siasmi e la passione di uno nato per insegnare. Un giorno lesse e spiegò a Yussuf quel capitolo di Se questo è un uomo in cui Primo Levi recita a un compagno di prigionia il Canto di Ulisse. Yussuf restò sbalordito. Non sapeva nulla di Dante, né della meravigliosa storia di Ulisse, né della seconda guerra mondiale, né del nazismo. Dante nell'originale era per lui impresa impossibile ma una passeggiata con Joe nella libreria del Corso gli procurò la bella traduzione inglese di Dorothy Sayers che Yussuf lesse con la stessa avidità con cui aveva letto e riletto Richard Burton. Provò poi a confrontare la traduzione e l'originale. Una notte si svegliò da un incubo urlando: "Papé Satàn, Papé Satàn, aleppe!" Gli angeli ribelli parlavano una lingua semitica. Joe gli raccontò dell'università di Cordoba nel medioevo, dove studiosi arabi ed ebrei glossavano il greco di Aristotele. Di manoscritti che viaggiavano dall'Andalusia alla Provenza e alla Toscana, della ricca letteratura in mozarabe e dell'interesse di Dante e del suo scettico amico Guido Cavalcanti per le scienze e la filosofia che fiorivano nella Spagna musulmana. Yussuf era ormai catturato da questo mondo fantastico di congetture e ipotesi, di antichi libri e antichi miti. S'era innamorato dell'Italia, ma non riusciva a capire come un paese con tutta quella storia e quella letteratura se ne dimenticasse completamente nelle preoccupazioni pratiche della vita quotidiana. Anche a Joe piaceva quel mondo, però Joe aveva anche un senso pratico che gli impediva di abbandonarvisi. Joe era uno studioso, con più vantaggi e aperture di Yussuf, ma non trascurava di dare un'applicazione pratica alle sue spedizioni letterarie. Se scendeva in un labirinto, si portava dietro un filo da svolgere e non andava mai oltre la fine della matassa. Così, riaggomitolando, usciva con un saggio o una ricerca per far progredire una tesi da graduate school, o forse una piccola pubblicazione. Yussuf, invece, in quei labirinti scendeva per perdersi, per scendere sempre più profondamente. Per lui poteva esserci solo un'uscita dalla parte opposta, mai un ritorno alla grotta da cui era entrato con qualche fossile di quello che aveva scoperto. Quando Yussuf chiese un'estensione del visto d'uscita dal suo paese e del permesso di soggiorno in Italia, sorse qualche complicazione burocratica. Dovette fare un viaggio nella capitale e le scale di ambasciate e ministeri. Per semplificarsi la vita richiese i servizi di un'interprete, pratico di queste cose. Gli si presentò un simpatico e sorridente egiziano, ben vestito, con modi da gentleman. Era in Italia da quindici anni, sposato a un' italiana, aveva preso la cittadinanza. A Yussuf si scaldò il cuore. Era in presenza di una persona colta della sua razza e religione? Innamorato dell'Italia come lui? Quando la conversazione rivelò altri aspetti dell'egiziano, rimase molto deluso. Quest'uomo, come tutti gli italiani, era molto scontento dei politicanti del suo nuovo paese. Diceva che l'invasione d'immigrati neri e magrebini era una vergogna. Faceva l'interprete al tribunale ed era scandalizzato dal garantismo della legge. Voleva metodi più duri, come quelli del suo paese d'origine. Alle elezioni votava per le leghe regionali e populiste che promettevano di affrontare il problema dell'immigrazione dalla costa opposta del Mediterraneo. "Se non li fermano e rimandano a casa, non ci sarà più lavoro per gli italiani come me, e anche le persone perbene come te saranno trattate male." Joe rise molto di quest'episodio quando Yussuf glielo raccontò. Anche Yussuf rideva, ma in un altro modo. Joe era infastidito dal materialismo, la stupidità, l'ignoranza e l'avidità, ma riusciva a convivere con questo mondo. Yussuf ne era offeso e ferito. Questa era la differenza tra i due amici. FRAMMENTIITALIANI/AMARI 17 Il pragmatismo di