Linea d'ombra - anno XIV - n. 114 - aprile 1996

VEDERE,LEGGERE,ASCOLTARE 33 più a quello che il discorso significa per la tua storia, ma a quello che devono pensare i personaggi, e questa nuova coscienza dello scrivere cambia completamente quello che stai facendo. Hai detto che spesso vedi Rushdie: avete mai lavorato in- . ? s1eme. Qualche anno fa, gli ho commissionato un documentario intitolato The Riddle of Midnight. Gli ho chiesto di andare a trovare venti persone che fossero realmente nate la notte del 14 agosto 1947 in India e vedere se il suo libro si riflettesse in qualche modo nella realtà delle loro vite. Poi, ogni anno in televisione il 14 febbraio ricordiamo la fatwa con un programma speciale, chiamando Rushdie a parlare di ciò che fa in esilio, che cosa pensa, come vive. E intervistiamo anche John Major sulle sue intenzioni riguardo al problema, sperando che serva a sbloccare in qualche modo la situazione. Ma non è mai successo niente. Così quest'anno Rushdie ci ha detto: "Fate come volete, io non parlo più. Non posso andare avanti all'infinito a parlare solo di questo". Qual è la tua opinione personale sui Versetti satanici? Penso che i Versetti satanici siano il miglior esempio della natura non compromissoria dello scontro multiculturale. Bisogna leggerli a confronto con le altre opere di Salman: nei Figli della Mezzanotte aveva raccontato il sogno di ogni "indiano britannico", l'infanzia indiana, Bombay, la magia del luogo. Nella Vergogna ha descritto invece la realtà degli immigrati in Gran Bretagna, la loro età adulta. I Versetti satanici raccontano tre storie: quella dello stesso Rushdie, un indiano benestante, cresciuto a Bombay, educato in Inghilterra, laureato, che ha frequentato circoli di gente del giro di "Oxbridge"; poi c'è la storia degli immigrati dall'Asia ali 'Inghilterra, che invece sono poveri, e per i quali lo scrittore mostra molta comprensione e simpatia. Infine, c'è la storia di quello che Rushdie ha definito il "buco a forma di Dio" che sta nel suo cuore, e questa è la storia di Maometto, intesa come storia di potere. Ora, la più grande ironia multiculturale del nostro tempo è che proprio quelle popolazioni di immigranti per cui Rushdie chiedeva e dimostrava simpatia si siano risentite per il suo libro fino ad arrivare a chiedere la morte dell'autore. I due protagonisti dei Versetti satanici sono attori; il narratore e molti personaggi di Bombay Duck sono attori e anche Karim, nel Buddha delle periferie di Kureishi,finisce col diventare attore: è un caso, secondo te, o gli attori metaforizzano la ricerca di identità degli immigrati? Penso che sia una coincidenza: nel mio libro ci sono tanti attori perché si tratta di uno spettacolo da comperare e da vendere. Una commedia o uno spettacolo sono prodotti culturali mobili: puoi portare una commedia da una parte all'altra e farne ciò che vuoi. Naturalmente la maggior parte delle opere d'arte sono mobili: puoi spostare un quadro, puoi leggere una poesia dove ti pare. Una commedia, inoltre, dovrebbe comunicare con gli spettatori dappertutto. E, per questo motivo, nella mia storia entrano degli attori. È interessante quest'idea della ricerca di identità, forse è vero che gli attori non hanno una loro identità. Però nel mio libro gli attori compaiono solo nella prima parte, nella seconda il protagonista è un insegnante che cerca di diventare uno storico e un narratore. Quanto a Karim ne Il Buddha delle periferie, lui vuole diventare una pop star e un attore; vuole diventare inglese fino in fondo, mentre i personaggi principali del mio libro e di quello di Rushdie vogliono trovare un legame con l'India, essere indiani. A questo proposito, mi puoi dire che cosa pensi del multiculturalismo e dell'atteggiamento inglese nei confronti degli immigrati? Il multiculturalismo si impone quando genti di culture differenti iniziano a mescolarsi, intendo che devono vivere insieme, sono costrette a entrare a contatto molto fortemente. Si ha multiculturalismo quando una tradizione ne incontra un'altra e deve conviverci, non osservarla da estranea. Il vero incontro fra le due culture inizia quando le due culture coesistono o nella stessa persona o nella stessa comunità, fino al punto che una rischia di uccidere l'altra. Qui nasce il dramma. Questo è il tema delle mie storie, delle mie sceneggiature: è un dramma "gentile", non una tragedia. Non voglio attaccare troppo gli inglesi: Salman lo fa, Hanif lo fa. Io penso che gli inglesi siano abbastanza tolleranti. Naturalmente so che ci sono persone che picchiano gli immigrati per motivi di razzismo: ma non penso che il razzismo sia un problema grave in Inghilterra, non tanto grave. L'atteggiamento degli inglesi nei confronti della razza è molto complesso: sono stati abituati a governare tutte le razze nere e scure, alcuni di loro si sentono in colpa per questo e chiedono continuamente scusa, e così si spingono all'estremo nell'altra direzione. Vedono buono tutto quello che è scuro o indiano, e questo non è vero; poi ci sono persone che sono ancora estremamente scioviniste e ci sono i razzisti culturali, che pensano che solo una cultura estremamente limitata è nel giusto e tutto il resto non è neppure da prendere in considerazione. Come vedi gli atteggiamenti inglesi nei confronti della razza sono alquanto complessi, ma non credo che il razzismo sia il problema più grave che l'Inghilterra deve affrontare. Nel tuo lavoro, in televisione e nel cinema, come si riflette la realtà multiculturale? Io credo che la televisione sia - o meglio, dovrebbe essere - l'istituzione centrale attraverso cui una comunità dialoga con se stessa e pertanto deve riflettere il modo in cui una società si vede, il suo senso del tragico, dell'umorismo; il suo materialismo, la sua avidità, il suo stesso modo di vestire. Negli anni Sessanta l'Inghilterra cominciò a rendersi conto che c'erano persone nuove al suo interno, e alcune non parlavano neppure inglese, così i primi programmi multiculturali non nacquero dalla richiesta di qualcuno, la Bbc decise che una volta la settimana avrebbero messo in onda un programma che insegnasse agli indiani e ai pakistani come vivere in Gran Bretagna. Erano programmi molto didattici: insegnavano come si usa uno spazzolino da denti, il coltello e la forchetta; come si invitano a cena i vicini, come si fa la spesa al supermercato, come si paga alla cassa senza contrattare sul prezzo e così via. Visti oggi, quei programmi del 1964-65, sono molto buffi: l'idea di base era "vi consideriamo buoni vicini", oppure, "sentitevi completamente a casa vostra". Dimostravano una tolleranza molto paternalistica: non so se funzionavano. C'erano anche programmi speciali per asiatici: musica alla domenica mattina, un'ora la settimana. La seconda fase della televisione multiculturale coincide con l'esplosione di rabbia giovanile dei tardi anni Sessanta: la gen-

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