drammaturgia, ma affermare che essa può vedere la luce purché si liberi dalle pastoie di un'organizzazione che pretende che il film non duri più che tanto, che la commedia debba avere per forza una scena fissa e quattro personaggi per motivi produttivi. Vuole anche essere, cioè, un'ipotesi scenica di un diverso modo di scrivere per il teatro. So che posso farlo perché sono in una condizione di privilegio, perché in questo teatro, il Teatro di Roma, l'Argentina, me lo posso permettere. Ma so anche che se vuoi dare una dimostrazione forte e avere un impatto, probabilmente puoi farlo solo così. Ha buttato lì la durata di unfilm. È anche una risposta polemica a chi discute la lunghezza eccessiva delle sue rappresentazioni? Esattamente come ci sono delle opere letterarie di cui leggiamo solamente alcune pagine, così possiamo assistere solamente a una parte di una rappresentazione teatrale. Mi fa pensare ai ristoranti a prezzo fisso, molto cari, dove il cibo, tutto di ottima qualità, ti viene servito con abbondanza eccessiva e tu ti senti obbligato a ingozzarti oltre l'appetito che hai, per "goderti" fino in fondo le 150.000 lire che spenderai. Io sono contrario a questa idea: penso che saresti molto più tranquillo se ti limitassi. A parte altre considerazioni che si potrebbero fare, uscire prima della fine non sarebbe una scortesia verso chi ha preparato lo spettacolo e verso chi vi sta lavorando? Perché non si può uscire? Si vede un atto, si vedono due atti. Non è una scortesia. Noi abbiamo dei doveri, come teatranti, nei riguardi del pubblico e dell'autore. E dobbiamo presentare un' opera integra. Lo spettatore ha diritto di frantumarla; l'autore ha diritto di essere rispettato fino in fondo; lo spettatore che non vuole frantumarla ha diritto di vederla tutta. E il diritto di uno spettatore di andarsene via prima del tempo non deve offendere chi ha dei doveri verso altri spettatori e verso l'autore. Un critico, purtroppo, è obbligato a vederla fino in fondo, è pagato per farlo, e lo straordinario non fa mai piacere a nessuno. Masolino d'Amico, esprimendo un giudizio esattamente opposto a quello di Giovanni Raboni, ha discusso la scelta di affidare la parte del protagonista lngravallo a Franco Graziosi: "Nordico, segaligno, vissuto, 'attore', mentre il don Ciccio di Gadda sarebbe giovane, molisano, causidico e grassoccio". Ha sospettato: "Forse si è voluto evitare di alludere a Di Pietro". Ma per carità. Questa storia di Di Pietro: tanti mi chiedono se sia vera, non capisco proprio perché. Mi sembra una buona soluzione per uno spettacolo in cui non volevo che ci fosse una identificazione fisica troppo forte fra gli attori e i "personaggi", perché avrebbe reso più difficile quel dover parlare di sé in prima e in terza persona, quel dover entrare e uscire continuamente dal proprio personaggio. Se li avessi rappresentati per quello che sono sarebbero diventati delle caratterizzazioni, prima di tutto. Quindi sono stato più attento alla capacità degli attori di poter rendere questo "dentro e fuori", questo essere nello stesso tempo personaggi e testimoni dei personaggi. Qualcuno ha osservato: "I personaggi sono più giovani". È vero. Ma parlano sempre all'imperfetto. Se dico: "Ero così a 20 anni", si suppone che i 20 anni li abbia passati. Probabilmente se avessimo visto una Liliana Balducci di 28 anni, invece di una bellissima Ilaria Occhini, che quell'età non ha più, tutto sommato il suo viaggio verso la morte sarebbe stato meno emozionante di come penso che possa essere proprio con una figura più adulta. SPETTACOLO/RONCONI 53 L' "incompiuto" è una caratteristica del Novecento, e l' impossibilità di giungere al termine di un'opera si inserisce nelle contraddizioni di questo secolo. Gadda, anche se considera letterariamente concluso il Pasticciaccio, può essere considerato il più alto rappresentante del "non finito"? È uno dei suoi aspetti ed è uno dei motivi per cui hai così forte l'impressione di qualcosa di reale. Nel Pasticciaccio la degeminazione, come la chiama lui (il pianerottolo con due scale, due delitti, la palpabile tensione centrifuga), è quella che impedisce la conclusione, perché in questa continua biforcazione, a un certo punto, devi per forza inseguire una traccia, una verità. Mi pare che questo sia un carattere della realtà. Ma sceglie? O non sceglie mai, perché tutto può essere rimesso sempre in discussione? È vero. Gadda non sceglie. Non mi sembra. E tuttavia scrive: "Il poliziotto capisce chi è l'assassino e questo basta". Dice anche qualche altra cosa: "Egli non intese, là pe llà, ciò che la sua anima era in procinto di intendere". Quindi, addirittura, non voler sapere: ossia rimuovere; arrivare alla soglia della conoscenza e poi pentirsi di essere a quella soglia; e, forse, cancellare. Un'altra delle sue grandi contraddizioni ... provocata dallo sgomento per l'atrocità e l'orrore del mondo? Posso rispondere non in rapporto all'autore, ma alla situazione del personaggio che è sul palcoscenico. Se devo dare un'interpretazione da persona di teatro di quelle ultime battute, di quell'ultima scena dell'Assunta e di Ingravallo, devo dire questo: l'immagine della morte naturale del padre di Assunta è qualcosa di più profondo, perché più oggettivo, dell'immagine della morte violenta di Liliana. La vitalità, la fisicità, la carnalità di Assunta sono così prorompenti, e il turbamento che da sempre egli ha di fronte a questo tipo di femminilità si coniuga, si salda, con la presenza di questo evento di morte in una maniera così veemente che lo porta a cancellare quello che lui già sa. Questa è la lettura teatrale. Non so fino a che punto sia giusta da un punto di vista letterario o filologico. Se devo comunicare agli attori qual è il loro stato, la loro situazione, perché sono portati a dire certe cose, gli do questa spiegazione. Vorrei chiudere questo incontro tornando al dialetto. Esprimersi, parlare in dialetto, ali' epoca di Gadda, significava anche testimoniare alcuni valori. Oggi, dopo la distruzione dei dialetti operata dalla televisione, il Pasticciaccio può essere considerata un'opera pretelevisiva? (ride) Non so. Dal parlato dialettale Gadda estrapola cose che hanno dei valori particolari di momento in momento ... È difficile ... Con la televisione, che non voglio dire non sia un fenomeno importantissimo, ho un rapporto molto particolare. Non di sofferenza. Nemmeno di rifiuto: non riesco a non vederla. Viaggia di lato: non attraversa. Ho l'impressione che viviamo avendo a fianco un mezzo che determina soltanto e tutto il superfluo. Credo anche che continuino a esserci delle zone franche, dalla televisione, che sono poi quelle che contano. Dove, per esempio, rappresentare Gadda? (sorride) Ecco. Che prosegue la sua vita naturale e indipendente.
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