Joe fece comunque una breccia, a lungo andare, nelle mura che Yussuf aveva innalzato a proteggere la sua vita contemplativa. Perché non intraprendere una carriera in qualche modo connessa ai suoi interessi? Era venuto il momento di separarsi e Joe d'istinto voleva estendere la protezione che aveva dato a Yussuf in tutti quei mesi. Perciò gli dava dei consigli "permanenti". E Yussuf si lasciò convincere. Sarebbe tornato a casa per parlare con suo padre del nuovo corso che voleva dare ai suoi studi. Sognò di diventare un medioevalista arabo-romanzo; dopo l'italiano avrebbe studiato lo spagnolo e le sue ricerche avrebbero messo in luce come, in secoli remoti, musulmani, ebrei e cristiani avessero collaborato nel mondo della conoscenza e dell'arte. E - perché no? - la sua influente famiglia poteva creargli un lavoro accademico. Tutto quel denaro che eruttava dai pozzi ... Ora però voleva esplorare un po' l'Italia, prima di quel suo temporaneo ritorno a casa. Yussuf mise nel suo bagaglio The Spirit of Romance di Ezra Pound accanto a Mimesis di Erich Auerbach, e poi i due amici si separarono. Firenze, Bologna, Milano, Venezia. A Milano Yussuf visitò la biblioteca che un munifico cardinale Borromeo, personaggio di un famoso romanzo storico, aveva dotato di una ricca collezione di antichi manoscritti arabi ed ebraici. Passò alcuni giorni nella sala di lettura dei manoscritti. Suoi compagni erano spesso dei barbuti rabbini ortodossi che non si toglievano mai di testa il cappello. Notò uno di questi un giorno che, assorto nella lettura di un manoscritto, muoveva le labbra come in preghiera e il corpo avanti e indietro, come in estasi mistica. Si ricordò del suo patetico tentativo di ritmare la musica con simili movimenti nella discoteca di Perugia e provò un penoso imbarazzo per il sé di quel tempo. Uno dei manoscritti che lesse conteneva una variante di una storia che appare anche, in parte, in alcune edizioni delle Mille e una notte. Il manoscritto era di epoca tarda, della fine del sedicesimo secolo, e accennava brevemente al pilota arabo che, misurando le distanze marine sui nodi di una corda tesa tra I' orizzonte e la stella della sera, guidò le caravelle dei portoghesi dall' Africa ali 'India, senza perdersi nella notte, attraverso un vasto oceano senza coste e senza terre. Ma poi lo scrittore tornava indietro nel tempo e si lanciava nelle lodi di mitici navigatori di tempi molto più antichi. Uno di questi sfidò i limiti della conoscenza e s'avventurò nei mari luccicanti del sole meridionale, tra mostri marini, sirene e castelli di ghiaccio finché si trovò di fronte alla Montagna Nera, un monte che attirò la nave verso di sé come per forza magica. Già i marinai vedevano sulle spiagge e le balze del monte strane creature: angeli e diavoli, bellissime urì e lascivi centauri, quando all'improvviso una forza ignota staccò dalla nave ogni pezzo di metallo, ogni chiodo che fissava le tavole e li proiettò verso il più nero della montagna. La nave si sfasciò e subito s'aprì un gorgo che inghiottì tutti tranne colui che doveva tornare per raccontare la storia come ammonizione contro il troppo presumere. AYussuf questa storia parallela al dantesco ultimo viaggio di Ulisse parve chiarire la metafora. Mai come in quest'epoca l'uomo ha cercato di spingere Dio fuori dal Suo creato, ma non per sostituirVisi, con sprezzatura rinascimentale, ma solo per essere libero di distruggere il creato senza alcun controllo e d'invadere ogni spazio, non per nobile curiosità, ma per livellarlo e riempirlo d'insetti voraci. Libero d'affogare nel gorgo della propria avidità. Questo era forse il messaggio dei filosofi e teologi antichi che poeti come Dante s'erano assunti il compito di divulgare. A Venezia Yussuf cercò sollievo dai milioni di piedi che pi-
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