritti non vengono restituiti. Si pubblicano poesie solo su richiesta. Dei testi di cui non siamo in grado di rintracciare gli aventi diritto, ci dichiariamo pronti a ottemperare agli obblighi relativi.
VOCI DI DONNE ILPRIMOSALONEDELLIBRO DELLADONNA ARABA Elisabetta Bartuli Elisabetta Bartuli (Cairo, Egitto 1955) traduttrice, si occupa di letteratura araba contemporanea. Collabora con "L'Indice" e con "Leggere Donna". poranee, ha superato le mille copie vendute. A ruota seguono altri tre volumi: gli atti di un convegno su popolazione e sviluppo tenutosi in Marocco nel 1992 e due ricerche sociologiche compiute in varie regioni del mondo arabo. L'organizzazione di questo Salone del libro è il loro ultimo (ma ultimo solo in ordine di tempo, c'è da scommetterci) fiore all'occhiello. Per chi ha dimestichezza col Vicino Oriente, niente può risultare più anomalo della teutonica precisione con cui la manifestazione è stata gestita. È bastato entrare nell'accogliente Hanager Center for Arts dell'Opera House per rendersi conto che si era ad anni luce di distanza da ogni altra analoga esposizione. Niente a che vedere con la polverosa e disordinatissima Fiera del libro arabo che si tiene al Cairo nel gennaio di ogni anno e viene segnalata come il maggior avvenimento letterario del1'intera regione. Fatte le debite distinzioni quantitative, i I paragone non è azzardato. Anche dimostrare che la gestione autonoma di un evento pubblico di successo non è prerogativa solo maschile era parte della sfida. Perché, non ci sono dubbi, da questa sede è partita una sfida rivolta alla totalità della società araba, una società che da decenni marginalizza le donne a livello decisionale, ideologico, lavorativo e scientifico. Anche al Cairo, la più cosmopolita delle capitali arabe, la vita sociale delle donne comincia a risentire di una recrudescenza di tradizionalismo. In giro per le strade le figure velate non rappresentano più una minoranza della popolazione femminile e la metropolitana cittadina ha inaugurato una carrozza per sole donne. Sembra di assistere a una collettiva dichiarazione di conformismo senza che ancora sia chiaro che si tratta di un'illusoria comodità da pagare a caro prezzo. Le rivendicazioni che si renderebbero necessarie sono, paradossalmente, Dal Cairo è stata lanciata una sfida alla società araba, una società che da decenni marginalizza le donne in tutti i campi, sociale, politico, lavorativo. le stesse per le quali hanno combattuto le femministe storiche di sessant'anni fa: il lavoro, l'istruzione, il velo, il diritto al divorzio e alla tutela dei figli, la scelta dell'uomo da sposare ... Sono poste di vitale importanza per il futuro del mondo arabo, ma le nuove generazioni, ubriacate da un fittizio miglioramento materiale, sembrano non averne eccessiva coscienza. Fortunatamente (per loro e anche per noi), c'è ancora chi non ha mai perduto obiettività e capacità di reazione. Esiste infatti un drappello di progressiste coraggiose e determinate che si pone domande chiare e ineludibili: "Come proteggere le conquiste delle donne? Come preservare i diritti che hanno acquisito? Come impedire la regressione?" Una possibile risposta è venuta dal Primo salone del libro della donna araba che si è tenuto al Cairo dal 16 al 20 novembre 1995. "I libri" dicono le organizzatrici, "sono un importante strumento per conferire autorità (to empower) alle donne. Le Ong hanno bisogno di buoni libri per proseguire nella loro opera di informazione e sensibilizzazione. I giovani hanno bisogno di buoni libri per non perdere di vista la realtà. Gli editori devono capire che c'è un mercato per i buoni libri e accettare il fatto che le donne sanno scrivere buoni libri". Non sono obiettivi raggiungibili a breve termine se si considera che l'editoria del mondo arabo, dall'Iraq al Marocco, riserva alla produzione di donne e sulle donne una quota che oscilla solo tra 1'8 e il 15 percento del totale delle pubblicazioni. L'egiziana Nur (luce), promotrice della manifestazione, è la sola casa editrice a occuparsi esclusivamente di opere di scrittrici e di studi sulla condizione femminile. C'è dell'incredibile in quello che le cinque fondatrici e le dodici sostenitrici di Nur sono riuscite a costruire in soli due anni di attività. Hanno pubblicato sei numeri di una rivista trimestrale che ha recensito, in una veste grafica squisita e con un'altrettanta squisita professionalità, quasi 150 titoli di narrativa e saggistica volti a richiamare l'attenzione sui lavori delle donne e a permettere di liberarne la voce. Una raccolta di