Linea d'ombra - anno XIV - n. 114 - aprile 1996

tro giorno dopo giorno, l'uno di fronte ali' altro, barricati dietro gli schermi dei loro computer a osservare la realtà dai comunicati delle agenzie. Le fiamme sono sempre più alte, riverberano contro le pareti dei palazzi. Il fumo sulla sinistra è bucato da un'auto con luci e sirene. Pure dalla parte opposta, vicino ali 'incendio, già lampeggia qualcosa. Ora anche gli insegnanti delle altre classi sono nel cortile. Il preside raccomanda di non lasciare l'istituto; qualcuno è già in macchina. "L'istituto è il posto più sicuro, per ora!" Il preside, fermo in mezzo al mucchietto di professori, cerca di calmarli e invita a tornare dentro. La colonna di fumo sulla sinistra è densissima. Ragazzi della zona con capelli incollati da gelatina e jeans troppo stretti corrono verso l'incendio. Sono solo un'avanguardia; oltre il fumo intravedo una folla che avanza verso di noi. Io e Leonardo siamo fermi sul cancello. "Non superate il cancello. Potete giocare, ma non superate mai il cancello." Cosa c'entra ora la voce di mia madre davvero non riesco a capirlo. La strada diventa il sentiero di una villetta d'estate. Potevo giocare, correre con il mio piccolo amico, ma mai superare il cancello. Non si poteva, nel modo più assoluto. Anche Leonardo deve aver vissuto una vita alle soglie di un cancello, senza mai uscire fuori da solo come gli altri ragazzi, mentre la folla ci oltrepassa e va verso il fuoco. Qualcuno alle mie spalle mi incita a rientrare subito a scuola. È un collega di cui non ricordo il nome, mi sembra sia un ingegnere. L'ho visto sempre con un atteggiamento molto serio e siFRAMMENTIITALIANI/DE SANTIS 11 curo; adesso invece ha paura: i capelli brizzolati sono scomposti sulle tempie e le pupille nere occupano tutto lo spazio delle lenti. Secondo lui a esplodere sono state le tubature del gas e, sotto la scuola, c'è una galleria scavata per congiungere due strade. Ecco spiegato il fumo verso l'altro capo del cantiere: lo scoppio ha trovato uno sfogo, ma c'è il rischio di un'esplosione a catena? È pericoloso e secondo lui dovremmo andar via subito. Da sempre scavano gallerie in questa città. Nei secoli passati prendevano il tufo per costruire: scavavano, costruivano oltre, poi scavavano sotto i palazzi appena edificati per costruirne altri. È una città sospesa sul vuoto, le cui esili radici sono appoggiate sul magma profondo e instabile del vulcano. Tutti qui sembra vivere nella continua dimenticanza di ogni cosa, anche di se stessi, come cercassero di non pensare che sono sospesi sul vuoto, esorcizzando la paura che la città sprofondi gravata da troppi guai o si getti nel mare a riempire il golfo, inventando terra ferma fra le isole vicine. L'aria si fa più spessa e pesante. li grigio vince sugli altri colori. Forse è meglio rientrare. Chissà che sta succedendo veramente e chissà dove corre quella gente. Dalla caserma escono dei carabinieri e si parano in mezzo alla via a trattenere la folla. Rientriamo a scuola. Dentro è tutto silenzio. li bar è aperto. Non so come, signor Aldo è riuscito ad arrivare e sta già armeggiando, piccolo, tondo ma agile, con la macchina del caffè. Non mi meraviglia; credo che continuerebbe apreparare caffè da dietro i suoi occhiali e con la sigaretta ali 'angolo della bocca anche il giorno del Giudizio. A volte porta a scuola il suocero, un uomo vecchissimo che se ne rimane seduto a guardare l'andirivieni al bar. Da quando vive con loro signor Aldo e

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