Linea d'ombra - anno XIV - n. 114 - aprile 1996

68 SULNULLA/NATOLI viene all'indeterminato nulla. Che poi è il tutto: il nulla come mistero del l'essere. Il nulla della provenienza si dà dunque a vedere come un qualcosa di radicalmente diverso dal nulla della negazione/giudizio, logica o esistenziale che sia. Il nulla viene qui a coincidere con l'infondatezza stessa dell'essere o, per meglio dire, con la manifestazione dell'essere come libertà. Potenza a essere e a non essere. E perciò anche impotenza. Non è un caso che la letteratura religiosa contemporanea abbia a lungo indugiato sull 'impotenza di Dio. Ed è una via che Givone a suo modo percorre e ripropone. Basta leggere la sua riflessione intorno a un'incisione di Dlirer. La redenzione non coincide affatto con la salvezza, ma tutt'al più con la memoria del dolore: "L'ultima nemica, la morte, è stata vinta, ma questa vittoria paradossalmente (e tragicamente) non fa che confermare l'ultimità, l'inoltrepassabilità ... Salvezza e conservazione sono in fondo la stessa cosa: salvare da servare. Salva lafedeltà alla memoria, dell'irreparabile, dell' insostituibile, del non compensabile [corsivo nostro]; che essendo stato, non può più che essere se stesso, e soltanto in quella forma sua propria (che grida scandalo e non vuole consolazione) mostra simultaneamente il suo volto altro, capax redemptionis (p. 87) Dio è la conservazione eterna della perdita" (p. 87). Da questo punto di vista Dio non è affatto il fondamento del mondo, ma il mondo esposto nell'assenza del fondamento. L'ente vacilla tra essere e non essere, sospeso a una decisione libera per l'essere contro il nulla. In forza di quale forza? Singolare questa frase: esiste un prima dell'essere come decisione libera per essere contro il nulla. Il nulla della provenienza in quanto precede l'essere della determinazione è non essere rispetto a essa. Tuttavia in quanto libertà contro il nulla ha vinto già da sempre il nulla e perciò in qualche modo è. Non è al modo dell'ente, e come tale "non è": non è nel significato che non cade nelle mani dell'uomo, ma appartiene all'essere come Ab-grund, come gratuità. Questa gratuità, questo inafferrabile nulla è "la divinità oscura che dilegua". Nella morte del Dio svanisce il Dio dell'ontologia e l'ente emerge sullo sfondo della pura gratuità. È allora evidente perché di questo nulla si può dire proprio tutto: che è bene e che è male, che è Dio e non è Dio. E la salvezza è dannazione. In questo quadro la redenzione non è più liberazione dal pianto e dalla morte, "ma l'esibizione dell'intrascendibile verità della sofferenza e del dolore. Perciò il risorto sta lì, sul luogo della sua passione, come negandosi a quella trionfale salita al cielo che la vittoria sulla morte sembrerebbe comportare e addirittura esigere" (p. 88). Nella croce il dolore è vinto, eppure è anche eterno: dignità divina della sofferenza, ma anche sofferenza insanabile, incancellabile. YHWE non asciuga più le lacrime sul volto degli uomini, non annulla la morte. Che differenza corre dunque tra Dio e l'inferno? Il logos si dissolve definitivamente nell' alogon. E così all'infinito. Il libro di Givone ha pagine forti, come quelle dedicate ai mistici ove Dio prende il volto del nulla e solo come tale è Dio. E non può essere altrimenti. Se non fosse nulla dovrebbe essere qualcosa, ma non sarebbe più Dio. "E se non è né bontà, né essere, né verità, né Uno, che cosa è dunque? È il nulla(' er ist nichts nicht'), né questo, né quello" (p. 64). E se Dio si disegna come nulla, è a suo modo divino il nulla di Leopardi: è la percezione del senza fondo, è esperienza estatica delle cose, tra vanità e incanto. Belle infine le pagine su Montaigne. La nostra vita è attraversata dalla separazione e dal nulla: il mondo è agostinianamente regio dissimilitudinis. "La natura appare enigmatica e insondabile, proprio perché infinitamente altra rispetto a Dio". Ma appare anche come campo di "inquisizioni senza fine perché è altra rispetto a se medesima". Eppure l'uomo non deve far altro che riconciliarsi con