Linea d'ombra - anno XIV - n. 114 - aprile 1996

14 FRAMMENTI ITALIANI/TOZZI brache la primavera non arrivi mai. Così le ha fatto far gli esami. Lei era contenta, non andava a scuola. Prima di entrare nel laboratorio abbiamo visto un ragazzo in motorino che sbandava, poi è caduto e lei diceva andiamo a prenderlo, lo portiamo dal dottore per la puntura, si guarisce assieme, e a me è venuto da piangere, perché penso che se la sia presa davvero e che non ci salverà nessuno. Stamani però quasi non ci pensavo entrando nel supermercato e, forse, non avrei pensato a niente, insomma, avrei tirato ad arrivare a sera come sempre, se non li avessi visti. Prima il pediatra. Avevo già riempito il carrello. Ci avevo messo anche delle cose un po' rubate, i tarocchi che potendo prezzar da sola avevo contrassegnato come arance ovali, quasi mille lire meno. E poi le magliette da portar sotto, ne danno due al prezzo di una ma di qualità scadente, così ho vuotato una confezione sostituendola con due buone ma care. Quando faccio queste cose ho sempre il cuore in gola perché potrebbe vedermi qualcuno e smascherarmi. Mi dico che lo faccio per bisogno, così mi calmo un po', ma finché non ho tutto nei sacchi sono agitata e stranamente allegra, come se a rischiare ci provassi gusto. Stamani però è cambiato tutto, stavo poggiando l'acqua distillata alla cassa e l'ho visto, era dietro di me con poche cose, birra, detersivo e biscotti. Mi ha salutato, quasi non lo riconoscevo, le persone le tiri via dal loro posto e cambiano, lui per esempio in quel supermercato sembrava uno normale, non un dottore, e sono diventata rossa, spero non si sia accorto. Mi ha aiutata a sollevare la confezione di minerale, poi ha detto ci vediamo stasera con le analisi. C'era un temporale. Abbiamo atteso a fianco davanti ai vetri, c'era odore di segatura e pesce perché lì accanto c'è il banco che lo vende fresco. La gente entrava scrollando l'ombrello e noi si stava lì zitti perché non c'era niente che ci accomunasse all'infuori di una bambina a cui era stato prelevato il sangue. Davanti a casa invece ho incontrato lei, la ragazza. Mi ha visto arrivare coi sacchi e si è fermata, ha lasciato aperto il portone. L'ho ringraziata. Si figuri, ha detto. Aveva in mano alcune riviste fradice, le aveva usate per ripararsi. È la ragazza del quarto piano, una di cui sparlano perché non lavora e soffre di nervi. Anch'io ho fatto qualche chiacchiera, standomi di sopra sento che rientra anche di notte, a volte con un uomo, e parlano, si muovono, io ci penso. L'ho sentita urlare. Forse litigava, era disperata; l'ho vista uscire il pomeriggio e rientrare il giorno dopo, con un involto di paste e i vestiti presi in tintoria. Ho sparlato anch'io perché fra simili è così, ci si spalleggia curiosando, ci si rintana e più siamo lontani dagli altri più ci si rinforza. Ma a dire il vero, io non la spio per raccontare, la spio perché l'aspetto, e il fatto che sia così gentile con me, lei, con quei bei maglioni e gli stivali cari, mi fa quasi effetto. Anche oggi ha voluto scambiare due o tre frasi, sul tempo e sul riscaldamento scarso. Aveva gli occhi gonfi come se avesse dormito troppo e mi sono chiesta se prenda medicine e quante. E come sia la sua stanza, che è proprio sulla mia, e il bagno, e che ne faccia della cameretta. Non ho pranzato, come spesso capita, perché c'erano i panni da lavare ma diversi, blu e chiari e poi la lana. Il tubo che porta acqua alla lavatrice si è allentato per la ruggine e il calcare, sicché ogni volta devo metterci attorno la spugnetta e sotto il bicchiere. A lavaggio finito devo ricordarmi di chiudere la manopola altrimenti sgocciola e si allaga. Mi sono detta, devo chiamare il tecnico, e poi, non è il momento. Ma non è mai il momento in questa casa: per rimbiancare, comprare dei cuscini senza bozzi, mettersi a posto i denti, prendere una stufa a olio. Tanto meno per un deumidificatore nuovo, ho pensato, tastando i panni umidi e stendendo accanto gli altri che asciugheranno chissà quando. Per questo invece di mettere l'acqua per la pasta sono uscita, ho preso l'autobus e sono scesa, alla boutique, di fianco alla chiesa nuova. Ho atteso un po', prima che arrivasse la proprietaria, e poi le ho detto che ero lì per quel posto di commessa del cartello. Cerco una ragazza ha detto, un'apprendista. Le ho detto non m'importa se la paga è bassa, conosco un po' il francese e ho studiato da ragioniera, anche se non sono arrivata in fondo. Ma niente; non mi vuole. Dice di aver bisogno di una che è pratica di moda, di materiali, che indossi quei vestiti strani. Insomma, non normale. Non ho neanche salutato. Mi sono messa a correre e sono entrata qui. Lo so, non si torna in chiesa dopo tanto solo perché serve. Ma qui non fanno caso se piango. La suora, quando chiesi se c'era rischio di contagio disse che invece di agitarsi era meglio pensare alla fortuna che tocca a noi, gente normale. Prendiamo oggi, per esempio. Mentre stavo lì a guardare piovere, nel supermercato, io non sentivo mica il ticchettio o le voci o il bagnato ai piedi, no, io mi accorgevo solo di quell'uomo accanto, quell'uomo dai capelli mossi e l'aria certa, così vicino che a spostare il braccio avrei sentito il suo, sotto la giacca. E voglio proprio dirtelo, sarà per quest'agitazione ma io l'ho sempre in testa, ancora, e mi riesce di fare come sempre, metterci un peso sopra e cancellare, no, io lascio che continui e che mi resti qui, proprio davanti a te, in questo bel silenzio sacro dove vorrei che fosse, e mi prendesse e mi facesse tutto, lo seguirei, anche in autostrada di notte che non ci sono stata mai, veloce, assieme, magari con la musica, magari. Basta. Non posso più. Non per l'osceno qui, tu lo capisci Dio, no, basta perché non è una cosa mia. In questo modo io mica ci so stare. La ragazza di sopra sì che saprebbe, lei riuscirebbe a farsi veder piangere, anche fra i capelli e il pesce e gli direbbe stammi a sentire, tienimi. Io no, non dico. Le cose mie sono ignoranti e monche, è meglio se le tengo dentro. Non ci vuol molto. La gente è più contenta se l'ascolti, non chiede e se lo fa io parlo d'altro. Alle persone non interesso io ma fatti, cose. Anche a mio marito. Dio, io vorrei esser come lui. Senza mischiume. Lui mica conserva le paure, i modi e i ricordi e se gli parlo ha quell'aria attenta ma lontana, quasi cristallo. Della bambina si è preoccupato solo per l'asilo, vuole che caccino l'amica: sgombrare il campo, dice. Io provo a guardare come dice, in avanti, verso i posti sgombri, ma non mi riesce più, sono così piena che pulire ormai a che serve. Meglio sarebbe se mi mettessi via. Al buio. È tardi ora. Ho perso tempo e devo ritirar gli esami. Non ti chiedo di fare andare le cose meglio, quel che è stato è stato, mica sei te che mandi le disgrazie. Mi alzo e vado a prender l'autobus, è questa la mia vita. Normale. A dirlo si fa presto. Ciao Dio.

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