racconti, opere di quindici autrici contemLa portata del messaggio intrinseco al salone del libro non è sfuggita ai più bei nomi della cultura araba. L'invito è stato raccolto da poeti, scrittori, critici, giornalisti e intellettuali provenienti da tutta la regione. I loro nomi, purtroppo, sono spesso sconosciuti al lettore medio italiano, ma un lento movimento del nostro universo editoriale lascia ben sperare in una prossima apertura verso l'esterno. Dell'egiziano Edwar al-Kharrat, membro della giuria che a conclusione della manifestazione ha assegnato a Radwa Ashur il premio per l'opera migliore, sono tradotti in italiano (pubblicati da Jouvence) due romanzi dedicati alla città di Alessandria. Dell'algerina Ahlam Mosteghanemi è in corso di pubblicazione (sempre per Jouvence) lo stupendo La memoria del corpo, romanzo che a un solo anno dalla pubblicazione è stato inserito nel programma di studi dell' American University di Beirut. I diritti del romanzo L'anno del 'elefante della marocchina Leyla Abu Zeid sono già da tempo stati acquistati da un editore italiano e la sua commercializzazione dovrebbe essere imminente. Opere complete e/o racconti di Salwa Bakr (Egitto), Hoda Barakat (Libano), 'Arussya al-Naluti (Tunisia), Liyana Badr (Palestina), Fawziya 'Abu Khalid (Arabia Saudita), di Radwa Ashur, 'Itidal 'Osman e Latifa al-Zayat (Egitto) sono reperibili in pubblicazioni dirette al pubblico anglosassone e francofono. Poesie di Murid al-Barghuti e di Salma Khadra alJayyusi (Palestina) sono state tradotte in inglese, mentre un romanzo di Ibrahim 'abd al-Megyd (Egitto) è edito dalla parigina Actes Sud.
Le migliori opere delle molte scrittrici presenti, ma anche quelle delle molte assenti, sono state esposte in una sala adibita a mostra-mercato e, grazie alla partecipazione di case editrici provenienti da Egitto, Marocco, Oman, Libano, Palestina, Kuwait e Giordania è stato possibile, per la prima volta in Egitto, prendere visione di quanto e come scrivano le donne arabe. Dando la possibilità di valutare, attraverso un'ampia panoramica di testi, il grado di professionalità e di impegno delle scrittrici, il Salone del libro della donna araba ha reso un grande servigio non solo alla letteratura mediorientale, ma per estensione alla cultura araba in generale: ha creato un terreno comune per i movimenti femminili dell'intero mondo arabo, ha aiutato a mettere in secondo piano le specificità regionali riuscendo laddove avevano fallito molte altre iniziative politiche e culturali. La letteratura delle donne, uscendo dalla sfera marginale in cui da sempre è confinata e muovendo verso una collocazione più centrale, ha potuto ribaltare il presupposto della sua esistenza solo come mera testimonianza delle vicissitudini interiori di singole protagoniste. Ha confermato che un occhio vigile come quello femminile, per sua costituzione abituato a posarsi sul diverso, coglie in tutta la loro completezza le dinamiche sociali, politiche e storiche che condizionano le esigenze individuali. Ha dimostrato di contenere documentazioni dettagliate e studi approfonditi su ognuno dei fattori esterni che regolano la vita non solo delle donne, ma anche di qualsiasi settore marginalizzato di una qualsiasi società. Ha, in ultima analisi, ribaltato le teorie che la considerano esclusivamente come voce di un segmento di popolazione e ha ribadito la sua posizione trasversale all'umanità. A dimostrazione del grado di coinvolgimento personale delle scrittrici presenti, la maratona di incontri e conferenze che si è tenuta parallelamente all'esposizione ha conosciuto momenti di accesa polemica. E non bisogna stupirsene, i temi messi all'ordine del giorno non lasciavano adito a dubbi circa le intenzioni di organizzatrici che sembrano aver volutamente ignorato i rigidi diktat della censura governativa. Si sono affrontati temi puramente letterari (La donna nella letteratura araba contemporanea, La donna nella letteratura popolare, La donna nel 'editoria araba), ma era evidente anche la volontà di inserire nuove tematiche nel dibattito sociale (la costruzione socio-culturale di genere - gender - nella società araba) e di sottolineare l'urgenza di una costruttiva coalizione delle donne di tutto il mondo arabo (/ movimenti femministi nei diversi paesi arabi e La partecipazione araba alla conferenza di Pechino). Gli interventi spontanei hanno notevolmente ampliato il campo d'azione dei dibattiti. Si è discusso dell'esperienza religiosa personale di ogni autore e della religione come forza istituzionale. Ci si è scontrati sulla definizione di