un"'idea" narrativa. È come se il dipartimento dell'"idea" - che non sempre coincide con le astuzie del plot - fosse finalmente disertato a favore delle cose, delle immagini che le cose suggeriscono, di un piccolo grumo di inquietudine sul quale s'affisa urgente e attento lo sguardo. Attento. Raramente ci sentiamo soccorsi dall'attenzione, dal fatto che chi scrive è stato "attento" per noi. Non da quell'attenzione lì. In realtà gran parte della narrativa vuole sorprenderci, e dunque distrarci. Oppure si limita a organizzare con minimo sforzo una realtà molto "domestica", molto gergale, molto soggettiva. Se il minimalismo ha insegnato qualcosa - parlo nella fattispecie del minimalismo di Raymond Carver - è che la mera registrazione di eventi può tradursi in un sublime esercizio di attenzione: è così che il ronzio di un moscone diventa un tormento acustico intollerabile, un urlo della prigione quotidiana. Quantunque la tradizionale opposizione fra racconto e romanzo si presenti come un ozioso aut-aut stilistico, è pur vero che la narrativa degli anni Novanta nasce dal respiro breve della novella, del frammento narrativo. Non solo: una volta risospinto il racconto dentro il cerchio della sua funzionalità propedeutica (non senza raffinate sterzate nella maniera) a favore di una ritrovata tensione romanzesca, la sua inevitabile domanda d'attenzione continua a grattare alla porta della scrittura. La dimensione del racconto breve finisce per chiedere molto di più alla realtà dell'invenzione, ne vuole con urgenza il sapore, il chiodo della necessità. Il romanzo - sia esso risognato nella sua rumorosa macchina ottocentesca o scardinato dal gioco postmoderno in forma di saggio, collage, conversazione - è la chimera di questi anni Novanta, è l'assillo delle generazioni più giovani, chiamate a dirsi, recitarsi, squadernarsi, come forse non è mai accaduto in forma così massiccia e, naturalmente, pubblica. Chi scrive lo fa come se prima non fosse successo nulla, in una società letteraria che non c'è e che è assente non tanto perché negata quanto piuttosto perché ridotta all'inconsistenza. Alla vacanza di maestri, i "nuovi" maestri oppongono per lo più una virtus molto circoscritta, gergale, da enclave; o, ancora, una virtù mediata, domestica (televisiva), editoriale, giornalistica e ciononostante le loro opere non sono mute. Superata la domanda del mero intrattenimento, i lettori - che lo scrittore lo voglia o no - si dividono il conforto del "messaggio"; sì il messaggio: morale (Maggiani), politico (Benni), storico (Eco), estetico (Baricco), comportamentale (Susanna Tamaro, Andrea De Carlo, Enrico Brizzi). E l'attenzione? L'esercizio dell'attenzione - quando non si risolva in un elogio del dettaglio o in una rondistica rifinitura stilistica - va ben oltre l'accortezza, l'intelligenza o la sensibilità di rendere una storia credibile o miracolosamente incredibile. Implica una chiamata in causa, una risposta senza verifiche. Aspetti che non sono certo estranei ad alcuni autori sopra citati, ma che appaiono variamente minacciati da incombenti fonti di distrazione. Si prenda un capolavoro della letteratura israeliana degli anni Settanta come Inventario di Yaakov Shabtai o anche un'opera più convulsa come Oltre il confine di Cormac McCarthy. Qui l'ammaliamento affabulatorio, la complicità ideologica, il servizio dell'erudizione, la seduzione lirica non sono elementi circoscrivibili; neppure la tentazione aforistica. L'esercizio dell'attenzione - o per dirla altrimenti, l'urgenza e la necessità di raccontare - consuma tutto, metabolizza tutto, anche ciò che, a uno sguardo più severo, può rivelarsi come scoria, come eccesso. Sembra paradossale ma il racconto breve (che pur conta una tradizione di rarefatta cucina manieristica) consente, per ovvie ragioni di misura, una esperienza così sbilanciata, così arrischiata. Tanto che nella scelta della durata della narrazione sembra insediarsi una forma di opFRAMMENTIITALIANI/ROLLO 9 posizione funzionale: da una parte la "brevità" che esige di capire, dall'altra la "lunghezza" che pretende di "dire" (e si badi bene in questo "dire" si legga non solo arroganza ma anche generosità, o le due cose assieme). Non è un caso che uno scrittore come Alessandro Baricco, uno dei più dotati di orecchio e di senso della misura, abbia scelto per il suo ultimo romanzo, Seta, la brevità; una brevità, la sua, "saggia", sapiente e, in vero, "illusoria", compresa com'è nel gioco di specchi dell'amplissima parabola emotiva dei suoi personaggi, ma nondimeno significativa di un costume letterario esemplare, di un'economia letteraria di cui non si potrà non tener conto. Sarebbe ozioso misurare la qualità o le potenzialità dell'esperienza narrativa a partire da un mero criterio di estensione: ciò non toglie che il racconto breve - come "Linea d'ombra" ha spesso dimostrato - raccoglie più disagio estetico, morale, politico, di quanto riesca a fare la macchina del romanzo. Il romanzo è anche - non dimentichiamolo - una grande sfida tecnica, e il gusto della tecnica - prima ancora della sua nozione - non è mai stato così acceso. Ne consegue che l'invito a indurre i narratori nazionali a confrontarsi - che so - col romanzo di genere anglosassone perché acquistino una maggiore consapevolezza tecnica suona pleonastico. Che la narrazione implichi un raffinato ed esercitato possesso della retorica è una proposizione, a mio avviso, ben nota ai più, anche agli autori più sguarniti, più naff. Le tecniche di rappresentazione veicolate dal cinema, dalla televisione, dai fumetti e pur anco dai videogame hanno maturato un repertorio tecnico - consapevole o meno, non importa - che avrebbe potuto sbalordire anche Charles Dickens. Il discorso è un altro; e ha a che fare con I'"attenzione", con una pratica della scrittura capace di dimenticarsi, pur di restare confitta dentro il nodo della necessità. Pratica che il racconto breve riesce tuttora a favorire, a rendere visibile. In una logica che non è solo quella del laboratorio formale, il racconto si candida ciclicamente a riaccendere !"'attenzione", a scuotere lo stordimento di una civiltà letteraria e di una cultura talora troppo soddisfatta della "distrazione" e delle distrazioni che si è rassegnata a tollerare. cole La scuola non è un)azienda. Costruire l)uguaglianza) liberare le dzf/erenze. MENSILEDI IDEEPERL'EDUCAZIONE ABBONAMENTOANNUALE(9~UMERI)L. 45.000 CCP. 26441105 INTESTATOA SCHOLEFUTUROVIA O.ASSAROTTI, 15 TORINO TEL./ FAX 011.545567 COPIESAGGIOSU RICHIESTA DISTRIBUZIONEIN LIBRERIA:PDE
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