tra la folla, ma - strano - è Moses questa volta a non volere, dice: "Ci bastano per bere, per fare qualcosa", e maledice la sorte, implora la morte più schifosa sui ricchi nascosti a farsi ricchi senza che nessuno li tocchi. Loro, pitocchi, devono adesso tornarsene a casa, rabbiosi impotenti, riprendere l'autobus con poca gente e stanca, stare zitti a guardarsi le scarpe, appoggiando la testa al finestrino. Che voglia di altre notti, altri vestiti addosso, padri severi a cui ubbidire, parole compagnia consolazione e invece qui il silenzio perdizione, condanna a non esistere. Alla fermata giusta Isaac e Moses scendono, ed è già scuro, le macchine più rade, il viale non risponde ai loro passi. Moses fischietta, Isaac dà calci ai sassi. Ritrovano le donne accanto ai fuochi e quella, sfatta, che avevano schernito poco prima. Fanno salamelecchi, sorrisini: le chiedono se con quanto hanno rubato li può accontentare tutti e due, veloce, e buona almeno lei, sul prato. •. ,t. , .:· .. . · ..... ~ ,-.. . .· Foto Gin Angri/ Grazia Neri. FRAMMENTI ITALIANI/AIRAGHI 21 Una sporca storia Conosco Alida Airaghi da quando facevamo insieme l'università. Lei studiava filosofia antica e, già allora, scriveva. Non male. Non ha mai scritto male, Alida, anche se i suoi versi o le sue storie hanno sempre parlato di un male che ciascuno ci portiamo dentro, e uscivano quindi dalla penna con l'asprezza delle cose che non ammettono ghirigori e vie indirette. Perché Alida ha sempre avuto il difetto di chiedersi i perché delle cose e di non accontentarsi delle spiegazioni e delle scelte correnti. Scelte di vita, anche. Scelte che ci hanno portato qualche volta vicini e qualche volta lontani e che, magari a distanza di anni, ci hanno fatto ritrovare - più che di persona - su qualche pagina scritta: le poesie da lei pubblicate, per esempio, in un quaderno einaudiano di Nuovi poeti italiani ( 1984), L'appartamento e altri versi, o quelle di Rosa rosse rose (Bertani, 1986), testi che mi sembrarono segni di una vocazione capace di risultati precisi, di un pathos che gli altri giovani poeti credevano fosse giusto seppellire sotto esercitazioni linguistiche e fantasie pseudo-oniriche. Ma non è stato sempre scontato il nostro dialogo, perché Alida non è una persona facile e non ama le cose facili. I versi qui presentati, per esempio, con quella scelta di mettersi nei panni di due extracomunitari (li chiama così, con una delle molte formule dell'eufemismo borghese), mi sono messo a leggerli col sospetto del mio essere appunto e comunque borghese, e magari un po' pantofolaio, e mi dicevo: ma dove vai a finire ... Eppure, Alida, le hai sapute mettere davvero bene in fila, una dopo l'altra, queste parole, e non c'è che da dirti brava per come riesci a farla sentire davvero viva questa sporca storia dei giorni che noi viviamo. Edoardo Esposito
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