1O FRAMMENTI ITALIANI/DE SANTIS Sergio De Santis SIGNOR ALDO Sergio De Santis è nato nel 1953 a Napoli, dove vive e lavora. Laureato in filosofia, insegna lettere nelle scuole superiori. Ha pubblicato su riviste specializzate saggi su Borges, Debenedetti, Morselli, Eco, Calasso, Verga, Nievo. Nel 1990-91 una serie di racconti, Cronicostorie di periferia, è apparsa sul quotidiano napoletano il "Roma". Ancora nel 1991 ha realizzato per Rai Radio Uno un radiodramma, L'opera morta. Nel 1992 ha pubblicato su "Linea d'ombra" il racconto L'aquilone, di cui nel 1993 è andata in onda su Rai Radio Tre una trasposizione radiofonica per il programma "Il racconto della sera". Sempre nel 1993 ha pubblicato sulla rivista "Dove sta Zazà" il racconto Sangue infetto. Dal 1991 collabora alla pagina culturale napoletana de "La Repubblica" ... Quando le pareti hanno tremato e le finestre si sono aperte di schianto, spalancate dal boato, solo Leonardo è rimasto seduto a guardarmi trattenendo muscoli e nervi. Ci siamo: il vulcano si è risvegliato. Prima o poi doveva accadere. Leonardo, lui non avrebbe dovuto essere qui; lo psicologo della scuola ha chiesto di partecipare al consiglio di classe della IG come osservatore, tanto per farsi un 'idea. Gli altri professori sono in piedi a guardarmi e a chiedersi cosa sia stato. Sì, va bene, mi hanno delegato a presiedere alla riunione quadrimestrale, ma non so cosa sia successo. Semplicemente non mi alzo dalla sedia. Mi ricordo che ho qualcuno a casa ed estraggo il cellulare. Quando mi regalarono il cellulare tutti mi presero in giro per una settimana. Lo uso poco, cambio diligentemente le pile, lo tengo in tasca come un amuleto, per ogni evenienza. "Secondo me è stata una bomba". Il collega del laboratorio ha una voce calma. Nemmeno lo avevo mai visto; ha un orario diverso dal mio. Tutti: matematica, inglese, diritto, disegno, religione, igiene, educazione fisica, attendono la mia telefonata, in piedi sull'uscio. Il terremoto. Si scende in strada, si corre verso lo slargo più vicino. Forse lei è già scesa giù. Non risponde nessuno. Anzi sì, una voce assonnata, che non sa niente di terremoti, mi dice di aspettare al telefono. Sento la tapparella zoppa di casa che si alza veloce. Leonardo sta raccogliendo le sue cose. Proprio non mi aspettavo che un manipolo d'insegnanti rimanesse così calmo, spaventato ma dignitosamente in attesa su un invisibile nastro di partenza. Dal cellulare lei mi dice che niente, nessun terremoto, è tutto tranquillo: il portiere del palazzo affianco è seduto nella sua guardiola e la signora del piano di sotto, come al solito, sta litigando col figlio. Poi cominciano le domande. Accenno all'esplosione di un qualcosa vicino alla scuola. Niente di grave, forse il serbatoio di un'auto lontana. Riaggancio. Per i corridoi deserti della scuola solo il ritmico riecheggiare dei passi del plotoncino d'insegnanti. Fortunatamente è pomeriggio; se fosse stato orario di lezione tutti i ragazzi si sarebbero precipitati insieme per le scale, settecento giovani bisonti in fuga. Non è il terremoto. E allora una bomba, o delle bombe. Un attentato a qualche negozio. Uno in più. In questa zona di periferia sono cose all'ordine del giorno. Oppure un bombardiere americano se ne stava lì, nel cielo della seconda guerra mondiale, a cercare ancora un bersaglio, e sbucando fuori da un tempo sbagliato ha sganciato la sua bomba. Così raccontano i vecchi che erano i bombardamenti: uno scoppio, la terra tremava e subito si alzavano fiamme e fumo. li bar della scuola è chiuso. Signor Aldo lo tiene aperto anche per le riunioni pomeridiane, ma lui arriva verso le quattro e mezza. Durante l'orario di lezione è sempre alla macchina del caffè, a scodellare tazzine bollenti per gli insegnanti e cornetti alla cioccolata per gli alunni. A volte, per evitare il traffico, vado molto presto a scuola e attendo che signor Aldo accenda la macchina del caffè. Lui è molto compito, saluta, sistema i fiorellini bianchi sotto l'immagine della madonna in uno sgabuzzino dove tiene anche il telefono, e inizia la sua giornata scrollando la cenere dell'ennesima sigaretta. Finiti i corridoi, attraversiamo l'atrio deserto; le scuole senza gli alunni sono spettrali casermoni che non promettono niente di buono. Usciamo fuori. La strada è stranamente nuda di auto. C'è solo gente che corre verso destra. Nell'aria un sapore acre e un silenzio innaturale per il quartiere in genere trafficatissimo. Qualcosa si è rotto da qualche parte, qualcuno deve essere esploso ingoiando voci e suoni in un solo boato. Io e Leonardo attraversiamo il cortile guadagnando svelti il cancello. Gli altri sono rimasti sull'uscio. I cani del guardiano abbaiano appena, intenti a fiutare l'aria. Giù verso l'incrocio, a un centinaio di metri, lingue di fuoco alte come i palazzi escono dalla terra. Dalla parte opposta una densa colonna di fumo erompe dal cantiere della nuova strada. Il carabiniere di guardia alla caserma di fronte riesce a rimanere al suo posto. Un palazzo che brucia in città; c'era una canzone che recitava qualcosa del genere. Il ritornello s'insinua nella mente allarmando il cuore. Ma cosa sta accadendo veramente? Il pomeriggio della periferia si colora di fiamme altissime e tutto sembra logico, normale. Sono anni che lavoro nelle periferie di questa città, ascolto le loro storie, vedo le prepotenze, la violenza dettata dalla paura sulle bocche, nelle mani di chi sa di essere solo. I problemi di sempre si presentano ogni giorno e rosicchiano l'anima di migliaia di persone chiuse nei palazzi fatiscenti a sopportare in silenzio, sperando che il marcio di fuori non penetri di notte da sotto la porta. Tutto normale. Si è soltanto squarciata la strada laggiù, verso il crocicchio. È semplicemente sbucato fuori l'inferno, liberando le sue fiamme per vedere se su era davvero tanto meglio. Tutto normale per queste vie, dove fino a poco fa i chiassosi cortei dei demoni con anelli e pistole pestavano prepotenti sui clacson. "Due bombe", dice Leonardo indicando i lati opposti della strada. Bombe. Ma allora perché tanto fumo e l'odore penetrante di gas nell'aria? Penso al giornale, chissà se l'hanno saputo. Non è che mi facciano collaborare molto, ma li avverto comunque. Matteo sarà al desk a chiudere le prime pagine dell'edizione locale. Mi risponde indaffarato, come sempre a quest'ora. "Sono a scuola. Mandate qualcuno: qui sono scoppiate due bombe". Matteo ripete parola per parola ad alta voce; Sto parlando con gli altri del desk. "Va bene, ti richiamiamo noi". Nemmeno mi ha chiesto come sto. È l'abitudine al lavoro. La notizia, il giornale viene prima di tutto. Stanno chiusi lì den-
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