66 SULNULLA/NATOLI DALLAPARTEDELNULLA STORIADELNULLA DISERGIOGIVONE Salvatore Natoli Il libro di Givone non parla del nulla, al contrario cerca di prendere parola "dal nulla" o quanto meno cerca di portare il nulla a espressione. Posta la questione in questi termini, si può dire che Givone cerca di aggirare il divieto di Parmenide - o almeno del Parmenide della recezione platonica - secondo il noto frammento: "del non essere non ti permetterò/ né di dirlo né di pensarlo. Infatti non si può né dire, né pensare/ ciò che non è" (fr. 8, vv. l l-13). li nulla di cui parla Givone certo non è un qualcosa che si possa esattamente determinare, non è "ente", e perciò non è neppure necessario entificarlo per dirlo. Al contrario, il nulla si coglie come profilo estremo dell'ente, ciò a cui l'ente stesso accenna a partire dalla sua mancanza, dalla precarietà del suo essere che rinvia a un'inafferrabile provenienza. Una provenienza che non possiede l'evidenza dell'essere, che è potenza a essere prima ancora d'essere. L'ente finito evoca costantemente il nulla come il suo "non". Il "non" che l'esistente indica e a cui rinvia non è: non foss'altro per il fatto che non può essere detto secondo la determinatezza dell'ente. Il nulla si annuncia nella miseria dell'ente,_ ma in qualche modo, è anche la potenza che libera l'essere. E, come dice Givone, l'essere della libertà che non fonda neppure se stessa, eppure è origine. Si dà a vedere in quanto si ritrae. Si inaugura qui un singolare gioco delle parti tra mistica ebraica e gnosi. Di questo riulla non si può dire alcunché e si può dire tutto. Si può dire che è essere prima di essere, ma che proprio per questo è non essere. Il nulla viene dunque a mostrarsi come mancanza e insieme come eccedenza: soprattutto come eccedenza rispetto al pensiero. La meontologia di Givone si muove entro quel clima teoretico inaugurato dalla metafisica neoplatonica dell'uno con dolenti coloriture di gnosi. Si tratta di un nulla precategoriale quale si rinviene nella notte dei mistici, oscura e insieme abbacinante: visione e cecità. È il nulla della nudità della croce ove c'è Dio e nello stesso tempo non c'è più. Questo nulla ritorna nell 'alogon della poesia, nell'ultimo Dio di Heidegger. Givone percorre queste vie. Sulle tracce del nulla. Più esattamente è il nulla che ci mette sulle sue tracce, che attende un nome perché non naufraghi il senso. Qui il cristianesimo di Pascal, forse anche quello di Givone: quest'ultimo, però, senza più paradiso, senza salvezza, credo, senza resurrezione. Un cristianesimo quanto basta per rendere nominabile il dolore e non fare del tutto naufragio. L'aspirazione al senso lo vieta. Da questo punto di vista il libro di Givone è un'occasione per un serio meditare, per un serrato confronto tra dicibile e indicibile, tra la costante dichiarazione dell'infondatezza del tutto e il tentativo di ancorarlo a una libertà. Una libertà non meno infondata di quel che lascia essere e tuttavia evocata quasi come una necessità, il sine qua non, senza di cui la perdita di senso. Una posizione questa originalissima. Ed è originale a partire dalla semantica stessa del nulla che qui non si costituisce affatto - come di solito - in opposizione all'essere, ma al contrario, si disegna come l'orizzonte che rende possibile l'essere stesso. In questo caso il significato originario e primo del nulla non coincide affatto con la negazione di ogni singola determinazione, bensì è da intendere come il luogo/non luogo del provenire cometale. Da Platone in avanti - ma in questa tradizione Givone include anche la filosofia presocratica - il niente è pensato sempre a partire dal positivo: il niente è sempre niente di qualche cosa: un fulmine abbatte l'albero e allora si dice che l'albero "non c'è più", un vaso cade per terra e allora si dice che il vaso "non c'è più", un uomo muore e allora si dice che l'uomo "non c'è più". Da questo punto di vista il nulla presuppone l'essere e trae il suo stesso significato dalla sua opposizione a esso: il nulla è appunto "non ente" e proprio per questo niente. In questo quadro l'essere precede il nulla e il nulla è possibile solo in quanto annientamento di ciò che è. Esemplare da questo punto di vista è la semantica severiniana dell'ente a cui fariferimento lo stesso Givone allo scopo di infirmarne la validità. Certo Severino esclude che l'ente, ogni ente, possa andare al niente, dal momento che l'essere ( = la totalità degli enti) si costituisce come originariamente opposto al nulla. L'impossibilità che l'essere vada al nulla per Severino non comporta affatto che il nulla non abbia significato. Al contrario, il nulla proprio in quanto opposto all'essere ne è anche deposto o è posto come tolto. li fatto che l'essere non può andare al nulla non priva il nulla del suo significato di "non essere". Per Severino, infatti, la follia dell'Occidente risiede nel fatto di assumere come evidente il divenire, vale a dire il passaggio dall'essere al nulla e viceversa: l'identificazione contraddittoria e impossibile tra nulla e essere. Evidentemente una tale contraddizione non potrebbe mai darsi se il niente non significasse appunto non ente e il divenire, perciò stesso, l'identità di essere e non essere. Mi è parso necessario riassumere per sommi capi la posizione di Severino poiché è Givone stesso a chiamarla spesso in causa. E non poteva essere altrimenti dal momento che lo sforzo di Givone è proprio quello di sottrarre il nulla alla semantica classica del niente(= non ente) che trova in Severino una delle sue più lucide esposizioni? Per Givone al contrario, l'essere, come incondizionata premessa, è tutt'altro che evidente. Evidente è invece lo sconfinare dell'ente, il suo perdersi. Il nulla si rende manifesto come un male attivo, come una potenza. L'albero abbattuto non è semplicemente qualcosa che va al nulla, ma è abbattuto dal nulla, da quel nulla da cui poi di fatto proviene. Il nulla della dissoluzione priva l'ente di senso, ma indica anche la possibilità del senso. Il senso non può essere in altro modo preservato se non supponendo che c'è un nulla che distrugge l'ente e lo genera, ritraendosi in se stesso. C'è un essere prima dell'essere che come tale è nulla. Questo nulla si rende manifesto nel mondo tramite il dilagare del male. Se così è, le cose che si dissolvono trovano senso in quel nulla che le lascia essere (cfr. in proposito la lettura che Givone fa di Leopardi pp. 135-154) o in quell'essere che si ritrae perché il mondo sia. Per questo è un nulla che è, ma non al modo dell'essere: è soprattutto vita e distruzione, bene e insieme male secondo la grande lezione di Pareyson che, a suo modo, Givone radicalizza e porta a compimento. Di qui la radicale diversità tra il nichilismo occidentale e quel che egli chiama la meontologia. Il nichilismo occidentale scaturisce dalla prepotenza dell'essere, dal non aver tenuto in vista il nulla, velandone per tal via la più propria e intima natura. Questo errore Givone lo rinviene già nella filosofia presocratica. Il saggio si apre, infatti, con un'affermazione forte: "Nell'orizzonte della filosofia presocratica è contraddittorio pensare sia il 'nulla' sia il 'male"' (p. 3). Quest'esordio è importante poiché mette da subito in relazione il nulla e il male. In ciò il tema e, come dire, il filo rosso dell'intera analisi che Givone svolgerà
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