Linea d'ombra - anno XIV - n. 114 - aprile 1996

12 FRAMMENTI ITALIANI/DESANTIS la moglie non possono andare nemmeno più in vacanza, ma lui non vuole abbandonarlo in un ospizio, questo proprio no. Fra un caffè e l'altro racconta della malattia del suocero, dei guai della famiglia, del lavoro che non sempre va bene; ma sa anche ascoltare e partecipa con gli occhi di chi nella vita ne ha passate davvero tante. Chiacchierando con lui sembra che i propri problemi non siano poi tanto gravi. Gli domando se sappia qualcosa. Non sa niente, lui ha solo trovato fumo e confusione. "Quali comandi, professore?" "Un caffè." Non mi viene altro in mente. Entra un'insegnante in lacrime attorniata da altre che cercano di rassicurarla. Lei si arrabbia. Non ha paura, ma piange per la gente che sicuramente sarà morta lì fuori. Si libera dalle colleghe e scappa via. Qualcuno le chiede dove stia andando. "A prendere i registri!" La risposta si perde nei corridoi deserti. Già, i registri sono rimasti nell'aula insieme al libro dei verbali e a tutto il resto. Avremmo dovuto discutere dei ragazzi, decidere i voti, quelli di profitto e quelli della condotta. Che senso ha, poi, dare il voto di condotta a questi qui ... Stamattina sono entrati in classe solo in due: Crusco e Spano. Non sapendo cosa fare Crusco ha cominciato a parlare di cani. Porta i capelli rapati a zero e l'orecchino, fa il duro e ha raccontato di un suo parente che ha un pitbull, il cane americano da combattimento. Così ho scoperto che allenare un pitbull per i combattimenti clandestini è semplice. Lo zio di Crusco prende un coniglio, lo scuoia e lascia la pelle quindici giorni a seccare al sole; poi, quando si è bella indurita, la fa mordere al cane, così s'irrobustisce le mascelle. Lo trascina per il cortile della casa, mentre lui addenta forte. A volte lo chiude in un sacco e lo picchia a sangue con una mazza. Visto che il racconto m'impressionava, Cruscosi è soffermato a descrivermi le cicatrici che il cane ha sulla schiena per le botte che gli dà lo zio. Così alla fine diventa feroce e può combattere bene con gli altri cani e fruttare un sacco di soldi nelle scommesse clandestine. Man mano che raccontava Crusco abbassava la voce e sgranava gli occhi, a sottolineare la ferocia delle torture che lo zio infliggeva al pitbull. Poi ha parlato di un pastore tedesco. Anche quello lo zio lo chiudeva in un sacco e lo riempiva di botte, solo che stavolta il cane era diventato scemo e invece di inferocirsi aveva sempre paura e faceva le feste a chiunque, cercando di farselo amico. Spano taceva. È quello che le prende da tutti; è il più piccolo di età della classe, anche se è il più alto. Ha abbassato gli occhi. Lui a combattere a morsi davvero non è capace. Addirittura se viene interrogato arrossisce e non riesce a parlare. Mi guardo intorno. Anche noi ora ce ne stiamo tutti chiusi nei nostri sacchi a sopportare quest'altra batosta. Zitti, zitti, affinché l'aguzzino non s'incattivisca ancora di più. Signor Aldo continua a preparare il caffè, pure i ragazzi lo rispettano e gli sono affezionati. È nato e vissuto in questa città, ha conosciuto i bombardamenti, i terremoti, il colera, le bande di delinquenti; non si meraviglia più di niente. Per lui quella di oggi è una disgrazia come tante, un altro dramma che domani parlerà sui giornali di morti e feriti. Per ora non ci vuole pensare; si aggrappa con decisione alle leve della macchina. Dal giornale non richiamano. Si saranno già mossi oppure aspetteranno i flash delle agenzie. Decido di richiamare io, più che altro per avere un contatto con una realtà lontana da fiamme e fumo. Riconosco la voce di una caposervizio che, calma e tranquilla, mi ringrazia con fare professionale per la notizia e mi assicura che si sono già attivati. Non vedo più Leonardo. Un drappello d'insegnanti scompare