Linea d'ombra - anno XIV - n. 114 - aprile 1996

22 FRAMMENTI ITALIANI/SAVINIO Ruggero Savinio IL PICCIO Ruggero Savinio (Torino, 1934) è pittore e scrittore. Figlio di Alberto Savinio e nipote di Giorgio De Chirico ha esordito nel 1962 con una mostra personale a Milano e nel 1988 e nel 1995 la Biennale di Venezia gli ha dedicato una sala. Ha scritto saggi e racconti: L'età dell'oro (Scheiwiller, 1981), Percorsi della figura (Edizioni della Cometa, 1992) e Ombra portata (Anabasi, 1992). Inoltre, è in uscita Paesaggio configura per i tipi di Le lettere, Firenze 1996. "Il Piccio" fa parte di un lungo poema intitolato La Galleria d'Arte Moderna, tuttora inedito. La Lombardia fu a lungo e solamente Una morgana d'acque e pioppi, un lento Vaporare di nebbie colorate Fra il muschio e le rocce, e un dolce Spegnimento di soli occidentali Sulla decapitata pianura. Giovanni Carnovali detto il Piccio Rappresentava al meglio questo insieme, Come gli apparve chiaro quando vide La prima volta le riproduzioni Delle sue opere. Le vide sopra Un annoso volume, che a tutt'oggi È il più completo studio sul pittore. Questo volume era entrato in casa Fra i libri di suo padre, per percorsi Che Ruggero non sa, ma, se ci pensa, Oltre a un incrocio forse casuale Di motivi biografici - il padre E gli amici di Bergamo, la patria Di quel pittore - crede di vedere Un motivo più intimo e più forte: L'attrazione del padre per qualcosa Che era il suo contrario: l'effusione Sentimentale su un'aggrovigliata Fanghiglia colorata. Ricordava Di avere visitato con suo padre Nel millenovecentoquarantotto Una mostra di Turner allestita In palazzo Venezia dagli Inglesi, E non aveva più dimenticato Le nebulose opacità e le luci Misteriose e sublimi del pittore, Ma anche insieme il grande apprezzamento Di lui da parte di suo padre. Il Piccio L'aveva conosciuto, al vero, dopo, Proprio alla Galleria d'arte moderna. Sul viscidume della superficie Colorata correva l'arabesco Veloce e rotto delle pennellate, Si raggrumava a tratti, impallidiva In altri punti, dove traspariva Il fondo ocra-d'oro della tela; La luce che brillava sopra i corpi, Svelando un Ararat che, sulla cima, Portava in salvo l'arca, s'incurvava In un luminoso arcobaleno Contro il quale levava il Patriarca La sua testa barbuta, ringraziando L'Altissimo, fra il gruppo dei parenti. Altrove, sopra un'altra teletta, Una Virginia procumbeva, bianca E nuda, sotto i colpi del pugnale Che un Tarquinio levava in diagonale Col braccio armato verso gli edifici Persi in una nebbiosa lontananza. Fu proprio questa la rivelazione Della pittura. Una corporale Dolce fusione delle paste e dei Colori, con un fisico trasporto E un'ebbrezza dei sensi, una tensione Dei nervi, e un finale affondamento Nell'ombra misteriosa e avvolgente. Il mistero era quello stesso di una Tavoletta dipinta da suo zio E collocata sopra un cavalletto Minuscolo posato sopra il piano Di un comò del salotto in casa loro. Sul fondo scuro, appena rilevate, Comparivano larve di figure. Uno seduto su una roccia; avanti A lui una figura luminosa Che sembrava emanare da una fonte Nascosta dentro il cuore della notte. Lui aveva sul capo una corona. Era Re Numa intento in un colloquio Con la ninfa Egeria. Le parole, Dall'arte muta non trascritte, certo Saranno state parole solenni O forse, quel colloquio si svolgeva Senza parole, in un appassionato Purissimo silenzio, come quello Che Ruggero scopriva tanto tempo Dopo, nei quadri veneti chiamati Sacra Conversazione, in cui gli astanti Spartiscono il silenzio. Come i santi Di quei sacri colloqui, aveva posto Dei personaggi, nei suoi propri quadri, Seduti nel paesaggio, l'uno accanto All'altro, in conversazione muta. La pittura, per lui, fu da quel giorno Una fusione dolce e repugnante, Un miele, un vischio, un succo corporale Che lo schifa e lo attrae, e lo trattiene Nel glutine di paste e di colori Che i pittori chiamano materia. Abbiamo pronunciato la parola Dai molti sensi. E la vertiginosa Serie delle allusioni non finisce Di spalancarne altre e altre ancora. Quello che lui toccava quasi con Io Sguardo vorace come una bocca, Tastante come il palmo di una mano, Era insieme il corpo materiale

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