femminismo accusando o difendendo posizioni "occidentalizzanti" e il riscontro di queste nella realtà arabo-musulmana. Si è ribadita la necessità di combattere lo sciovinismo maschjle, ma qualcuno ha denunciato il pericolo di uno sciovinismo femminile altrettanto deleterio. È stato sottolineato l'indiscriminato uso della censura, ma molte autrici hanno fatto notare l'esistenza di una autocensura personale di ancor più difficile gestione. L'ambizioso progetto delle fondatrici di Nur, accompagnato da uno sforzo che non si può che definire ciclopico, ha dato, almeno nell'immediato, risultati apprezzabili. Fra due anni, al secondo Salone del libro della donna araba, si tireranno le somme di quanto oggi è stato così coraggiosamente seminato. NOVITA Gunther Anders ESSERE O NON ESSERE DIARIO DI HIROSHIMA E NAGASAKI A cinquant'anni dalla bomba atomica una riflessione di drammatica attualità. Il 6 agosto 1945 è cominciata una nuova era: in qualunque momento, ora, l'uomo può trasformare l'intero pianeta in un'altra Hiroshima. I doveri morali nel l'era atomica. pp. 256, Lire 15.000 Paolo Bertinetti DALL'INDIA Un panorama pressoché completo di una produzione letteraria di straordinario interesse, il romanzo indo-inglese e della diaspora indiana. Un profilo della letteratura indiana in inglese attraverso i romanzi e gli autori apparsi in traduzione italiana. pp. 168, Lire 15.000 Norberto Bobbio ELOGIO DELLA MITEZZA E ALTRI SCRITTI MORALI Per la prima volta una raccolta di scritti di Norberto Bobbio che si collocano nell'ambito della filosofia morale. Verità e libertà. Etica e politica. Ragion di stato e democrazia. La natura del pregiudizio. Razzismo oggi. Eguali e diversi. Pro e contro un'etica laica. Morale e religione. Sul problema del male. pp. 224, Lire 15.000 AA.VV. PER CARMELO BENE Il teatro di Carmelo Bene, ma anche il cinema, gli scritti letterari, la drammaturgia, il rapporto con lo spettatore, la musica, la "voce". Testimonianze e omaggi di artisti, attori e critici. In appendice un testo di Gilles Deleuze, ormai introvabile, che rappresenta un saggio fondamentale sull'opera di Carmelo Bene. pp. 217, Lire 15.000 LINEDA'OMBRA
6 DONNEE ISLAM Hoda Barakat VEDEREDA LONTANO GIUSTECAUSEEOPPORTUNISMI LETTERARI Incontro con Isabella Camera D'Afflitto Basta girare per le biblioteche orientalistiche di Parigi, parlare di scrittori arabi ed ecco che ci si sente ripetere con insistenza e ammirazione il nome di Hoda Barakat. Ancora sconosciuta ai non addetti ai lavori, comincia a imporsi massicciamente sul mercato editoriale europeo, dopo aver invaso con i suoi bei romanzi quello arabo e quello libanese in particolare. La sua casa editrice inglese, Garnet, ha appena pubblicato la traduzione dall'arabo del suo primo romanzo The Stone of Laughter, e l'editore Jouvence di Roma per la sua collana "Narratori arabi contemporanei" ha in preparazione la traduzione del suo secondo romanzo dal titolo Ahi al-Hawa'. Hoda è una scrittrice un po' fuori del comune, con una forte personalità, un carattere esuberante e fin troppo schietto. È questa l'impressione che ha avuto chi l'ha potuta ascoltare ad Alberobello (marzo 1995), dove è intervenuta a un convegno sul Mediterraneo (organizzato dalla rivista "Da qui"), e dove ha riscosso un notevole successo. Tu dici spesso che non vuoi essere relegata nel mondo della scrittura araba femminile. Puoi spiegarci il perché e come ti collochi nel panorama delle letterature arabe? Io non mi colloco in quel panorama "femminile", semplicemente perché non ne faccio parte così come voi in Occidente vi aspettate. Nel mondo arabo le donne che scrivono sono perlopiù delle militanti, non tutte, ma di solito scrivono perché hanno una causa, politica o sociale. E così vogliono parlare delle loro vita, dei problemi che la donna deve affrontare eccetera. Per me non è sufficiente avere una buona causa per scrivere buona letteratura, che non può e non deve essere limitata a una causa militante. Ci sono poi anche delle motivazioni personali: è vero che sono araba, ma non provengo da un contesto che ha mortificato la donna o è contro la donna. Da noi le donne sono libere e soprattutto sono molto rispettate, ed è una condizione comune, io non sono l'unica, né è un caso raro. Per quanto riguarda poi la mia scrittura, a me non piace dire le cose bruscamente, o in modo ingenuo e diretto. lo racconto storie che sconfinano in molti campi. Per esempio, nel libro Ahi al-Hawa' parlo di quello che succede a una donna, ma attraverso gli occhi di un uomo. Per me un romanzo non deve essere unilaterale. Il fatto