compatto a passo veloce nei corridoi. L'unico pericolo che si corre qua dentro è che il fumo o il gas o quello che sia penetri nella scuola. Mi scopro più calmo del previsto. Ho uno strano meccanismo nervoso per cui rimango freddo nelle situazioni di pericolo e tutti ammirano il mio coraggio. Solo che, a ventiquattr'ore di distanza dal fatto, vengo ridicolmente colto da tardive crisi di panico. Signor Aldo poggia la bustina di zucchero sul bancone, mentre da fuori latrano decine di sirene spiegate. Proprio non vuole sapere di cosa si tratti, non ha voglia di sentir parlare di morti e feriti. Vuole solo bloccare il tempo con le leve della macchina del caffè. Fermare il pianeta e farlo tornare indietro anche appena di un mezzo giro, quanto basta a cancellare l'esplosione così come cancella le macchie di caffè dal bancone, in un gesto unico, rapido e veloce. Lui sa che la tragedia scoppia in un attimo: si sente lo schianto, nemmeno si avverte il dolore e poi si scopre che si è perso un braccio e si comincia a urlare prima che la ferita inizi a straziare. È solo un istante. Se si riuscisse a cancellarlo allora tutto tornerebbe normale, ma invece il primo urlo, il primo pianto, la prima sirena sancisce l'ineluttabile. Bisogna stare zitti, far finta di niente. Signor Aldo prepara il caffè e io devo concentrarmi a guardare il bancone pieno di pacchi di biscotti, di caramelle, anche di quelle "fortissime", che lui suggerisce con fare professionale quando sente un colpo di tosse. Attaccata al muro la lista con le cassate su ordinazione. Vere cassate siciliane che signor Aldo fa venire direttamente da Palermo e che arrivano in aereo fin qui belle fresche. I cornetti invece li ordina a Pasquale il pasticciere. È bravo, Pasquale, però non ha il telefono. Signor Aldo borbotta che è impossibile avere un'attività commerciale senza un telefono. Ogni volta signor Aldo si lamenta, guarda l'orologio, poi, però, scrolla le spalle e sorride. Il caffè è pronto, ma rimarrà lì, ormai le sirene sono incessanti. Arriva Leonardo; ha telefonato a casa tranquillizzando i suoi. Parla di una tragedia, di un palazzo crollato proprio sull'incrocio, di tubature del gas rotte, di una voragine che ha inghiottito macchine e uomini. Forse lui si è spinto oltre il cancello e ha visto. Un poliziotto entra trafelato nel bar. "Ma cosa fate qui? Bisogna evacuare subito! Con calma, ma immediatamente!" Signor Aldo raccoglie il pacchetto di sigarette, spegne la macchina del caffè. La bustina di zucchero è rimasta lì sul bancone. Mi guarda per sapere se voglio ancora il caffè. Ormai sa che è inutile. Non è riuscito a fermare il pianeta. La sigaretta trema all'angolo della bocca e gli occhi sono appena umidi. Tutti in auto, disciplinati, a uscire dalla scuola. La strada è presidiata dai poliziotti. Hanno le facce preoccupate; loro devono rimanere lì. A gennaio fa scuro troppo presto e sulla destra le fiamme squarciano il tramonto. Il cellulare trilla nella tasca. Il piccolo corteo di auto della scuola viene deviato per una via secondaria. Una massa concitata di persone è ferma all'ingresso di una scuola elementare; zaini colorati attraversano la folla guidati dai richiami preoccupati dei genitori. Oltre, la strada è libera. Il cellulare non squilla più. Il vialone che va verso un'altra periferia è percorso da auto nervose con i fari accesi. Grosse moto con giubbotti di pelle e occhiali scuri mi sorpassano rombando velocissime, spariscono dietro la prima curva. Nei caseggiati alti come lamenti tutto è tranquillo, i lampioni diffondono la loro luce fioca. È iniziata la sera della periferia. Svolto per raggiungere il mio quartiere, su, in alto, verso la collina. Devo far presto, devo raccontare ogni cosa a qualcuno: solo così le fiamme finiranno di bruciarmi il cervello.

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