Linea d'ombra - anno XIV - n. 114 - aprile 1996

56 SPETTACOLO/FOFI ~ L'ISOLAELACITTA QUELCHELUCYPUÒIMPARARE DALL'ULTIMFOILMDIBERTOLUCCI GoffredoFofi I film migliori di Bernardo Bertolucci restano a mio parere, un parere condiviso da pochissimi, Prima della rivoluzione, storia d'iniziazione borghese all'età adulta, romantica e adolescenziale quanto basta ma precisa di riferimenti e segretamente patetica, e La tragedia di un uomo ridicolo, balletto di recite e maschere sulla sventura collettiva che sono stati gli anni del terrorismo, pronubi degli imbecilli anni Ottanta e degli abietti Novanta. E ora questo lo ballo da sola che naturalmente i critici non sembrano capire né apprezzare, dietro le gentilezze e gli sdilinquimenti abituali che essi ed esse non negano più neanche ai Vanzina. In mezzo tra il primo e il secondo c'erano opere interessanti, con frammenti di grande cinema, con belle intuizioni, con tratti di calda eleganza, ma soffocati dai riporti culturali, dalle citazioni, dalle vie indirette e contorte per dirsi, fingendo di essere già definiti e di avere già una "personalità". Tra il secondo e il terzo ci sono i "capolavori", film imponenti internazionali mastodontici, dove il talento ovviamente non mancava ma che si soffocavano da sé, con grande delizia dei critici, nel kitch più sublime. Dentro, brani di cinema straordinari, e quando la sensualità innata di Bertolucci, la pastosità delle immagini e dei suoi movimenti aderiva a qualcosa di autentico - raro, ma c'era, ed è ciò che rende tuttavia pregevoli, in qualche strano modo, tutti i suoi film - allora si veniva compensati, e Bertolucci si riscattava per breve tempo da una sorta di internazionale sottocultura per "raffinati" e "profondi" del mondo occidentale. Come molti film importanti, anche lo ballo da sola ha una superficie immediatamente accessibile (e godibile) e un fondo più nevrotico (e intrigante). Levigatissima, "tecnicamente" sapientissima la prima, scabroso il secondo. L'aneddoto è semplice: Lucy la ragazzina, orfana di una poetessa, che si reca in una villa toscana abitata da una incerta "famiglia" di angloamericani in cerca di un'isola serena (cioè in fuga dal mondo), ambisce a perdere la verginità con la persona giusta (e ci riuscirà- anche se è meno facile di quanto si pensi: le persone giuste in Toscana o in Italia non sono affatto frequenti). Cerca anche il suo vero padre, e fa tutto questo per definirsi, trovarsi, crescere, prima di poter riaffrontare la vita: che sa trovarsi fuori dall'isola serena, che è una tappa importante, un passaggio. Incontra intellettuali e artisti che sono come tutti o quasi gli intellettuali e gli artisti. Ah, che formidabili bischeri i "giovani critici" e i vecchi che lamentano che questi intellettuali non corrispondano al vero, poiché loro si sentono, pensate, diversi e migliori: gli abitanti la villa sono fatti anche loro di luoghi e nevrosi comuni, e nobilitano la loro esistenza come possono, bensì in una sorta di fuga dalla coscienza e dal super-io (che è sempre quello giusto e non "borghese" o "etologico", sociale e rivoluzionario). Incontra anche la morte, che è necessaria anch'essa perché capisca il mondo e possa affrontarlo. LivTylersul set del film di Bertolucci. Foto Fobion/ Sygmo/ Neri. La Lucy che tornerà negli Usa sarà forse, progressivamente, un po' bischera anch'ella, ma certo in modo più sano dei bischeri suddetti. (Mi piace pensare che la generazione a cui Lucy appartiene sia un po' migliore delle due che l'anno preceduta, e mi par che lo sia, in certe sue frange e minoranze; e comunque è lecito e doveroso sperarlo, no?) Bertolucci ha commissionato a una scrittorella statunitense un copione, anzi un traliccio, molto convenzionale, che rimanda sia a certa letteratura inglese con tutta una storia tra Bloomsbury e Toscana, sia al minimalismo di anni recenti. La Minot ha elaborato figurine e situazioni convenzionali, alla sua altezza, ma è di questo che Bertolucci aveva bisogno: di un kitsch banale, riconoscibile alla "sensibilità" del pubblico d'oggi, e cioè al midcult internazionale (cui gli italiani, si sa, sono molto superiori!). Giocare con la convenzione e col kitsch è una particolarità di Bertolucci, lo abbiamo già detto, ma la differenza con i filmoni di appena ieri è che qui non si dà la caccia al sublime e non ci si impania in esso, e che arte del regista sembra essere quella di tenerlo a bada, di saper sempre dove fermarsi, per non farsene magniloquentamente tramortire. Ma a me pare che un modello non dichiarato (per non far brutta figura, per non sembrare troppo presuntuoso) sia stato per lui anche La regola del gioco di Renoir. Che era una commedia alla Musset (traliccio banale, storia di coma parallele tra padroni e tra servi) o alla Beaumarchais, ben sapendo però Bertolucci che Le nozze di Figaro sono un ca-

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