collega che cura la ferita di un prigioniero alludono alle infinite sofferenze, privazioni, promisquità e malattie di migiaia di corpi costretti negli stessi gulag. Paesaggi semplificati fatti di linee verticali e orizzontali come i campi di battaglia, quando i soldati vivi si aggirano fra i morti, come gli universi concentrazionari descritti da/ disperati di Sandor di Miklos Jancho. Uomini e alberi e uomini che segano alberi, come ho visto fare solo un mese fa a Gorazde, la città-gulag, dove da 4 anni manca la luce, l'acqua, il telefono, la benzina, e dove l'unico rumore è quello delle scuri che spaccano grandi cataste di legna per cucinare e per scaldarsi. Mentre i prigionieri austroungarici vengono esibiti per le vie di Mosca, prima della deportazione, c'è chi passa vicino alle barelle addirittura sussiego, col bastoncino del passeggio. Tragedia "urbana", come a Sarajevo. Osservate in moviola, le immagini mostrano le guardie russe che spintonano brutalmente la massa enorme dei prigionieri, "schiacciata" fra i palazzi dello zar. Alla fine la folla dei vinti si mette in moto. Sfilano a migliaia, salutando con i berretti la cinepresa, avanzando a ondate verso chissà quale destino. Masse fitte come pioggia come quelle, migranti, dei quadri di Boccioni intitolati Quelli che vanno, Quelli che vengono .... I tagli del montaggio ci dicono che si tratta di un gregge enorArchivio Forabola SULLAGUERRA/LOMBEZZI 7 me, non censibile, di un piano sequenza sterminato come i fronti e i cimiteri della guerra mondiale. I soldati marciano e alle loro spalle appare il fantasma che attraversa tutto il film, un orizzonte vuoto, un cielo bianco come un lenzuolo. Uno sfondo sul quale i soldati in marcia avanzano come macchie che la Storia si appresti a spazzare via. Altre macchie avanzano sulla superficie diafana di un lago e i cannoni sollevano colonne d'acqua alte fino al cielo senza arrestarne l'avanzata. Nella scena finale gli uomini, una lunga fila di uomini sulla neve, scompaiono improvvisamente, resta solo un cannone che bombarda un campo innevato curvo come il mondo, tracciando la prossima frontiera, la prossima "prima linea". Potrebbe essere all'inizio del secolo sul Carso, oppure adesso, alla fine del secolo sul "tetto del mondo" dove India e Pakistan combattono da anni una surreale guerra di confine contendendosi a 5.000 metri d'altezza, orizzonti di ghiaccio disabitati dal!' inizio del mondo. Le esplosioni delle granate si levano dalla neve come geyser. La guerra come vulcano, come fenomeno "geologico", naturale, che sprofonda in una regione o in un'epoca per riemergere in un'altra, al di là di ogni spiegazione, di ogni logica storica, economica o politica. Un fenomeno gratuito e irresistibile, come un istinto.
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