Linea d'ombra - anno XIV - n. 114 - aprile 1996

62 SULVIAGGIO/BOTTIGLIERI le diverse parti della città. E nei quartieri abitati da una stessa etnia, i limiti del quartiere diventano frontiere e i vestiti degli abitanti passaporti. Se la mente riesce, in qualche modo, a seguire questa vertiginosa dilatazione dello spazio, i piedi degli uomini, in verità, fanno più fatica. I piedi si sono trasformati in ruote, le ruote in eliche e le eliche in razzi: i nostri piedi hanno perduto il contatto con il terreno. A questo punto mi viene in mente il mito di Ercole che combatteva contro il gigante Anteo, figlio della terra che aveva la prerogativa di essere forte quando toccava con i piedi per terra e che quando invece li sollevava in aria perdeva le proprie virtù. Ali' inizio del combattimento Ercole veniva sempre abbattuto dal gigante, fin quando non capì da dove provenisse la sua forza. Allora lo sollevò da terra e, quando quella massa di muscoli inutili gli fu tra le mani, lo strozzò: il gigante aveva perduto ogni forza. Il senso di questo mito mi appare sempre più attuale. Per questo bisognerà riprendere a parlare con i piedi. Riflettere sui propri piedi, non solo perché - come dice il massaggio shiatzu - a ogni parte dell'estremità corrisponde una parte del corpo e sotto la pianta si può trovare il cosmo intero, ma anche perché bisogna saper leggere le parole dei piedi che sono le impronte, mentre le frasi non sono altro che le lunghe ombre proiettate sul terreno. li pellegrinaggio medioevale è una forma di viaggio così moderna che fra cinque anni, in occasione del Giubileo del 2000, Roma sarà presa d'assalto da milioni di pellegrini pronti a consumare i luoghi sacri della cristianità. Ancora una volta, il futuro scoprirà l'anima del passato. Le strade uniche e irripetibili dei romei che nel Medioevo venivano a Roma per vedere la Mirabilia Urbis diventeranno le rotte dei voli charter, le vie consumate dai sandali verranno percorse in autobus, gli ostelli dove alloggiavano i pellegrini saranno sostituiti dai motel delle autostrade. Uomini di tutto il mondo proveranno i piaceri di antiche penitenze, leggeranno il Vangelo ricordando film kolossal come Ben Hw; Quo Vadis, La tunica e Barabba, visiteranno la Cappella Sistina restaurata dai giapponesi, mentre il più autentico pellegrino, quello che si è fatto tutto il viaggio a piedi, sarà I' interprete della più moderna forma di sport non competitiva: il trekking estremo, sobrio, privo di sponsor, fatto solo per conoscere i propri limiti. Nel 1950, data dell'ultimo Giubileo (il vero Giubileo si celebra ogni cinquant'anni), in Italia non esisteva ancora la televisione, la lavatrice non era diffusa e McDonald 'sera sconosciuto. Oggi, nell'immaginario del pellegrino che viene da lontano, cosa significa "lavare le colpe", "vedere i luoghi santi", prendere l'ostia consacrata in fila, con le mani, e inghiottirla nell'affollata e luminosa solitudine della chiesa, come in un self-service? E nelle chiese romane, per smaltire la fila dei penitenti, ognuno con il suo carrello pieno di peccati, forse i confessionali esporranno un cartello come succede ai supermercati, dove vi è scritto "Cassa riservata a chi ha solo dieci prodotti"? Per riprendere a parlare con i piedi, io vorrei riproporre l'antica forma del pellegrinaggio fino a Santiago de Compostela, raggiungerla subito dopo Capo Finisterre, là dove finiva il mondo, per raccogliere le conchiglie dell'oceano. Una penitenza da fare alla fine del millennio, camminando senza fare sport, vestendo senza ricorrere alla moda, digiunando senza diete, guardando il mondo senza ricordare le immagini della pubblicità. Ma per un 'esperienza così impegnativa ci vuole un buon sponsor, una buona cinepresa, un sacco di soldi, un'agenzia che sappia organizzare il viaggio, e un po' più di un mese di ferie durante l'anno ... POLITICA E INT~LLIGENZA I SAGGIDIPAULVALERY VittorioGiacopini 1. "Mi propongo di evocare di fronte a voi il disordine che stiamo vivendo." I saggi "quasi politici" di Paul Valéry raccolti ne La crisi del pensiero (Il Mulino, Bologna, 1994, pp. 148, lire 16.000) sono interamente attraversati dalla consapevolezza acutissima di un trauma profondo e dalla percezione nitida e paralizzante dell'usura e dell'inadeguatezza irrimediabili di tutte le risorse teoriche e spirituali del pensiero politico europeo davanti all '"abisso della storia" (p. 27), ai "fatti chiari e spietati" e agli "orrori" che il "passaggio dalla guerra alla pace" rivela in forma grottesca e sorprendente. La crisi del pensiero non è un lavoro particolarmente triste o disperato, ma lo scenario desolato e incongruo, il panorama ricoperto di ceneri e di carcasse e di strani rottami, la singolare parata di fantasmi ("l'amleto europeo contempla milioni di spettri", p. 32) che caratterizzano le prime pagine del libro, esprimono con un'incisività davvero rara tutta l'intensità del disorientamento intellettuale, del disagio politico e morale di un 'intera cultura: dei suoi "nuclei pensanti" (p. 28) e della sua coscienza. "Nell'ambito del pensiero, del senso comune e del sentimento", la "scottante lezione" della guerra ha prodotto un cambiamento così lacerante che anche quando la "crisi militare" sembra terminata, il senso di spaesamento e di sconcerto, la delusione brutale e il crollo di tutte le certezze tendono a intensificarsi e si trasformano in qualcosa di molto più grave e oscuro e pericoloso: "in una crisi di tutte le relazioni umane, [...] in una crisi dei valori forniti o ricevuti dal pensiero" (p. 77). "L'abisso della storia è abbastanza grande per tutti" (p. 27). Nei devastati pantani coperti di cadaveri della Grande Guerra, la Storia non ha perso soltanto la sua pretesa ideale di razionalità, ma anche la semplice coerenza di una direzione visibile, di un senso lineare e riconoscibile. Il tempo si è accartocciato su se stesso. "La bufera è appena passata ma siamo ancora inquieti come se dovesse ancora scoppiare" (p. 40). Questa indignata descrizione dell"'età dell'ansia", questa ricognizione di un paesaggio mentale al tempo stesso angosciato e futile, sono pervasi da un sentimento quasi intollerabile di paralisi e di sospensione. Hannah Arendt diceva che in certe situazioni, in certe fasi del tempo e della storia, gli uomini percepiscono di vivere in una sorta di cuneo o di vuoto morale e hanno la dolorosa consapevolezza di vivere "in un tempo completamente determinato dalle cose che non sono più e da quelle che non sono ancora" 1 • Per Yaléry, in modo molto simile, "il presente" è diventato "uno stato senza precedenti e senza esempi" (p. 104). Ogni uomo ormai "appartiene a due ere" (p. 108), ma entrambe gli sfuggono. La crisi del pensiero riflette precisamente su questa strana sospensione tra passato e futuro; sul clamoroso

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