di vedere le cose in nero o in bianco, o da una sola angolazione, non mi interessa. Secondo te, uno scrittore arabo deve veicolare una giusta causa per riuscire ad attirare l'attenzione? Sì, ne sarebbe sicuramente avvantaggiato, ma non è detto che in questo caso si tratti necessariamente di buona letteratura. In Libano, per esempio, ci sono degli scrittori che io considero marginali, come me stessa, perché non fanno parte di un'ideologia prestabilita, non scrivono per rispondere ad attese. Ce ne sono degli altri che vendono di più in traduzione che non nella loro lingua originale. E questo è piuttosto bizzarro, ma si spiega perché rispondono a un'idea prestabilita. Altri ancora non sono stati scoperti, ci vorrà del tempo perché siano conosciuti, e forse non usciranno mai dall'anonimato. Per me è diverso, sfuggo a questa logica ma soprattutto perché sono una donna e non perché necessariamente sono un bravo scrittore. Il fatto di essere donna e libanese mi sta aiutando a farmi conoscere in Europa e forse non sarei mai stata scoperta se fossi rimasta in uno sperduto villaggio della montagna . Ma anche tu veicoli in un certo senso la realtà da cui provieni, sei libanese e di conseguenza evochi la guerra civile. È vero, in un certo qual modo anch'io veicolo la guerra del Libano. Ma basta leggere i miei libri per vedere da che punto ne parlo. Se parlassi di Sarajevo, vi trovereste davanti alle stesse situazioni. Io non rispecchio poi la mentalità secondo la quale i libanesi erano delle vittime civili. Ci sono degli scrittori arabi che dicono che i libanesi erano innocenti e che la guerra era fatta da altri, ma questo è folklore. Io dico invece che in Libano non ci sono vittime e non ci sono innocenti, ognuno ha preso parte alla guerra civile. Non è la guerra degli altri che è passata sul nostro paese, ma siamo noi stessi che dobbiamo assumerci le nostre responsabilità per la guerra che abbiamo fatto, tutti noi. Nei miei romanzi io non parlo soltanto del Libano, o di Beirut, ma della vita della gente, delle ripercussioni di quella violenza sull'essere umano. Tutto questo si può trasformare fuori del contesto libanese. Anche se vivo da anni a Parigi, non dimentico il mio paese. Sono andata via dal Libano perché la mia memoria era troppo carica di dolore e quando sono partita la violenza era al culmine, al suo parossismo. Il rapporto di amore e di passione con il mio paese stava cambiando, cominciavo a odiarlo, allora bisognava allontanarsi. Ma quando finisce una storia e tu esci sbattendo la porta, non vuol dire che tutto sia finito per sempre. Per me è molto importante il rapporto passionale. Se non sbaglio Marguerite Yourcenar per scrivere sull'Europa se n'è andata negli Stati Uniti. Quel che ho visto in Libano mi basterebbe per una trentina di romanzi, ma ora ho bisogno di digerire tutto. Quello che è successo in Libano è immenso e ora ho bisogno di questa distanza, di fare il vuoto intorno a me per poter aprire la finestra e vedere Beirut da lontano. Da lontano ci vedo meglio. Secondo te si è fatto abbastanza in Occidente per far conoscere la letteratura araba? La maggior parte del lavoro di traduzione che si è fatto in Europa e soprattutto in America non si è quasi mai basato sul lavoro dello scrittore, ma sul soggetto della scrittura. Mi spiego, se sono palestinese e questo problema o questa causa è alla ribalta, allora avrò ottime chances per essere tradotta. Anche se sono di un altro paese, ma parlo di quella stessa giusta causa, anche in questo caso potrei essere tradotta. A me sembra che la traduzione in Occidente abbia sempre seguito questo criterio. Prendiamo il caso dell'Algeria: oggi le case editrici sono alla ricerca di scrittori e soprattutto di scrittrici algerine, perché questa tragedia è tristemente alla ribalta, e oggi un libro sull'Algeria si vende bene. Ma io non cavalco questa onda. Se lo facessi sarebbe un fiasco, perché secondo me le ideologie non hanno mai prodotto buona letteratura, soprattutto a lungo termine. Quel genere letterario è destinato a morire e a durare poco, solo per il tempo della moda. Ci sono due strade per vendere i libri: quelli che si vendono molto bene e presto, con una grande risonanza, e quelli che hanno una vita più lenta, ma più seria e, probabilmente, durano più a lungo. È questa la differenza. Ultimamente le traduzioni che si fanno sono migliori di prima e alcune case editrici cercano di oltrepassare i limiti di odiosi stereotipi verso gli arabi e le arabe in particolare. Cosa ti dà più fastidio nello stereotipo della donna araba in Occidente?
