VEDERE,LEGGERE,ASCOLTARE 31 senza quella tremenda aria formale". Di San Francisco Maya Angelou ci offre un ritratto suggestivo. Nei primi mesi di guerra il quartiere di Fillmore subisce una drastica metamorfosi: i locali e i negozi che fino a quel momento erano stati di proprietà dei giapponesi si riempiono di neri, con i loro rumorosi juke-box e il sollievo di non avere più, a polsi e caviglie, le catene del Sud. Nel giro di pochi mesi il quartiere giapponese diventa la Harlem di San Francisco. E in questa città - dove basta avere un desiderio perché, inseguendolo con caparbietà, si realizzi - Marguerite Johnson diventerà la prima bigliettaia di colore sui tram che corrono su e giù per le colline, sentirà emergere dentro di sé il talento per la danza e la recitazione, si riconcilierà con la madre e, a sedici anni, darà alla luce un figlio. "Essere lasciati soli in bilico sulla corda dell' incoscienza giovanile significa sperimentare l'intensa bellezza della libertà assoluta e la minaccia di una perenne indecisione": finalmente adulta, la gabbia silenziosa in cui il dolore l'aveva racchiusa un ricordo ormai lontano, Maya Angelou è libera di innalzare il suo canto. Farrukh Dhondy SPAGHETTIALLABOLOGNESE EANATRA DI BOMBAY Incontro con Silvia Albertazzi Farrukh Dhondy, nato a Poona, in India, nel 1944 e laureato a Cambridge, attualmente incaricato della programmazione multiculturale del 'emittente televisiva inglese Channel Four, ha insegnato per molti anni in una scuola secondaria superiore del 'estrema periferia londinese, a contatto con ragazzi di etnie disparate e "casi sociali" di ogni sorta. Da questa esperienza sono nate parecchie raccolte di racconti, alcune delle quali sono ora in adozione come libri di lettura nelle scuole inglesi, e una serie di telefilm di grande successo, che hanno segnato l'inizio della carriera di Dhondy come sceneggiatore televisivo. Ma la notorietà letteraria è arrivata per lo scrittore indoinglese nel 1991, con il romanzo Bombay Duck, irriverente indagine sulle complicazioni e le incomprensioni del rapporto Est-Ovest nella società di fine millennio, dove l'opera d'arte è percepita soltanto come un bene di consumo. Di Farrukh Dhondy è stato tradotto in Italia, per i tipi di Bruno Mondadori, Cigno nero, un romanzo per adolescenti ("un pubblico al quale sono molto affezionato e a cui gli scrittori si rivolgono raramente con opere specifiche", precisa l'autore). Quando è uscito Bomb~y Duck, pubblico e critica sono rimasti colpiti soprattutto dalla satira del Mahabharata di Peter Brook che occupa tutta la prima parte. La scelta del lavoro di Brook come prototipo di un modo falso, tutto occidentale, di guardare ali' Oriente nasce dalla tua personale esperienza nel mondo dei media e dello spettacolo? Quando Peter Brook stava allestendo il Mahabharata venne a Channel Four per chiederci di partecipare alla produzione. Voleva un milione di sterline, un sacco di soldi, decisamente troppi, ma gli fissammo un incontro. Sedemmo a tavola, prendemmo il tè, parlammo molto educatamente degli studi che potevamo mettere a sua disposizione in India, delle facilità che avrebbe potuto avere su piazza. Brook voleva fare recitare a un cast di attori di tutte le nazionalità storie tratte dalla mitologia indiana: era un progetto rischioso: conosco gli indiani - io sono indiano - e so che possono offendersi molto per una cosa del genere. Gli indiani sono il tipo di persone che per un'offesa alla religione escono con le taniche di benzina e danno fuoco a chi, secondo loro, ha perpetrato l'insulto. Cercai di spiegarlo, ma quando uscimmo dall'incontro Brook mi disse soltanto: "Traduci" e io gli chiesi: "Non hai capito?" e lui: "Me li danno i soldi o no?" e io: "No". Se ne andò. Tornai a casa e iniziai a scrivere un racconto sulle magnifiche intenzioni liberali e occidentali di Peter Brook. E questo fu il primo nucleo di Bombay Duck. Comunque, alla fine partecipammo alla produzione del Mahabharata. Fu meraviglioso, ma con tanti problemi. Per esempio, uno degli attori che avevamo consigliato a Brook - che poi sarebbe diventato la voce narrante della prima parte del mio romanzo - andò a Parigi con Brook a provare per due settimane, poi Brook ci telefonò dicendo che non lo voleva più, che ce lo rimandava perché era ubriaco dalla mattina alla sera e non lavorava. Quando l'attore arrivò a Londra gli chiesi come mai era sempre ubriaco e lui rispose che era andato con Brook per fare l'attore, non l'insegnante di inglese per stranieri. Infatti, era l'unico inglese del cast e a Parigi lo utilizzavano per insegnare la lingua a tutti quegli altri attori che non la sapevano. La lingua ufficiale del cast era l'inglese, ma quasi nessuno la parlava correntemente: Jean-Claude Carrière, lo sceneggiatore, certo non perdeva tempo a dare spiegazioni agli attori su quel che aveva scritto; Brook dava le direttive in inglese, ma non traduceva: così toccava al nostro attore fare da interprete per tutti. Nel tuo romanzo, l'allestimento del Mahabharata diventa la metafora più evidente di quell'uso della cultura come bene di scambio e di consumo che è al centro della vicenda. Vuoi spiegare meglio come si realizza secondo te questa commercializzazione del 'arte? È ovvio che il libro tratta della cultura come commercio. La realizzazione teatrale, il film, si vende, si usa per riflettere determinati valori. Il Mahabharata fu scritto migliaia di anni fa in India: tu lo prendi, lo traduci, lo adatti e lo trasformi in una cosa inglese e diventa un prodotto della fine del Ventesimo secolo. E dentro c'è tutto: uguaglianza, fraternità, femminismo, antirazzismo. E poi prendi un nero, un bianco, un giapponese, così l'antirazzismo diventa un veicolo per propagandare te stesso. Così hai preso un prodotto di qualcun altro, l'hai fatto tuo e adesso lo rivendi al suo proprietario come se fosse autentico. È la storia dell'anatra di Bombay, che non è un'anatra ma è pesce secco. Gli spaghetti alla bolognese non esistono, nei ristoranti di Bologna non si trovano, ma in In-
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