polavoro anche perché vengono subito prima della Rivoluzione francese e a loro modo l'annunciano, e che La regola del gioco sapeva di venire (nel 1931) prima di un disastro collettivo senza pari e della fine del mondo che mostrava (nella sua "dolcezza" e nella sua grande miseria). Berto lucci sa molto bene che di fronte a noi Europa-Occidente senza più scopo né misura, senza più anima né progetto - e di quest'Europa-Occidente l'Italia è il paese più fragile e, con la Spagna e la Grecia, il più intimamente corrotto nel profondo della identità e della moralità dei suoi cittadini spregiatori di città (e cioè di doveri inerenti alla polis, alla socialità e alla comunità); che di froQte ai medi intellettuali e artisti che si nobilitano come possono, che credono di potersi chiudere in un'isola serena, non c'è un disastro imminente, e nell'aria c'è solo la prospettiva di una sorta di presente di lunga durata, in cui essi conserveranno di fronte al mondo altro i loro privilegi e la loro sensibilità, continuando a fottersene dei bisogni di quel mondo, e difendendo i propri (o meglio facendoli difendere da chi, rimasto nella città, è più chiaro e spietato e cosciente di loro. Questo Bertolucci lo sa perché, se non altro, da privilegiato, al contrario dei bischeri eccetera, lui il mondo lo gira e lo conosce, e qualcosa ha pur finito per capirne nonostante tutte le mistificazioni possibili ai privilegiati perché ci sono privilegiati più intelligenti e privilegiati più sciocchi ...). Una Regola del gioco attuale non può che essere commisurata al vuoto che la (piccola) borghesia diffusa del mondo "colto" e "sviluppato" cui apparteniamo ha di fronte: e non può quindi che essere molto più banale, priva di vera tragedia come di vera commedia. La festa di lo ballo da sola, che con l'aiuto dei Sosta ANTONIOCASSESE La giustiziadell'Aja:civiltà,nonrisarcimento QUARTIERI D MAFIA Bari:unastoriadi emarginazioneorganizzata SPETTACOLO/FOFI 57 Palmizi, delle belle ville toscane, delle rificolone e di quant'altro, è un trionfo di kitsch, ma che è orchestrata da Bertolucci e montata con il grande Scalia meravigliosamente bene, che soprattutto è diretta con piena coscienza di tutto questo - è il punto culmine del film assai più della morte dell'artista, o la perdita della verginità della fanciulla (con il solo individuo giusto nei paraggi, benché figlio del disastro italiano). È festa dell'opulenza e del kitsch del nostro tempo, paese e continente occidentale e non ha, la sua alba, nulla da svelare - come l'aveva, per fare un altro riferimento alto, la festa dei nobili di La dolce vita, classe in putrefazione. È una festa che nasce dalla concomitanza (terrificante) di ricchezze e di vuoto. Non c'è il morto, alla fine, come in Renoir, e non può esserci; perché davanti ci sono solo altra fuga, altro privilegio, e altra agonia, molto ovattata e ben esorcizzata. Meglio allora, per Lucy e per noi, la città: ed ecco che per la prima volta la Siena dal profilo angelico, vista a lungo solo sullo sfondo, è infine affrontata, dall'alto di un elicottero o aereo, dalla ragazza che torna a città anche più grandi di quella, che tuttavia, è una, cioè la città: non solo il magnifico centro, museificato e imbalsamato, ma le sue laide comuni periferie, annunciate dal flash sulle prostitute nere, che s'aggirano ai margini dell 'isola serena. Dalla "città" non si può fuggire, alla "città" si deve tornare. Lo sa Lucy, o lo apprende, e lo sa il suo regista. Ma per fare che, nella città? Qui davvero è il film da fare, per Bertolucci, ora, e non i fumettoni novecentari, le vite dei santi e imperatori, i grandi paesaggi di un pianeta omologato e languente. Societànere,violenza,schiavitùnellestradedelquartiereSempione GUERRECIVILI Ira,Hezbollah:vocidallefrontiered'Europa SPAGNA L'antiterrorismoaffidatoai narcotrafficanti Ogni mese in ed cola a l.3500 Abbonamentoannuo L. 35.000 C.C.P.1551OI intestatoa ··GruppoAbelePeriodici'"ViaGiolitti21. IO123Torino
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