Noi donne arabe siamo rappresentate sempre sotto uno stesso cliché dal quale cerco di uscire perché mi fa veramente male. lo sono araba ma non corrispondo affatto allo stereotipo della donna araba. Non posso inventare problemi che non conosco e che tante altre donne come me, musulmane o cristiane, non hanno mai vissuto. Non sono stata costretta a velarmi, non mi hanno obbligata a prendere marito, né tanto meno mi hanno impedito di andare a scuola, non ho sofferto, o neanche sono stata mutilata quando ero piccola. Secondo te gli editori occidentali che genere di libro si aspettano dagli scrittori arabi? Quali sono gli elementi che si dovrebbero mettere in un libro per farlo vendere bene? La ricetta è molto semplice. Vi posso fare un bestseller in una settimana, perché ciò che vogliono è molto chiaro. lo sono una donna e oggi gli editori preferiscono una scrittrice araba. Una donna è più facilmente vittima di un sistema che l'Occidente conosce attraverso scioccanti stereotipi, ben collaudati. La donna deve essere vittima, possibilmente velata, o meglio ancora violentata, maltrattata eccetera. Se poi c'è una storia d'incesto, allora è perfetto e il libro si venderà ancora di più. Dimenticavo che la donna deve soprattutto attaccare la sua religione. Ci vuole una donna araba o musulmana che dica chiaro e tondo che l'Islam è antimoderno e soprattutto contro la donna. La frecciata è per Taslima Nasrin? Sono stata sollecitata diverse volte a dire la mia opinione su Taslima, ma fino a ora avevo sempre rifiutato. Penso di non averne il diritto, io che non sono neanche musulmana. Ma sicuramente il caso di Taslima si ascrive alla moda del momento. Posso però dare un giudizio sul suo romanzò, che non è di nessun interesse. Sicuramente non ci troviamo di fronte a un nuovo caso Rushdie, lui sì che è un vero scrittore, e anche un grande scrittore. Hanno presentato Taslima come scrittrice, ma basta leggere il suo romanzo per capire che è interamente prefabbricata. Si tratta di un'operazione commerciale e lei si è fatta portavoce di una falsa battaglia contro l'Islam. È stata talmente ingigantita che si sente il falso da lontano. Naturalmente, se è stata condannata a morte soltanto per quello che ha detto o scritto, questa è un'altra questione, e a lei va tutta la mia solidarietà. Mi domando poi, se si tratta di una questione di umanità, dato che la poverina è stata ingiustamente condannata a morte: voi in Occidente vi mobilitate sempre per tutti quelli condannati ingiustamente a causa delle proprie idee? Pensate a quelli che stanno morendo oggi in Algeria! E perché non vi preoccupate per esempio dei curdi? Solo perché i curdi non fanno parte di un'enorme macchina commerciale? Basta che una brava donna si metta a dire ingiurie sulla sua religione perché un intero pianeta si mobiliti? È spontaneo il sospetto che la mobilitazione sia piuttosto per vendere il libro di Taslima. Lei non è una vittima, e lo sa bene, ne sono sicura! Se aveva una battaglia seria da sostenere lo doveva fare in altro modo. Ci sono tanti paesi in cui i giornalisti sono condannati a morte per aver parlato male dei loro re o dei presidenti. E voi in Occidente che fate? Ed è ancora più grave perché i re e i presidenti sono più pericolosi della religione, il re può farti perseguitare, torturare, condannare e la polizia di tutto il mondo lo aiuta. Quelli che emettono unafatwa non sono più pericolosi di un re o di un presidente che condanna a morte un giornalista. Perché non c'è stata mai una tale mobilitazione per uno di questi giornalisti? E l'incontro tra Occidente e Oriente, come esce da questo impatto? DONNE E ISLAM/BARAKAT 7 Poiché voi vi considerate dall'antichità grecoromana come appartenenti a una civiltà superiore alle altre, come potete avere delle reazioni paragonabili a quelle stesse di chi emette fatwa di condanna a morte? L'Occidente sta fabbricando delle falsità, e questo ci fa male. Con quello che succede attualmente, il dialogo tra l'Oriente e l'Occidente sarà sempre più difficile, perché in Occidente non si vuole vedere la realtà araboislamica in tutta la sua complessità. La realtà è più complessa dei cliché. Per fare un vero lavoro culturale si deve dare al lettore non quello che si aspetta di leggere, ma quello che non vuole vedere. Lo vedete com'è complicato? Bisogna avere il coraggio di andare in fondo alle cose. Noi assistiamo a un vero scisma tra i due mondi che si stanno separando sempre di più. E anche da quando l'Occidente vuole saperne di più e si è messo a tradurre, non va molto meglio perché, tranne rari casi, la tradizione ubbidisce perlopiù alla domanda del mercato. Non c'è una vera volontà di vedere. È una questione che ci si deve porre sul piano umano, prima