Linea d'ombra - anno XIV - n. 114 - aprile 1996

queste due forme di vita conflittuali, queste due modalità morali ed esistenziali inconciliabili. La "politica del pensiero" può diventare una forma inquietante di doppiezza e di complicità. L'esempio più evidente, il simbolo più impressionante di questo tentativo di sovrapporre politica e pensiero, consiste secondo Valéry nell'immagine estrema della dittatura. Nella prefazione a un libro-intervista di Salazar', Valéry propone un 'analisi straordinaria della mentalità "totalitaria", della stupefacente acquiescienza individuale, della passività e della rassegnazione collettive che portano alla nascita di una dittatura. La dittatura "moderna" non è semplicemente un nuovo tipo di tirannide o di dispotismo. Nello scenario intricato della crisi - quando i modelli politici e morali, gli schemi culturali, gli assetti istituzionali sembrano "esauriti" e le stesse circostanze della Storia sono "abbastanza inquietanti per colpire le vite private" 7 - l'immagine della dittatura si impone come "una risposta inevitabile e quasi istintiva". Non è il solito discorso reazionario sul "caso d'eccezione". Nell'automatismo così istintivamente meccanico di questa risposta, Yaléry ravvisa il limite forse più profondo di tutto il pensiero politico moderno. I momenti di crisi e di disordine, le fasi di fluttuazione e di instabilità manifestano soltanto la natura più vera della vita pubblica e della politica, lo "scandalo" di un'unità precaria, di una coesione reversibile e improbabile, il paradosso di un'unica volontà ("generale") faticosamente costruita sulla sabbia della pluralità. "Sulla terra non esiste l'uomo ma esistono gli uomini" (H. Arendt), ma la vera sovranità prescinde dagli altri e nel mondo politico c'è posto per una solavolontà. Per "decidere", siamo sempre troppi. li pensiero politico dell'Occidente ha sempre nutrito un'accecante nostalgia per un ideale assoluto di unicità. La dittatura incarna questa nostalgia. Poi è come nella vita individuale. Nel caos e nella confusione "un IO, solo un 10"8 può sperare di uscire dal labirinto del presente o dalle strettoie della Storia. Quando "non si riconosce più" negli schemi imprevedibili e plurali del mondo sociale, l'intelletto si augura "l'intervento il più possibile sollecito dell'autorità di un'unica mente"; "l'Unico prende il potere". La dittatura non è il regno della violenza o della forza bruta. "Realizzazione più completa di un 'intenzione implicita in ogni pensiero politico", la dittatura scaturisce piuttosto dalla fusione integrale della politica con l'intelligenza. È l'ambito in cui, aggiunge Valéry, "l'intelligenza [politica] che si oppone in tutti casi ali 'uomo, raggiunge [...] la pienezza dello sviluppo" 9 • Come qualsiasi altro fatto sociale, anche l'ordine calcificato e la gelida regolarità di una vita politica pietrificata tipiche del1'esito totalitario, "provengono da noi, dal nostro pensiero" (p. 73). Prima dell'orrore di Auschwitz, prima del Gulag, prima di una "ripetizione" davvero terrificante della Storia (una seconda guerra, una seconda parata di spettri), Valéry intuisce il carattere catastroficamente "dialettico" dell'illuminismo, la precisione cieca e perversa del progresso. Umanesimo e terrore si alleano un'altra volta; la "bufera", effettivamente, sta per ricominciare. Potrebbe essere quasi un testamento, un congedo definitivo di,tl mondo troppo intricato degli affari umani. Ma persino quando intuisce le potenzialità più negative del "pensiero", Valéry non si schiera dalla parte dell'irrazionalismo. Anche se "tutto ciò che sappiamo" ha "finito per opporsi a ciò che siamo" (p. 110), il pensiero resta ancora il nostro "sommo bene". Non si tratta di rinunciare alla ragione. Ma "il pensiero umano potrà mai superare ciò che lo stesso pensiero umano ha fatto?" (p. 110). Il razionalismo politico, il cartesianesimo engagé di Valéry ruotano attorno a questo interrogativo. La crisi del pensiero è un tentativo di critica illuminista dell'illuminismo. SULLAPOLITICA/GIACOPINI 65 Questo sottile residuo di fiducia nella ragione mi sembra importante. In un mondo violento e atrofizzato, in un clima convulso di demenza e di ipocrisia, in un presente politicamente indecifrabile, ci resta, forse, secondo Yaléry, un opportunità "puramente soggettiva", un 'opzione "morale". Naturalmente, è un dato di fatto: "l'individuo è già compromesso prima ancora che lo Stato lo abbia completamente assimilato" (p. 130); la società diventa sempre di più un "formicaio", una perfetta comunità "animale". Ma non c'è solo questo. "L'individuo", aggiunge Yaléry, è anche la libertà del pensiero" (p. 129). Magari dipende anche da noi: "talvolta sogniamo, talvolta siamo svegli" (p. 130). Valéry scrive queste pagine nel 1935. Solo pochi anni dopo, Hannah Arendt avrebbe descritto lo spettacolo di un'intera società di assennati "padri di famiglia", di borghesi devoti e giudiziosi, che si trasformano in inconsapevoli "ingranaggi della macchina dello sterminio" solo perchè non sono capaci oppure non vogliono "pensare" 10 • Magari, sarebbe stato utile provare a pensare. La crisi del pensiero si chiude proprio con questa "specie di consiglio" (p. 130). Bisognerebbe decidere di pensare, ma liberamente, anche contro il contesto troppo rigido della società. Ciascuno di noi dovrebbe provare almeno una volta a spezzare in modo strettamente personale la "vita fiduciaria del mondo", i codici politici e morali acquisiti semiautomaticamente, la zona grigia della passività. È come uno "sport" (p. 131); i I pensiero è la "ginnastica del possibile" (p. 67). Bisognerebbe incrementare "l'azione volontaria interna", giudicare tutte le cose da sé, scommettere sulle risorse autonome della coscienza. E forse questo consiglio vale anche per noi, per il nostro presente incerto e deprimente, per la nostra vita politica abulica e televisivamente istupidita. Aveva ragione Elsa Morante: "in una folla soggetta a un imbroglio, la presenza anche di uno solo che non si lascia imbrogliare, può fornire già un primo punto di vantaggio". Note 1) H. Arendt, Tra passato efuturo, Garzanti, Milano 1994, p. 32. 2) P. Valery, Sulla storia, in Sguardi sul mondo attuale, Adelphi, Milano 1994 p. 36. 3) "Non so quasi nulla della politica pratica, in cui presumo vi sia tutto ciò che rifuggo. Niente dev'essere altrettanto impuro, vale a dire altrettanto frammisto di cose che non amo veder confuse come la bestialità e la metafisica, la forza e il diritto, la fede e gli interessi, il positivo e il teatrale, gli istinti e le idee ...", P. Yalery, L'idea di dittatura, in Sguardi sul mondo attuale, cit. p. 77. 4) P. Valery, Variazioni sulla libertà, in Sguardi sul mondo attuale, cit. p. 67. 5) "Non credo ci si debba congratulare nel vedere il nome di Intelligenza applicato a una classe sociale di individui, traducendo così il termine russo di Intellighenzia", p. 85. La crisi del pensiero, cit. 6) in Sguardi sul mondo attuale, cit. 7) lbid., p. 79 8) Sulla dittatura, in Sguardi sul mondo attuale, cit.p. 80 9) lbid., p. 82 10) cfr. H. Arendt, Colpa organizzata e responsabilità universale (gennaio 1945), in Ebraismo e modernità Feltrinelli, Milano 1993, pp.6377.

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