se stesso "ritrovarsi a casa propria nella stessa regione della dissomiglianza" (p. 73). È qui un passaggio chiave. Prendo avvio proprio da Montaigne per sottolineare le mie affinità, ma anche la mia distanza dalla meontologia di Givone. Le corrispondenze che mi pare di avere con l'autore attengono alla fenomenologia degli affetti, ma soprattutto all'imponderabilità del mondo. E tuttavia con una diversa curvatura. Appunto nella direzione di Montaigne, così come la tratteggia lo stesso Givone: "l'unico afferramento possibile dell'idea di universalità è attraverso l'evidenza che tutte le cose sono differenti... Paradossalmente, l'unica legge accertabile è quella che esclude la possibilità di accedere al regno della legge, dove l'intero creato appaia come illuminato ex alto. Tuttavia pur sempre di una legge si tratta ... legge di un infinito senza trascendenza" (p. 68). L'andamento del mondo non è giustificabile altrimenti che dal suo stesso andare. Per non perdersi l'uomo ha bisogno di legge, ma non ha nulla di meglio da fare che divenire legge a se stesso. L'uomo non può decidere nulla circa la sua contingenza se non governarla. E nel contempo accettarla, dal momento che c'è dell'essere piuttosto che njente, e se nulla fosse sarebbe impossibile la stessa interrogazione sul nulla. Quel che è esiste non è affatto garantito, è semplicemente esposto. Tuttavia fino a che esiste è sufficiente a se stesso. II nulla della provenienza nulla toglie e nulla aggiunge alla pura esposizione al nulla che noi siamo. Né il dolore che attraversa la vita può guadagnare senso al di fuori della capacità che gli uomini hanno di dominarlo. Senza con ciò pretendere di vincerlo. Non resta che la decisione e la lotta. Questa indicazione ci viene proprio dall'uomo tragico: la crudeltà del divenire è l'innocenza. Ma quel che nella physis è generante ebbrezza nell'uomo si svolge in dilemma. È del tutto improbabile che l'uomo possa sciogliere i dilemmi dell'esistenza. A fronte dell'enigma è necessaria la decisione, la capacità di darsi una forma e prevalere sull'immane. Evidentemente fino a che si prevale. L'ente appare nella luce dell'essere dice Heidegger: "La luce dell'essere, la sua verità, è il nulla (il nulla del fondamento), e perciò l'ente si offre liberamente all'uomo" (p. 201 ). Che l'essere dell'essente appaia nella luce del nulla significa che appare nella sua gratuità, libertà. Qui la pura evidenza del niente. Bene, e allora? Cosa tutto questo significa? Cosa comporta? Certo l'uomo deve trattenersi nel nulla, non può ipostatizzare l'essere e neppure se stesso. Ma non può neppure ipostatizzare il nulla. Se così è, non resta che l'accettazione della contingenza, lo stare sulla linea, sulla soglia del tempo, fedeli alla terra, acrobati sul1'abisso. I tragici lo hanno insegnato per primi. Nietzsche è colui che più di altri ha compreso il loro messaggio. A noi che, come dice Eschilo, siamo uomini d'un giorno, ci tocca il destino di signoreggiare l'effimero. Lì ove ci accade d'essere. Un luogo che verosimilmente nessun Dio venturo verrà mai a visitare. La meontologia di Givone espone l'ente a partire dalla sua infondatezza. Quel che esiste è esposto al nulla e nulla lo garantisce. Una meontologia di tale natura può essere perfettamente condivisa. Non oltre. Infatti comincia a esserlo meno se l'Abgrund, se il senza fondo della provenienza, viene cripticamente entificato, se il nulla viene impropriamente colorato d'essere. E proprio nel momento in cui l'essere viene depotenziato nel suo stesso significare. La ridondanza del nulla non è meno pericolosa della pienezza dell'essere: è solo più imprecisa. Per sciogliere queste ambiguità non c'è che da proseguire il discorso. Il libro di Givone riveste, da questo punto di vista, un significato decisivo. Decisivo per lo spessore teorico; decisivo perché consente, i grazia dell'ampiezza dei suoi stessi percorsi, un'inedita esplorazione del nulla. Fino a ora non ne avevamo avuto la possibilità. Il libro di Givone ce la offre.

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