64 SULLAPOLITICA/GIACOPINI In questo senso, l'opposizione tra il pensiero e gli altri non è paralizzante. "A volte penso, [...] a volte sono": con una specie di parafrasi sincopata o di beffarda parodia del cogito, Valéry sottolinea piuttosto un'opportunità nuova e promettente. Il "cittadino" e "l'essere pensante" non sono necessariamente inconciliabili. Proprio mentre cerca di isolarsi dal resto del mondo, I'"essere pensante" si accorge che "i suoi rapporti con gli altri esseri sono una delle sue occupazioni più importanti". Così tanto vale pensare anche la nostra vita nella società, le costrizioni del1'esistenza quotidiana. Anche la volgarità della vita politica, il conformismo del mondo sociale, la stessa violenza del potere possono rientrare nello "strano programma" (p. 43) del pensiero. Il fatto di dover vivere in un universo mentale letteralmente istupidito dai postumi della guerra non è un ostacolo così insormontabile. Forse, anzi, è vero il contrario: proprio "nel mondo attuale" - in questo puro momento presente "senza precedenti e senza esempi" - il pensiero "non deve fare grandi sforzi per riuscire a utilizzare il suo istinto costruttore. Il teatro politico gli offre infiniti argomenti" (p. 7 l ). È un'occasione e una necessità. La politica - il regno dell'idiozia e della confusione3 - ha un disperato bisogno di pensiero. Ma questa singolare e imprevista riabilitazione del "pensare in politica", della coscienza, dell'intelligenza come virtù pubblica o sociale, apre un secondo e più grave terreno di conflitto. Mentre lo invoca, Valéry riconosce molto onestamente il carattere distruttivo del pensiero, la sua natura inquieta e sempre "ribelle". Anche qui c'è uno "strano programma" o un paradosso. La stessa dinamica interna del pensiero rompe i meccanismi imprigriti della realtà sociale e spezza gli idoli della politica, i suoi miti mediocri e altisonanti, le sue menzogne "utili" e meschine. "Politica e libertà della mente si escludono, poiché politica significa idoli"4 • Per Valéry, il pensiero produce essenzialmente tempo, novità e instabilità. Esplicitamente, Valéry parla di un "pensiero senza metafisica"; di una passione per "ciò che non esiste" (p. 65). Il pensiero oppone sempre "il passato al presente, il futuro al passato" (p. 42) e questa straordinaria capacità di inventare il tempo è anche il carattere distintivo della specie umana. Gli animali vivono immersi nella monotonia di una ripetizione costante e permanente. "Attraverso una specie di abuso", forzando col pensiero la puntuale ciclicità della natura, allontanandosi sistematicamente dai meccanismi della vita biologica ("vivere è una pratica monotona", p. 868), gli uomini "creano" con il tempo anche un loro punto di vista strano e peculiare, uno specialissimo genere di presenza nel mondo, una "situazione" inedita e "totalmente artificiale" (p. 65). Pura "capacità di trasformazione" (p. 63), il pensiero dissolve anche le abitudini più consolidate e i ritmi più semplici e scontati del ciclo vitale: "ha orrore del luogo comune"; "detesta" ed "evita il processo della vita organica"; non tollera mai il dogmatismo ingenuo, gli automatismi spontanei della ripetizione ("Ciò che si ripete in noi, non appartiene mai al pensiero", p. 67). Ma "politica significa idoli". La scoperta paradossale di Valéry è che la monotonia della "ripetizione", che i meccanismi muti e inconsapevoli della vita organica valgono anche nell'universo politico e sociale, anche nel campo dei rapporti umani. "L'intera struttura sociale è basata sulla fede e sulla fiducia" (p. 73). La trama profonda della vita comune, tutte le relazioni, tutti i calcoli, le decisioni, le infinite scelte individuali e collettive, si basano su "una specie di misticismo o di mitologia". La coerenza del nostro orizzonte sociale, la stabilità e l'efficacia coattiva