8 FRAMMENTIITALIANI UNA FEROCENORMALITA POESIAEPROSAITALIANA LASAGGEZZA E l' ATTENZIONE CONSIDERAZIONINI FORMA DIPRESENTAZIONE Alberto Rollo La saggezza del verso. Non esiste una lingua che sia più compromessa di quella della poesia: è difficile stabilire a chi parla, da dove parla e addirittura chi la parla. Eppure parla. Ci si aspetta che parli. Si dà per scontato che la parola poetica trovi, scantonando, una strada sua propria, come fosse altrettanto scontato che essa riconfermi quel che è stata sempre, come esistesse un'ovvia continuità delle forme. La poesia, così come uno statuto non scritto la vuole "presente", è in realtà il passato della poesia. La disposizione all'ascolto rispetto ai classici è, per esempio, così conclamata da suscitare soltanto sospetto quando diventa sordità o distratta condiscendenza se entrano in gioco poeti contemporanei. Il narratore viene esibito subito "nel mercato" culturale; il poeta deve procacciarsi un 'identità culturale "al di là" dei versi che pubblica o ricevere una promozione critica talmente autorevole da assicurargli un 'identità per così dire "istituzionale". Questo è poco più che un dato di fatto. Un volume di poesia è tale quando ha dimostrato quella fisionomia "adulta" che assicura la sacertà del testo. In realtà - semplificando un poco - la poesia è di per sé sentita attraverso il filtro di una supposta e non dimostrata "classicità", quasi la promozione insita nell'identità nominale di "poeta" continui ad agire - col suo strombettante retaggio romantico - nell'immaginazione e soprattutto nella ricezione estetica di un sempre più incerto pubblico di lettori che si conferma tanto più incerto quando accetta la trappola di un'operazione di mercato come quella mondadoriana destinata a enfatizzare la dialettica cultura-istituzione, valorepromozione di mercato, classicità-mito. Se, dunque, da una parte si ha un'effettiva crisi della lingua poetica (una crisi, a dire il vero, che dura dai primi dieci anni del secolo), dall'altra si assiste a una sempre più labile percezione di un'effettiva consistenza della forma poetica come forma "all'altezza" dei tempi. La lingua della poesia pare condannata a una precipitosa corsa in avanti o all'indietro, a una disperata esibizione di nudità o di iper-vestimento, a una scarmigliata visitazione delle prose e di tutti i linguaggi "altri" rispetto a quelli dell'umano intendersi del mondo (là dove esiste). In realtà non fa altro che ripetere una sfida che dura almeno dal Seicento in poi: lavorare all'interno di un universo letterario esausto o sentito come prossimo all'esaurìmento. Non si tratta solo di un inevitabile volgere verso la prosa, come sostiene Berardinelli nel suo La poesia verso la prosa (Bollati Boringhieri, 1994), o di un'ostinata progressione all' interno di "luoghi" protetti, di residualità linguistiche strappate al1 'abisso dell'oblio (il dialetto di Franco Loie di Giancarlo Consonni, per intenderci). Da una parte l'una e l'altra tendenza sembrano incrociarsi nella "rinuncia", solo apparentemente umile, a mostrare il volto-parola della poesia, nella missione - sempre meno sacerdotale, sempre più tecnica - di separare il "gesto" poetico dagli innumerevoli gesti che lo somigliano, dall'altra le due tendenze muovono forze espressive che "sentono", più d'altre o più drammaticamente di altre, una diffusa e tragica assenza di fondamenti. Fondamenti di pensiero, intendo. Ne consegue una tensione sapienziale, un battere sul tasto dell'esperienza che costituisce, almeno in potenza, il tratto comune di voci molto diverse fra loro. Sia che il linguaggio si sbricioli in sfarinanti "esercizi" combinatori o che si rinsaldi in forme di esibita cerebralità o di altrettanto esibito governo prosodico, sia che aderisca come un rampicante all'evidenza delle cose e della parola o che ripieghi con toni crepuscolari sul verso narrante, quel che emerge con più evidenza è la forza perlustrativa con cui si muove nell'ambito della "saggezza". Di questa "sapienza" quasi orgogliosa della propria orfanezza rispetto al pensiero ma sicuramente tesa a riconoscersi dove la "voce" resta sola, oltre le "bravure" argomentative, oltre il fallimento di ogni "chiarimento", è certamente testimone il volume di Umberto Fiori, Chiarimenti (Marcos y Marcos, 1995), una delle prove più significative del disagio che continua a rimestare le carte allibite della poesia. Esiste poi una continuità "narrativa" della poesia, una ferma tonalità compresa fra la ballata e il vero e proprio romanzo in versi. È una forma, questa, che Ruggero Savinio ha adottato per un 'opera ancora inedita, Il Museo d'Arte Moderna ( di cui qui di seguito pubblichiamo un lungo segmento) che fonde autobiografia (il rapporto col padre, Alberto, e lo zio, Giorgio De Chirico), educazione sentimentale ed "educazione" alla pittura (nella fattispecie Savinio ripercorre l'opera di Giovanni Camovali detto il Piccio). Narrativo, ma con un taglio profondamente diverso, è anche !'"episodio", Sabato sera, di Alida Airaghi, che srotola, con empatico lindore di immagini, la serata di due immigrati. L'esercizio del!' attenzione. Come dimostrano i brevi racconti pubblicati in questo numero di "Linea d'ombra", la strada obliqua, sofferta, a volte penosa verso il "disegno" di episodi esemplari suona decisamente percorribile. E proprio in ragione della brevità. La coppia - anzi la Coppia - "cubista" di Martina Cortelazzo; la "normalità" ferocemente sbieca della donna "fuori luogo" di Chiara Tozzi; l'atroce parabola esistenziale di Yussuf di Michele Amari; l'impassibilità del barista napoletano di Sergio De Santis di fronte al collasso infinito della città; sono figure o condizioni che crescono al di fuori o al di qua di
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