Linea d'ombra - anno XIV - n. 114 - aprile 1996

PaulValery.Forabolafoto silenzio della tradizione; sull'inaffidabile elusività dell'utopia. L'incapacità di "ricostruire il passato", l'impossibilità di "costruire il futuro" sono lo "stesso tipo di difficoltà" (p. 30). La "crisi" coincide così per Yaléry con la liquidazione di qualsiasi speranza di oggettività storica e progettuale. "Il profeta si trova sulla stessa barca dello storico. Che ci restino!" Per Yaléry, la catastrofe del "presente" ferisce veramente tutti gli aspetti decisivi della vita umana. Ma la novità forse più sconvolgente, l'aspetto più grave o più lacerante di questo straordinario collasso di una civiltà, è che "tra tutte queste cose ferite vi è anche il pensiero" (p. 40), il nostro "sommo bene". In questa denuncia stupita, nello sconforto e nella "grande pietà riguardo alle cose del pensiero" che il "mondo attuale" suscita in modo così clamoroso, si concentrano effettivamente tutto il pathos e tutta la carica polemica del libro. "Le cose del mondo mi interessano solamente in rapporto all'intelletto; tutto dal punto di vista dell'intelletto" (p. 34): per chi fa una confessione così sincera e unilaterale, per chi continua a definire il pensiero il nostro sommo bene, la situazione deve essere sembrata davvero estrema e disperata. Nel "disordine mentale" dell'Europa, nella petulante ipocrisia dei suoi intellettuali ("questa specie si lamenta, quindi esiste", p. 94), nell'afasia del senso comune, Yaléry intuisce allora la bancarotta generale di una civiltà; la fine della feSULLAPOLITICA/GIACOPINI 63 de nel "progresso" e nella ragione. I profeti e gli storici sono dei cialtroni; il passato "non è abolito" ma non serve a nulla; il futuro è inimmaginabile e "privo di figura". Ma il tempo e la storia e le cose del mondo non si fermano mai; e forse la confusione è solo apparente: "ancora un po' di pazienza e tutto si chiarirà: vedremo infine apparire il miracolo di una società animale, un perfetto e definitivo formicaio" (p. 33). Sorprendentemente, però, Yaléry non parla mai in termini di destino o di fasi epocali. La crisi del pensiero non è Il tramonto del!' Occidente o Essere e tempo. L'indisponibilità di un luogo mentale o di un punto di vista per valutare le vicende umane, la lucida, agghiacciante, intuizione che "tutte le cose essenziali di questo mondo sono state condizionate dalla guerra" (p. 40), il coerente rifiuto di "lasciarsi sedurre dalla Storia"2 , non generano un atteggiamento rassegnato o scettico. Oltre a una "grande pietà" per il pensiero, c'è in Valéry una strana fiducia, una paziente ostinazione politica e morale che lo portano sempre a ribellarsi all'avvilimento e a riannodare i fili di una storia confusa e deprimente. Non esistono "decisioni assolute del destino". E forse "contro questa minacciosa congiura delle cose" (p. 39), contro il "mondo attuale" (ma dentro il presente) persiste ancora un margine di "libertà", un'occasione per ricominciare. Valéry, in un certo senso, è anche ottimista: "probabilmente, cercando questa libertà, finiremo per crearla" (p. 40). La cosa strana è che per Valéry questa speranza di liberazione sembra coincidere con gli stessi confini della "crisi" detla vita sociale e del mondo comune: "per una ricerca di questo genere" dovremmo "studiare, nell'essere pensante, la lottaJi-ala vita personale e quella sociale" (p. 40). 2. In che cosa il pensiero "può essere stato toccato, colpito, diminuito, umiliato dallo stato attuale del mondo"? E, parallelamente, cosa "ha fatto - il pensiero - del mondo"?; come ha "creato il mondo sociale"?; e in che misura la storia insensata del nostro secolo (gli orrori della guerra, le insidie non meno gravi della pace) rappresentano "l'opera di questo pensiero" (p. 70), un suo risultato forse involontario? Per Valéry il pensiero è al tempo stesso vittima e responsabile del mondo. A partire da questo paradosso, La crisi del pensiero indaga i rapporti contraddittori tra intelligenza e politica, la strana lotta "tra vita personale" e "vita sociale", il conflitto tra le esigenze solitarie della mente e le necessità collettive dell'azione. Valéry individua così due forme di attrito e di opposizione tra la politica e la "vita della mente". La prima, riguarda ovviamente i rapporti tra l'Io e gli altri; l'opposizione tra solitudine e socialità. Il pensiero, per sua natura, non tollera l'esistenza "comune" e la politica. "Non ama i partiti", diffida dei "raggruppamenti", privilegia il "disaccordo e la distinzione". Il pensiero si manifesta sempre in quella zona del mondo "dove l' lo è padrone" (p. 70) e "vuole essere unico" e irripetibile e incommensurabile. Ma in questo presuntuoso desiderio di separazione, in questa ingenua dichiarazione di innocenza, il pensiero rivela anche la sua potenziale malafede. "Immersa nell'universo umano, la mente si ritrova attorniata da altre menti". Contemporaneamente "incomparabile e qualunque", essa deve riconoscere allora che la sua lucida determinazione, la sua coerenza unilaterale vivono in un contesto e in un mondo più ampi. Ai confini della regione "dove l'Io è padrone" c'è sempre "un universo di volontà e di speranze umane che si limitano a vicenda" e si condizionano.

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