Linea d'ombra - anno XIV - n. 114 - aprile 1996

Nicola Gallerano e Piergiorgio Giacchè. Cracovia 1993. zione sempre più onnicomprensivo, la vedeva come una spia della tirannia del presente per la quale il passato costituisce sempre più uno strumentale criterio di legittimazione. Tutto questo Nicola aveva analizzato e studiato prima e meglio degli altri, guardando con curiosità alle esperienze e ai dibattiti che si erano svolti in proposito all'estero e facendoli conoscere da noi. Era consapevole, naturalmente, dei limiti di un qualsiasi intervento per conquistare o rettificare il senso comune o storiografico prevalente: e di come tanta più facilità avessero nell'affermarsi posizioni rozze o strumentali, grossolane e poco motivate se però difese e magari "gridate" da nomi conosciuti in prestigiosi e sia pur poco autorevoli spazi mediatici. Questo lavoro, per Nicola, costituiva insieme una lotta contro I' establishment, contro l'accademismo e il potere dei mandarini, contro la superficialità dei giornali, contro la strumentalizzazione di chiese e partiti; ma anche contro l'ignoranza dei colleghi più anziani, dei coetanei e dei giovani, l'acquiescenza della maggioranza degli insegnanti, il disinteresse del cosiddetto pubblico colto per quanto gli veniva proposto, il gusto della moda e della finta provocazione, della bella frase a effetto. Le istituzioni, quelle culturali in primo luogo (università, scuole, centri di ricerca, istituti di studio e divulgazione, pagine e trasmissioni culturali, riviste scientifiche e didattiche), costituivano per lui il terreno in cui era possibile, se non vincere, essere presenti e far sentire ogni tanto la propria voce: con fatica e tenacia certo suPERGALLERANO/FLORES 5 periori ali' ascolto che si poteva ottenere e tuttavia senza rimpianti e rimorsi per il tempo dedicato a queste attività. Nell'università criticava soprattutto il comportamento della sinistra, incapace culturalmente e organizzativamente di ipotizzare una vera riforma e un modello alternativo, e spesso moralmente corresponsabile del degrado dell'insegnamento e della funzione docente. Una volta che gli capitò di essere nominato membro di una commissione di concorso previde amaramente che si sarebbe fatto "cento nemici e un ingrato", ma non si tirò indietro da un compito istituzionale che viveva, come pur fece in altre occasioni, come affermazione di rigore e di buon senso. Nicola non era solo, e neppure prevalentemente, uomo politico, pur se il tempo che la tanto fortemente sentita responsabilità dello storico gli faceva sottrarre a famiglia e amici era sempre maggiore di quanto l'una e gli altri avrebbero voluto. Nicola era una persona allegra come poche e piena di gioia di vivere. Chi l'ha conosciuto ricorda come amasse (e sapesse) cantare e ballare, giocare coi figli propri e altrui, viaggiare, tifare il football e calciare quando fosse possibile. Ha vissuto la propria generazione, quella nata all'inizio della guerra e che aveva già terminato gli studi nel 1968, con una generosità, un dinamismo e una curiosità rare. È così che lo vedevano e l'hanno amato gli amici più anziani, i coetanei, i colleghi più giovani, gli allievi che per anni si sono formati alla sua sapienza critica e alla sua calda umanità.

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