34 VEDERE,LEGGERE,ASCOLTARE te non sapeva più dove andare, si sentiva sradicata, senza te1Ta e senza possibilità di ritorno a casa. I ragazzi indiani a scuola non sapevano in quale parte del mondo e della società avrebbero vissuto una volta terminati gli studi e, man mano che crescevano, avevano continui scontri con le istituzioni inglesi, a scuola e per le strade, con la polizia. Le organizzazioni politiche di colore cominciavano ad avanzare istanze. La televisione decise di lasciarli parlare dei loro problemi: educazione, disoccupazione, alloggi, trasporti e così via. Vedendo la televisione a quei tempi, sembrava che la gente di colore non avesse altro ruolo se non quello di lamentarsi: ovviamente, questo atteggiamento doveva cambiare. E il cambiamento si verificò quando arrivò il quarto canale televisivo, per cui io lavoro, Channel Four. Si decise di non voler fare più una televisione dei problemi, ma di guardare alla televisione come forma espressiva, facendo in modo che tutte le persone vi partecipassero in ogni forma, nel dramma, nella commedia, nello sport, nei giochi, nei dibattiti. Si pensò di aprire a tutti le porte della televisione, e che tutti potessero parlare la loro lingua ed esprimere la loro cultura. Anche la Bbc ha seguito questa politica. Adesso nella televisione inglese si ha il senso, anche se forse non abbastanza, della società multiculturale in cui si è definitivamente stabilita una popolazione di colore. C'è bisogno di una programmazione multiculturale affinché la società si riconosca sempre di più come un tutto integrato e i problemi di cui si parla possano essere esposti e possibilmente risolti in maniera esaustiva e non violenta. Quali generi funzionano meglio a questo scopo? In televisione, senza dubbio la commedia, perché viene scritta da gente il cui scopo principale è far ridere gli spettatori. Si può veicolare un messaggio politico facendo ridere. Al cinema, invece, forse va meglio il dramma, che interessa vaste platee internazionali. Per esempio, a Channel Four abbiamo prodotto il film Salaam, Bombay_che ha avuto un certo successo anche in Italia, ed è stato candidato all'Oscar come miglior film straniero, anche se, sfortunatamente, non l'ha vinto. Vogliamo parlare un po' di questo film? Certamente. Ho conosciuto Mira Nair, la regista del film, quando aveva appena terminato gli studi alla Columbia University ed era venuta a proporci un documentario su certe ragazze indiane che lavoravano in un cabaret e, ali' occorrenza, si prostituivano per pochi soldi. Il documentario, che si intitola India cabaret, ha suscitato un certo scalpore, perché molti benpensanti indiani non gradivano che si mostrassero all'estero queste giovani disposte a vendersi per poco o nulla ... Il solito discorso dei panni sporchi che si devono lavare in casa. La Nair è stata fortemente criticata per il realismo del suo lavoro. Però, qualche tempo dopo l'uscita del documentario, è tornata da me e mi ha proposto un altro documentario, questa volta sui ragazzi che vivono per le strade di Bombay. Le ho fatto presente che un soggetto simile avrebbe scatenato forse ancora più polemiche del precedente. Lei era molto convinta, mi ha illustrato quel che voleva fare, mi ha parlato di questi ragazzini che stanno per le strade della città, e allora le ho suggerito di non fare un documentario, ma un vero e proprio film a soggetto. Così è nata l'idea di Salaam, Bombay: poi siamo andati sul posto, abbiamo visto questi ragazzi che stavano sulla spiaggia, ci siamo affidati a un bravo scrittore indiano per la sceneggiatura e abbiamo fatto il film insieme a loro, lasciandoli recitare se stessi. Con Mira Nair, qualche anno dopo, abbiamo fatto anche Mississipi Masala, negli Stati Uniti. E chiaro comunque che questo tipo di cinematografia ha successo presso un pubblico molto diverso da quello che conferisce popolarità alle serie di telefilm che facciamo per la televisione. Attualmente, comunque, stiamo mettendo a punto anche telefilm "drammatici", come una nuova serie ambientata in un ospedale psichiatrico dell 'Inghilterra settentrionale in cui tutti i medici sono asiatici e gli scontri nascono fra i sostenitori di una medicina moderna e i razionalisti di vecchio stampo, che credono ancora nell'elettroshock. Queste sono situazioni reali, perché in Inghilterra molti ospedali sono gestiti attualmente da medici asiatici. Penso che ci sia ancora un terzo tipo di audience a cui dovete pensare: parlo di quella popolazione di immigrati che non parla - o parla molto poco - l'inglese. Sì, c'è ancora molta gente che non parla l'inglese, per lo più cinesi, ciprioti, pakistani e bangladeshi delle vecchie generazioni. Per loro ci sono programmi specifici al sabato mattina e la domenica pomeriggio o a tarda sera. Abbiamo un palinsesto di 104 programmi chiamato Orientamenti (chiedo scusa per il titolo), studiato per la popolazione cinese: ci sono brevi telegiornali dalla Cina e da Hong Kong e notizie dalla comunità cinese: come vedi, abbiamo un broadcasting e un narrow-casting. Hai detto che la televisione può mandare un messaggio politico facendo ridere: credi che la televisione debba essere ideologizzata, convogliare un particolare messaggio? No: credo anzi che la televisione debba cercare di non avere mai un messaggio politico superiore. Mi spiego meglio con una storia. C'era un tassista a Bradford (la cittadina dove vive la più numerosa comunità asiatica nell'Inghilterra meridionale) a cui un giorno si presentò un signore pakistano chiedendogli se riconoscesse in una fotografia sua figlia, che era scappata da casa. Lui disse di sì, che l'aveva portata alla stazione insieme a un ragazzo e, poiché l'uomo piangeva e gli offriva del denaro perché gliela ritrovasse, il tassista si mise a cercarla, sfruttò tutte le conoscenze che aveva e la ritrovò e portò il padre dove la ragazza si nascondeva. Il tassista sapeva benissimo che quel che faceva era illegale, perché la ragazza era maggiorenne e poteva fare quel che voleva, ma lui continuò a cercarla e, dopo quella, ne cercò e ne trovò altre per denaro, e adesso lo fa per mestiere: oltre a guidare il taxi, cerca le donne indiane e pakistane che fuggono dai mariti o dai padri oppressori. Io ho deciso di fare un documentario nel quale lo seguivo nelle sue ricerche, fino al momento in cui riportava la donna a casa. Chiaramente ~on lo incoraggiava, perché quel che faceva era illegale. Il caso che seguì trattava di una moglie che aveva lasciato il marito perché la picchiava e il suocero aveva mandato il tassista a cercarla. Una volta ritrovata la moglie temevano tutti la reazione violenta del marito: ma quando il marito larivide si buttò in ginocchio chiedendole di tornare in casa e giurandole che non poteva vivere senza di lei. Allora fu il suocero a sentirsi ferito nella sua dignità, perché tutto questo avveniva davanti alle telecamere. Riducemmo la scena di riconciliazione da quaranta minuti effettivi a quattro e la mandammo in televisione. Come risultato, ci fu un picchetto duro di femministe fuori dalla sede di Channel Four che volevano la mia pelle. Quando uscii mi sputarono addosso perché con quel program-
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