Linea d'ombra - anno XIV - n. 114 - aprile 1996

Elvis Presley.Foto Saverio LoMedico/ Farabolafoto. cisi durante l'ascensione della scogliera di Quebec, allora "poco male se cadono". Con loro, Wolf non può perdere. Penso sia un'idea interessante: soldati che cercano di dare il meglio di sé mentre il comandante scrive quel genere di commenti alle loro spalle. È un comportamento che solleva alcuni interrogativi sulla natura del Canada. Gli highlander avevano combattuto nella guerra di indipendenza americana e a questo proposito esiste un'ottima letteratura; alcuni lottarono al fianco degli americani mentre altri erano dalla parte degli inglesi. Di notte cantavano canzoni in gaelico, gli uni all'indirizzo degli altri, spiegando perché l'altro gruppo fosse dalla parte sbagliata, un po' come Tokyo Rose. Perché, ancora una volta, parlavano una lingua che non era I'inglese, cioè la lingua più diffusa tra i combattenti della guerra di indipendenza e la più condivisa in quel periodo ... Trattando questa storia mi sono imbattuto in alcuni aspetti della guerra del Vietnam, dove ci si interroga allo stesso modo se coloro che andarono a combattere per la causa americana fossero i coraggiosi o gli stupidi, e se quelli che vennero in Canada fossero i più lungimiranti o i meno patriottici. Sono anche molto interessato al concetto di linguaggio e a cosa significhi per coloro che sono muti o che magari non conoscono la lingua giusta. C'è la tenINCONTRI E RITORNI/MACLEOD 71 <lenza, in alcune persone, a pensare che tutte le altre persone che parlano una lingua differente, qualsiasi essa sia, si esprimano in modo inintelligibile. Questo è ovviamente falso. Le mie origini linguistiche sono gaeliche e quando gli highlander lasciarono le loro terre, nonostante l'importanza di tutto ciò che successe, nella lingua non è rimasta alcuna traccia e io trovo quasi commovente che a cacciarli fossero popoli di lingua inglese, i quali chiamavano il gaelico lingua irlandese, che è poi inintelligibile. L'interpretazione degli scambi comunicativi di questi popoli fu denigrata, poiché la gente non capiva ciò che essi dicevano. Probabilmente quello che accade sempre ai popoli conquistati. Oggi leggevo una cosa interessante, in una recensione sul "New York Times" di un libro intitolato Bullwhip Days, su un progetto occupazionale degli anni Trenta, quando Roosevelt mandò degli intervistatori nelle zone agricole del Sud a incontrare coloro che erano nati in schiavitù. Il libro è curato da un tale James Mellon e la cosa interessante è che gli schiavi non hanno mai scritto libri né racconti, perché non avevano, come afferma lui stesso, "né lingua né tempo". Nel libro, un ex schiavo afferma che la schiavitù si può capire solo dopo averla vissuta, che bisogna esserci dentro: ma dov'è il racconto? C'erano dodici milioni di schiavi, ma dov'è la loro voce? Tutte le descrizioni sono eseguite da

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