del potere, non riescono a tollerare la critica permanente del "pensiero" e la sua intransigenza. In politica, la metafora della vita è simultaneamente indispensabile e fuorviante. "Vivere è una pratica monotona"; ma, scandalosamente, la politica imita la vita. Modellati sull'uniforme, muta compattezza della vita biologica, sulla rassicurante, ottusa ciclicità del processo organico "il mondo sociale, il mondo giuridico, il mondo politico sono fondamentalmente mondi mitici". Così Intelligenza e politica diventano quasi inconciliabili. "Ribelle per eccellenza" (p. 70), il pensiero interrompe improvvisamente l'andamento tranquillo e stazionario della "vita fiduciaria" (p. 74) dell'universo politico e sociale, il flusso anonimo delle credenze e delle convenzioni. Valéry si accorge che in questa dinamica c'è anche un aspetto molto inquietante e pericoloso. Nell'orizzonte pubblico della modernità, nell'epoca dell'eguaglianza e della democrazia, questo processo di liberazione può anche portare all'estinzione o alla fine della società. Un certo grado di opacità o di irrazionalità "la fiducia, la credulità, la disuguaglianza intellettuale, i mille tipi di paura" sono "indispensabili per la società" (p. 75). Ma se queste sono le "basi psichiche della società e della politica", è evidente che il lavoro del1'intelligenza può avere un effetto distruttivo. "Se tutti gli uomini fossero ugualmente illuminati, ugualmente critici[ ...] qualsiasi società sarebbe impossibile" (p. 75). Non è una conclusione reazionaria. Nei cliché e nelle frasi fatte del linguaggio, nelle tacite convenzioni della moralità, nello stesso tessuto irrazionale e mitico della vita pubblica, Valéry coglie giustamente anche un tentativo di proteggersi dall'imprevedibilità del mondo, dalla complessità delle cose, dal peso intollerabile della "realtà". Il paradosso "della politica e dell'intelligenza" si manifesta proprio in questo modo. Quando si occupa della vita pubblica, il pensiero rischia di riportare alla luce uno strato di esperienza così intensamente libero e individuale da non essere mai comunicabile o gestibile collettivamente. Sgomberando il campo da ogni "mitologia" politica e morale, disinteressandosi ostinatamente degli effetti "pubblici" del suo lavoro, il pensiero si imbatte nel "reale allo stato puro" (p. 76). La vera radice del conflitto tra politica e intelligenza sta in questo interesse verso due tipi o due livelli diversi di realtà. 3. Il pensiero è vittima e responsabile del mondo. Forse il cuore della riflessione "quasi politica" di Valéry si concentra proprio in questo paradosso fulminante e provocatorio. La crisi del pensiero è infatti anche un duplice atto di accusa (e una scommessa). Il "mondo si istupidisce" (p. 83), ma questo non dipende soltanto dalla politica o dalle modalità, sempre più degradate, dell'azione collettiva e della vita pubblica. Anche l'"intelligenza" ha le sue colpe. Non sono in discussione la facoltà di pensare, la decisione di criticare il mondo. Valéry pone un problema diverso. Stranamente indecisa tra "il capitalismo delle idee" e il "laburismo delle menti" (p. 109), l'intelligenza diventa ai suoi occhi una tecnica autonoma e separata, una nuova, ma micidiale, forma di potere. L'intelligenza forma una "classe sociale"5, una corporazione o una "confraternita moderna" (J. Berger). Titolari abusivi di una capacità che appartiene a tutti, "servitori fittizi", professionisti senza un mestiere, gli intellettuali collaborano attivamente al deterioramento della civiltà. Per troppo scrupolo, si lasciano "sedurre dalla storia". Questo è il capo d'accusa più pesante. Invece di riconoscere (e di valorizzare) la lotta che oppone la politica e l'intelligenza, gli "specialisti dell'intelletto" hanno cercato metodicamente di sovrapporre
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