ancora che su quello culturale. I popoli non si possono conoscere attraverso gli stereotipi, perché i cliché sono contro la conoscenza. E la macchina che si è messa in moto per Taslima, per esempio, contribuisce solo a rendere più profondo lo scisma tra Oriente e Occidente, e questo è molto pericoloso. Per interesse economico si fabbricano delle persone utili solo a fini commerciali, e forse non si rendono neanche conto di quello che stanno facendo e di quanto stanno contribuendo ad allontanare un dialogo già interrotto. Però poi non ci si può meravigliare delle conseguenze. PerOlovEnquist PROCESSO AHAMSUN pp.216- L. 24.000 La sceneggiatura dell'ultimofilmdi JanTroellpresentatoalFestivaldiCannes di quest'anno. Lefasidelprocesso checondannòilNobelnorvegesein un librodi grandetensione umanità. HalldorLaxness L'ONOREDELLA CASA pp. 112-L. 16.000 niae umorismo,una "fiaba rovesciata", cherispettae ribalta glischemidelgenere, completamente immersanelfolklore d'Islanda.Laxness è Nobelnel1955. Arto Paasilinna ILBOSCO DELLEVOLPI pp.240-L. 26.000 Dell'imprevedibile e fantasioso autore dell'Anno dellalepre, ilnuovoromanzosempreambientato nelleforestenordiche, in fugadal mondo,intotaleimmersionenellanaturalappone. HellaHaasse DI PASSAGGIO pp. 116- L. 18.000 Ritrattodi una ragazzad'oggi,visione diun'amicizia tr generazioni,romanzo di una "vita vagabonda" attraverso l'emarginazione, l'ultimolibrodella più notanarratrice olandese. Via Palestro, 22 - 20121 Milano - Tel. (02) 781458 Fax (02) 798919
8 DONNE EISLAM Assia Diebar DERUBATEDELLASCRITTURA UN ISLAMDISENSIBILITEÀSOGNI Incontro conAntonella Viale Assia Djebar ha quasi sessant'anni, è nata a Cherchell in Algeria e vive a Parigi. Ha collaborato a Al Moudjahid di Frantz Fanon per alcuni mesi e questa collaborazione, oltre alla grande ammirazione per il leader, l'hanno indotta a incontrare e ascoltare un gran numero di donne dell'interno dell'Algeria. La storia femminile e quella del suo paese, non prive di analogie, si intrecciano nei suoi numerosi scritti. Assia Djebar ha diretto, tra l'altro, due film: La Nouba desfemmes du mont Chenoua e La Zerda et /es chants del' oubli, premio internazionale della critica a Venezia 1979. Sono stati pubblicati in italiano: Donne d' Algeri nei loro appartamenti, Giunti 1989; L'amore, la guerra, Ibis 1995. Oggi il romanzo fiorisce ali' esterno del!' Europa occidentale. Gli europei sembrano persuasi di avere visto e, forse, fatto tutto ... La sua opinione sulla crisi? Il mio modo di entrare e uscire dai romanzi moderni consiste nell'analisi dei rapporti tra la lingua, la costruzione romanzesca, il luogo di provenienza. Ciò che mi interessa del romanzo, diciamo, occidentale - perché dopotutto il Maghreb fa parte di questo Occidente - è cogliere il momento in cui, dal secolo scorso a oggi, si verifica una sorta di incrocio tra l'aspirazione alla modernità e un luogo di contraddizione che non appare immediatamente come luogo di fiction. Ecco tre esempi - tutti connessi al Maghreb - che dovrebbero chiarire in modo più ampio la mia teoria dell'incrocio. Inizierò dal primo grande romanziere: il mio compatriota Apuleio, nato nell'Est del!' Algeria, che scriveva in latino, era un grande oratore in greco e senza dubbio parlava berbero. Le metamorfosi dovrebbe essere tradotto in arabo, per dire agli integralisti: è il nostro antenato in letteratura. Molto più tardi Cervantes, arrestato dai barbareschi nel viaggio tra l'Italia e la Spagna, è schiavo ad Algeri per cinque anni. Vive avventure straordinarie, ha la fortuna di tuffarsi in un mondo che è l'esatto contrario del suo: credo che questa esperienza abbia dato vita al primo grande romanzo della modernità. L'ultimo esempio è del 1956 quando, in piena guerra d'Algeria, esce questo romanzo straordinario: Nedjma di Kateb Yacine. 1 Due anni dopo Albert Camus è in lotta contro se stesso - benché abbia appena ricevuto il Nobel, a quarant'anni esatti - per cercare di reintegrare la storia della sua infanzia algerina nel contesto di ciò che definisce un grande romanzo classico alla maniera di Tolstoj. Il lavoro rimarrà incompiuto e verrà pubblicato soltanto dopo trentacinque anni. E ne Il primo uomo2 c'è qualcosa tra il non incontro tra il pied noir Albert Camus e la specie di poeta alla Rimbaud che è Kateb Yacine che mi fa pensare a una sorta di genio romanzesco rappresentato dai due, mi fa pensare all'incrocio di cui parlavo. Che le piaccia o meno, lei rappresenta un simbolo. Si tratta di un ruolo scomodo oppure piacevole? Non mi rendo conto di essere un simbolo. Quando sono in Algeria e vengo riconosciuta per la strada, mi sento piuttosto imbarazzata. Amo vivere a Parigi anche per l'anonimato delle vie cittadine. Da almeno due o tre anni