4 RICORDODI NICOLAGALLERANO .. TRACURIOSITÀERIGORE LARESPONSABILITÀ DELLOSTORICO MarcelloFlores Nicola Gallerano aveva insegnato nelle università di Sassari, Trieste e Siena. Membro della direzione delle riviste "Passato e Presente" e "I viaggi di Erodoto", il suo ulti/no lavoro pubblicato era stato il volume L'uso pubblico della storia ( F. Angeli, 1995), che raccoglieva gli atti di un convegno da lui organizzato e in cui aveva svolto l'introduzione (Storia e uso pubblico della storia). Era presidente del!' Istituto romano per la storia d'Italia dal fascismo alla resistenza. Gran parte del mio insegnamento e quasi tutto il mio lavoro di storico l'ho svolto insieme e accanto a Nicola Gallerano. I due libri che negli ultimi anni avevamo scritto assieme (Sul Pci. Un'interpretazione storica, li Mulino, 1992 e Introduzione alla storia contemporanea, Bruno Mondadori, 1995) non erano stati il frutto casuale di una collaborazione estemporanea, ma l'obiettivo consapevole di un'amicizia profonda che si nutriva di consonanze intellettuali e sintonie culturali, di un atteggiamento per molti versi simile nei confronti del nostro lavoro (la storia) e le forme che potevano assumere l'impegno e le responsabilità dello storico. Di qualche anno più grande, Nicola era tra quelli che all'inizio degli anni Settanta mi avevano aperto la strada verso una storiografia militante fortemente legata alla contemporaneità, certamente il più vicino sul piano politico-ideologico (la critica al Pci da sinistra e la presenza critica ma partecipe alla sinistra extraparlamentare) e su quello intellettuale ed emotivo. Non dirò, se non per ricordarlo con un cenno, di un aspetto importante di Nicola, del suo amare profondamente le donne, ma vorrei rammentare invece, perché era legato al grande senso di tolleranza che praticava e teorizzava, il suo anticlericalismo. Giuliano I' Apostata era uno dei personaggi storici da lui prediletti, e più volte ci ricordavamo brani della biografia romanzata scrittane da Gore Vidal: non solo perché vedeva questo sfortunato imperatore come emblema della casualità della storia (la sua morte improvvisa e immatura aveva aperto la strada, o facilitato, a una forse non inevitabile vittoria del cristianesimo), ma perché guardava con simpatia al monarca che tollerava riti e religioni diverse e contrapposte, palesemente consolatorie e antropocentriche, e diffidava di credenze forti, universalistiche e fondamentaliste, che avevano bisogno del fanatismo, oltre che di una loro capacità innovativa e tensione morale, per diffondersi e imporsi. Come studioso Nicola sapeva bene che il potere non si conquista o si rafforza o si mantiene solo con la violenza, la protervia, la furbizia: ma che ha bisogno di generare entusiasmi, fiduce, illusioni, riti. Comprendeva come fosse necessaria la presenza di una forte e radicata irrazionalità di massa per dar vita a fenomeni collettivi rilevanti, tanto più nella moderna società novecentesca che aveva visto l'ingresso nella storia di masse ancora radicate in credenze e atteggiamenti che appartenevano al secoNicola Gallerano lare mondo contadino. Eppure non riusciva a tollerare che quel- )'irrazionalità sviluppasse e di quella si giovasse chi voleva razionalmente riformare il mondo e far progredire la società. In questo suo conflitto con la sinistra storica e col mondo comunista in particolar modo, era drastico e irrisolvibile, e tuttavia consapevole di un'appartenenza e di un destino comune: poteva anche comprendere e giustificare il fascino subito dalle masse popolari comuniste per Stalin e per l'Unione Sovietica; ma il suo rigore intellettuale e morale rifiutava il laicismo storicista dei dirigenti e intellettuali comunisti che si nascondevano dietro la "volontà" e i "sentimenti" della base ed erano in realtà ben più intolleranti e fondamentalisti di essa. La delusione provata a partire dal 1989 per quella parte della sinistra critica (a cominciare da "il manifesto" con cui collaborò per anni pur raramente condividendone l'impostazione complessiva) che di fronte al crollo del Muro di Berlino riscopriva identità mai pienamente rinnegate e ricopriva di nostalgia la propria incapacità di approfondire le ragioni di una sconfitta che aveva antiche e profonde radici storiche, non aveva impedito a Nicola di continuare a sentirsi impegnato nel progetto di liberare l'uomo dai pregiudizi. Proprio questo terreno riteneva il più evidente e consono luogo specifico in cui l'intellettuale poteva collaborare al raggiungimento della giustizia sociale e dell'efficienza politica. Quel terreno aveva cercato di continuare ad arare impegnandosi in modo particolare nel rapporto fra il passato e il presente, nel modo in cui il secondo ripensava e costruiva il primo, nella forme con cui la memoria collettiva si intrecciava con le esigenze della politica o del!' ideologia o dell'identità e si presentava in modi sempre nuovi alle nuove generazioni. La funzione pubblica della storia, il suo uso e abuso nei diversi momenti della vita collettiva, la vedeva cresciuta parallelamente all'affe1marsi della società di massa e di un sistema di comunicazioni e dell'informa-
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