Linea d'ombra - anno XIV - n. 114 - aprile 1996

DENTROILVILLAGGIOGLOBALE PRIGIONIERDIELLAGUERRA DILUCCHIRICCIEGIANIKJAN MimmoLombezzi Un taglio al centro di una superficie piatta. Una fossa, in mezzo a una pianura che potrebbe essere ovunque, dalla ValPadana al Caucaso, dalla Pannonia alla Siberia più estrema. E in fondo alla fossa uomini che ogni tanto guardano verso la cinepresa e poi verso l'alto. Nel cielo bianco, oltre il mucchio di terra che circonda la fossa, altri uomini avanzano di corsa come fantasmi, trascinando fantocci che appaiono più grandi di loro e perdono le braccia, le gambe, i risvolti delle divise, gli stivali. Li trascinano alla sepoltura come si trascinano i prigionieri alla fucilazione, con furia, ma i soldati morti si allungano e le membra si aggrappano al terreno come se opponessero un'estrema resistenza. Poi, quando li sollevano nel volo finale, aprono braccia e gambe e precipitano, con un tuffo lentissimo e gesti insensati, a volte melodrammatici. Gesti che sembrano alludere a qualcosa, salutare qualcuno e in realta sono dettati solo dalla gravità, dal- !' attrazione fatale della fossa. Il montaggio, in ralenti, li trattiene a mezz'aria come volesse ricordare, uno per uno, questi soldati senza fortuna, prima che diventino terra, prima che si ammucchino, riihbalzano, sulla massa dei compagni, che continua a crescere. I becchini, in fondo alla fossa, devono districarli, tirare fuori di nuovo braccia e gambe e metterli in ordine, gli uni accanto agli altri, in una fila interminabile che avanza verso lo schermo. Come sempre attorno a scene come queste c'è gente che non fa nulla, che guarda un po' nella terra, un po' verso la cinepresa e ogni tanto sorride, come dire "Che ci facciamo qui?". Come comparse finite nel film sbagliato, "catturate" dall'inquadratura del nemico. Prigionieri della guerra, di Angela Lucchi Ricci e Jervant Gianikjan, è un film fatto con vecchie immagini del 1914 o 1915: soldati austriaci esibiti sulle piazze e deportati verso la Siberia, zingari raccolti in branchi prima di essere fucilati come spie, caduti gettati nelle fosse comuni ... immagini di repertorio, che scopriamo di aver già visto migliaia di volte, frammentate nei telegiornali che raccontano la guerra nei Balcani. Anche lì, la macchina militare appare come una gigantesca centrifuga che sposta e mette in circolo masse umane sempre più grandi: soldati, profughi, orfani, prigionieri, cadaveri ... La "materia prima" di quello che Franz Werfel chiamava il "mulino della guerra". Negli occhi di coloro che stanno per essere trascinati nell'ingranaggio si legge lo stesso stupore, che oggi appare ancora più grande, non solo perché la guerra nei Balcani è apparsa come un "remake" crudele e insensato della Seconda guerra mondiale, ma anche perché quel conflitto era stato consegnato alla Storia da mezzo secolo di film, che sembravano in qualche modo averlo spiegato, "messo in formalina". Quando i suoi fantasmi si sono risvegliati, avidi di sangue, la guerra è stata vissuta da coloro che l'hanno subita come un "set" nel quale si era finiti per caso, ma dove gli avvenimenti, "le sequenze" si concatenano automaticamente, trasformando in comparse, e spesso in vittime, quelli che sino a pochi giorni prima si credevano ancora spettatori di eventi "altri", da telegiornale, da film. Come Mirshad, uno "stuntman" che lavorava nei film italiani sul!'Afghanistan, ambientati sulle colline aride di Mostar e al1'improvviso si trovò a schivare granate vere nel centro della sua città... Come gli abitanti di Zagabria che assistevano alla Tv al bombardamento di Karlovac a soli 40 km di distanza, e un bel giorno udirono le sirene salire al cielo e le bombe a frammentazione B4 scendere sulla città. Come la gente di Sarajevo, spettatrice e prigioniera del villaggio "più globale" che sia stato inventato dopo Auschwitz. Eppure c'è una differenza che emerge confrontando le vecchie immagini della prima guerra mondiale con quelle della Bosnia e della Croazia. La Jugoslavia, proprio perché fa parte dell'Europa, appartiene completamente, da anni, al villaggio dei media. In tutta la guerra, dalle prime linee alle retrovie, c'è una "confidenza" con le telecamere che non c'è mai stata in altri conflitti. Anche si spara sulle troupe che raccontano troppi massacri, la presenza della Tv è data per scontata. Un dibattito in diretta fra Karadzié e Izetbegovié è non a caso l'ultimo tentativo di scongiurare l'apocalisse. Davanti alle telecamere si prendono gli impegni più solenni, salvo poi smentirli sul campo. Davanti alle telecamere si umiliano i prigionieri e si esibiscono gli ostaggi. Davanti alle telecamere si aprono addirittura i lager, pensando che basti qualche "ritocco scenografico" per ingannare il mondo. Da piccoli dettagli, però, emerge l'orrore che troverà, tre anni dopo, conferma nelle fosse di Srebrenica. Questo maquillage rnediologico è il vero paradosso della guerra nei Balcani, per cui il conflitto più "asiatico" che sia stato combattuto in Europa, a tratti ha un andamento da telenovela. Karadzié gioca a scacchi con Mladié, per dissipare ogni voce di dissenso, oppure, di fronte ai racconti terrificanti della pulizia etnica esibisce il suo lato privato. "Non sono mica Saddam Hussein, io sono un medico, uno psichiatra, un uomo che ha dedicato la vita al proprio popolo. Se ci sono stati dei criminali saranno giudicati dai nostri tribunali" ... Izetbegovié tuona contro l'indifferenza dell'Occidente, lancia l'allarme sulla minaccia di genocidio che incombe sul suo popolo, evoca "lo spirito di Monaco", ma il lessico, spesso ricade senza volerlo nella banalità televisiva: "Se non per Ko, vinceremo ai punti" ... Eppure non è un match quello che si sta giocando, è il destino di un popolo. I teschi di Srebrenica fanno alla fine cadere il sipario dei media. Il maquillage si dissolve. Le fosse comuni appaiono nude e urlanti come quelle filmate ottant'anni prima in Prigionieri della guerra, e trent'anni dopo ad Auschwitz. Un film che lascia sgomenti, in cui la cinepresa è una macchina del tempo che azzera un secolo di "progresso". Il fumo che avvolge il treno dei deportati e riempie lo schermo puzza di lager, di cenere umana. E puzzano di lager gli orfani che fanno la lotta o i prigionieri che mangiano, ballano e si fanno la doccia. Tipiche ossessioni igieniche di tutte le colonie penali in cui la ginnastica o i bagni - esibiti alle visite della Croce rossa - tradiscono la loro natura profonda di macchine per gestire, controllare e distruggere "bestiame umano". La mazza che sfonda il cranio di una mucca in campo di prigionia, è in realtà la scena di un'esecuzione. Il medico che estrae qualcosa dal fianco di un cavallo e il suo

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