mi accade di alzarrni la mattina e di sentirmi semplicemente felice di essere viva e di essere fuori. Non ho mai messo tende in casa, perché ho bisogno di avere sempre una vista sull'esterno, sull'altrove, sulla gente alla quale forse non parlerei, che forse non capirei. Eppure mi è accaduto sovente, all'uscita di un libro, di avere delle reazioni di lettura che mi sorprendono: più parlo di me stessa in prima persona e più altre donne - in genere magrebine o mediterranee - si ritrovano in ciò che scrivo e che mi appare molto privato, ricordi che appartengono anche a loro. È questo essere un simbolo? No, hélas, vengo da un paese in cui non ci sono abbastanza donne che scrivono, è tutto. Perché? È questa la vera riflessione, sulla chiusura delle società islamiche a causa di contraddizioni molto forti. Il punto è comunque nel divieto del corpo, un divieto che dovrebbe essere analizzato da generazioni di intellettuali, non farò questo lavoro da sola ... Ciò che mi interessa attualmente per le donne, è dimostrare che ci sono due tipi di resistenza. La prima va 1icercata nella forza della tradizione orale che, se non verrà trasmessa, si perderà nel giro di tre generazioni. La seconda consiste nella solidarietà tra tutte le donne di tutti i tipi, colte, scolarizzate, analfabete, per uscire insieme dal nazionalismo, dal villaggio, dalla logica del clan. Sono state derubate della scrittura, in particolare nelle società berbere: l'alfabeto è scomparso bruscamente a un certo momento, è rimasto soltanto tra le Tuareg. Ma le donne parlano e dovunque si troveranno sempre i punti comuni di una specie di recupero della forza delle donne attraverso la memoria. Potrei definirlo femminismo culturale. In alcune delle società islamiche, oggi, i "divieti" sono osservati molto rigidamente. Si tratta di prescrizioni coraniche? C'è il ripudio, per esempio, ma sostengo che si tratta di un diritto condiviso dalle donne. Nel Settimo secolo l'Islam porta ai diritti della donna due o tre punti piuttosto rivoluzionari per l'epoca: il diritto di gestire i propri beni, quello di ereditare e una grande libertà di movimento. La poligamia non era limitata alle società islamiche e c'era anche una forma di poliandria. La donna aveva diritto al divorzio e poteva risposarsi dopo un breve periodo, necessario per verificare che non fosse incinta del marito. Era un sistema in cui il diritto dei due sessi si equilibrava un poco in una società comunque separatista. Siamo completamente al di fuori della tradizione cattolica o cristiana, in cui il peccato è legato alla sessualità. Altro esempio: il velo non è prescritto al Corano. Nasce come raccomandazione per le mogli, poi vedove, del Profeta e viene esteso alle spose dei sovrani e dei potenti. Quindi - a seconda dei periodi e dei paesi - diventa una moda, poi una pratica più o meno rigorosa. È evidente che il giro di vite che sintetizziamo nel vocabolo divieti ha l'obiettivo di impedire alla donna di gestire i propri beni, di avere quella maggioranza economica che le era stata data sin dall'inizio e che la donna occidentale-cristiana non ha avuto per molti secoli. Si è parlato di separatismo anche a proposito delle donne algerine, protagoniste della resistenza e messe da parte con la liberazione ... In ogni paese gli eroi si stancano presto, non c'è ragione per cui non accada anche alle eroine. Direi che l'accettazione del ritorno a una vita ordinaria faccia addirittura parte del ruolo. Nel mio paese, però, si sono verificate due realtà molto diverse. Nelle città le eroine erano studentesse, ragazze che provenivano dalla media borghesia e, dopo il 1962, hanno avuto una fo1mazione
professionale e ruoli di responsabilità: insegnanti, quadri ministeriali. Inoltre si sono sposate, hanno avuto figli, hanno dovuto accettare un certo imborghesimento. Direi che hanno partecipato alla formazione del genere di società che, nel contesto cittadino, quel tipo di socialismo autoritario aveva elaborato ali' inizio. Nelle campagne le cose andarono diversamente sin dall'inizio. I partigiani erano stati aiutati dalle contadine, trasformate in agenti di collegamento. Alla discesa dalle montagne quelle stesse ragazze - tutte molto giovani - erano state giudicate non sposabili proprio dai capi partigiani, che avevano dei dubbi sulla loro verginità ... Questi ultimi sono stati ben felici di accasarsi con le figlie dei borghesi che avevano vissuto rinchiuse la guerra di liberazione. La messa al bando, la marginalizzazione di coloro che avevano corso i rischi più gravi è venuta dal profondo della società ed è stata unanime. Così le ragazze hanno svolto ruoli di rappresentanti del partito, di amministratori pubblici eccetera, ma si sono stancate in fretta, amareggiate dalla marginalità in cui erano state relegate. In molti casi, poi, erano analfabete e prendevano una pensione, ma non sono mai state reintegrate. Tutto questo è stato occultato, benché i giornali francesi degli anni Settanta abbiano scritto, un po' frettolosamente: "le algerine sono state derubate della loro partecipazione alla guerra". La realtà è più sfumata: sino all'inizio degli anni Settanta la maggior parte delle donne ha continuato - nelle città - a ricoprire un ruolo importante, anche soltanto nella vita di quartiere. Poi il regime autoritario ha tentato di boicottare le associazioni femminili: Boumedienne, nel 1970 o nel 1971 pubblica uno statuto della donna che le militanti trovano non progressista. Si oppongono, manifestano, ma - sfortunatamente - il loro successo avrà vita breve. Lo statuto del 1984 sarà ancora più reazionario e la repressione antidemocratica contro il movimento femminile più avanzato passerà. Mi accorgo di aver fatto un "bignamino" sociologico ... Ha vissuto personalmente situazioni drammatiche o di pericolo? Ho fatto la guerra a Parigi, all'interno del movimento abbastanza ampio degli studenti algerini che si trovavano in Europa. Per le strade di Parigi mi sono sovente trovata di fronte a quelle situazioni difficili che, a vent'anni, si vivono come un gioco, con la leggerezza e la felicità dell'audacia, ci si ride sopra .... al punto che non mi è mai passato per la mente di trasformarle in soggetti di letteratura eroica. Sono stata, però, segnata per sempre da due fatti personali che mi hanno impedito, in seguito, di prendere posizioni politiche. Nel luglio del 1956 sono stata testimone del primo regolamento di conti a colpi di mitra tra movimenti rivali all'interno del nazionalismo: l 'Mna e l 'Fln. Quattordici cadaveri in un caffè del centro di Parigi e il mio fidanzato avrebbe dovuto essere il quindicesimo. Era arrivato tardi ali' incontro perché lo avevo costretto ad accompagnarmi a un concerto di Mouloudji. Eravamo appena all'inizio della guerra e già i partigiani si sbranavano tra loro. Il secondo episodio è più banale e risale al 1958 quando lavoravo a Tunisi con persone straordinarie come Frantz Fanon e tre o quattro capi-simbolo della Resistenza. Li immaginavo come eroi puri, che avevano combattuto e si erano ritirati nel silenzio, rifiutando cariche politiche. Vederli nella quotidianità - a ventidue anni - è stato dissacrante e traumatico. La mia breve attività giornalistica è rimasta limitata alla collaborazione con Fanon, ma sono rimasta al di fuori dell'impegno di primo grado nella letteratura e questo mi ha risparmiata parecchio. Sono rientrata in Algeria il giorno del voto per l'indipendenza e ho capito in quel momento che non avrei mai partecipato a un'azione di guerra, non sarei mai stata un bombarola. L'esDONNE E ISLAM/DJEBAR 9 sere stata risparmiata mi ha permesso di rimanere ali' interno di una specie di sogno, ma di vedere bene e descrivere la realtà. Con questo linguaggio così prezioso, ornamentale e al tempo stesso preciso nei dettagli, tipico degli autori che provengono dal Maghreb ... Come romanziera, non posso fare a meno di partire dall'Islam vissuto dalle donne, nella mia infanzia, nel mio ambiente e questo Islam vissuto al femminile è materiale inestimabile di poesia, sensibilità, immaginazione e, al tempo stesso, causa di dolore e frustrazione. Se scrivessi in arabo dovrei pormi i problemi della desacralizzazione della lingua, ma scrivo in francese, che è già laicizzato, quindi porto a questa lingua la memoria del vissuto islamico come materiale di sensibilità e sogno. Non posso fare altrimenti. Sarebbe come chiedere a un autore di estrazione cattolica - in nome della laicità - di tagliare via i personaggi dell'ambiente in cui ha vissuto da bambino. Se le dico "Mediterraneo luogo comune", pensa a una cultura comune, a un bene collettivo, oppure a un cumulo di banalità? Direi che si tratta di un luogo comune nel senso della condivisione delle memorie e del lungo passato - a volte di scambi, volte conflittuale - che abbiamo. La maggior parte delle volte è stato conflittuale, ma credo che fare chiarezza, oggi, sui quei conflitti passati attraverso i mezzi culturali che abbiamo a disposizione sia il modo per trovare una cultura veramente mediterranea e transnazionale. Il nazionalismo culturale del Sud rappresenta il ritorno dei vecchi demoni ed evidentemente porta la violenza e tutto il resto. Quindi abbiamo veramente bisogno di questa comunanza, di questa revisione collettiva dei nostri passati, rappresentati correttamente, senza maquillage. Note I) Kateb Yacine, Nedjma, Jaca Book 1983 2) Albert Camus, Il primo uomo, Bompiani 1994
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