Linea d'ombra - anno XIV - n. 114 - aprile 1996

o ~ ~ 'Sf" N o N 'Sf" '· o ~ ::i '1.. '1.. ·< "' o ;:; > ~ o ,., ~ ..-l ~ <Zl o Il, o E-< z ~ < z o i:i::i i:i::i < ~ ~ o s o ~ Il, <Zl ' April1e996 Numero 114 Lirel0000 mensile.sptioriei,mmagini, discussioensipellacolo PETESRELLEMRSAESTRDOIPARADOSSO -ITALIAC/ INEMAB:ERTOLUCC ITALIAT/ EATROR:ONCONBI~ARBA ~ ITALIAP/ OESIA:IRAGHSI,AVINIO · ITALIAN/ ARRATIVAM: ARIC, ORTELAZDZOES,ANTIST,OZZI . ,, . . RICORDOJN)IIC, OLGAALLERANO . :_ PENSIEDRIPENSIERILI:VIAGGIOL/ APOLIJICAIL/ NUL~ \., : '\. lr I

11 RICONOSCENDO LEORMEICHIClHAPRECEDUTO SIVA VA Inquestiundiciannidi ricerca nelmondodell'artee dellelettere, Linead'Ombra è andataassumendo unafisionomiadecisamenteinternazionale ospitandoautoridelleareepiùdiverse, purmantenendofedeallasuaorigine di rivistaletterariae italiana. Maora il nostrolavorosi evolvee prosegue. Continueremoa seguire "leormedi chi ci hapreceduto" e a scorgereancorainnanzia noi quellaLinead'ombradellegenerazioni chesi susseguonoaffacciandosiulpresente cercando,tra l'unae l'altra, di scorgerei tempicheverranno semprein unaineditatensionecritica, innovativae ridestandoattenzione per il cinema, il teatroe lamusica. Perquestoabbiamopreparato unabbonamentospecialissimo, perallargareancoradi piùil nostroorizzonte e quellodeinostriaffezionatilettori perarrivaresinlàdovel'incontro con l'artee lacultura estraneoai dettamidell'industriaculturale, corrispondasemprepiù ad un realecambiamento dellesceltee dellevisioni. P~ref.i;li l.i· nutJ;leriallospecialecosto • 't>Dlelire 100.0QO e, inomaggio, ·n dodicesimon'élmero ··· .ve,v0l~mi-dellà:collana aperture . ~(rei' .llrJ val0h~:c·orpplessivo di L.165.000). oltreogninubvòabbonatoavràdirittoa una ~eciale tesseraJ.C. ~sa di'àgevolazionie sconti,che, a partiredaottobre 1996, riserveràgraditee inusitatesorprese. Masevoletesapernedi piùvi aspettiamo condueappuntamentia cui nonpotetemancare. Venitea trovarcia Milanodurante "L'estateneiChiostri"de l'Umanitaria dovesaremopresentidal6 giugno conunasuggestivamostradelleopere che hannooriginatolecopertinedi Ld'O. OppurealSalonedel Librodi Torino dal 16 al 21 maggio 1996. Saremofelicidi intrattenervie approfondire insiemei nostriprogrammi, certicomesiamodellavostrafiducia e delvostrointeresse. GIUNTI I LIBRIGRATISPERVOI o FriedrichSchiller Il delinquenteper infamia ~ MoriOgai L'intendenteSansho ~ a: RamonPérezdeAyala Lacadutadella casa Limones <( z f) RafaelSanchezFerlosio La freccianell'arco <( JulioCorta.zar Ultimoround u ti i3 CeesNooteboom Come si diventaeuropei ('.) <( (/) e LuisBunuel I figlidellaviolenza <( CarmeloBene A Boccaperta :a: UJ z o GoffredoFofi I limitidellascena FINCHÉ SISCORGE INNAN A Anche i Nobelattraversanola Linead'Ombrache sperimenta,cheanticipa,chescovalàdove il nuovosi aggiraspostandoin avantil'orologiodel tempo.Non vogliamofarneun vezzo,ma unostrumentoche unarivistaletterariadeve possedere:la capacitàdi indicare,in tempi insospettabili,lanascitadi unfiore. Nel 1983e nel 1985Ld'OospitavaNadineGordimer,Sudafrica, scrittricee premioNobelnel 1991.Nel 1992era la voltadi Toni Morrison,StatiUniti,scrittriceafroamericana(Nobelnel 1993).E poi ancora KenzaburoOe, Giappone,su Linead'Ombra nel 1988e premioNobelnel 1994;finoa SeamusHeaney,Irlanda, poeta,premioNobelnel 1995,pubblicatosu Linead'Ombranel 1989,nel '92 e 'nel94. Convoi, vogliamocontinuarea scoprirenellosterminatocampo dellaculturaquestifrutti bellissimisenzadimenticare"chi ci ha preceduto": ParLagerkvist,Svezia- premioNobel1951 su Ld'Onel1988. lsaacB.Singer,StatiUniti- premioNobel1978 su Ld'Onel1991. CzeslawMilosz,StatiUniti- premioNobel1980 su Ld'O1988. JaroslavSeifert,Cecoslovacchia- premioNobel1984 su Ld'Onel1985. ClaudeSimon,Francia- premioNobel1985 su Ld'Onel1988. OctavioPaz,Messico- premioNobel1990 su Ld'Onel1990.

·/ ,, ·i \1 I I \ \ I· ·· Bialbero a vela ·e vapore del 1896, · anno in cui, trentanovenne, Joseph Conrad getta l'ancora. La dedica dell'Autore alla prima edizione de La Linea d'Ombra, 1917. □ Si, mi abbono a LINEA D'OMBRA per un anno approfittando di questa offerta esclusiva che mi dà diritto a tre libri a scelta. Riceverò gli 11 numeri (più un numero in omaggio) e i tre libri a sole L 100.000 anziché 165.000. A pagamento awenuto riceverò subito i libri prescelti, e avrò diritto alla Tessera J.C. G) Scelgo qui il gruppo di tre volumi prescelti: FriedrichSchiller/,/ de/Jnquentpeer infamia MoriOgai, L'intendenteSansho RamonPérezdeAyala, Lacadutadellacasa Limones 0 RafaelSanchezFerlosio, La freccianell'arco JulioCortàzar, Ultimoround CeesNooteboom, Come si diventaeuropei 0 LuisBunuel,I figlidellaviolenza CarmeloBene, A Boccaperta GoffredoFoti,I limitidellascena NOME .................................................................. ,.......... . COGNOME .................................................................... . INDIRIZZO........................................................................ . ............................................................ CAP..................... . CITTA'.............................................................................. . Vi indico qui di seguito le modalità di pagamento (senza aggiunta di spese postali) O Vi autorizzo ad addebitarmi la cifra di [. 100.000 su Carta Si O Assegno (bancario o postale n.................. . I I I I I I I I I I I I I I I I I WJJ N. SCAD. INTESTATAA ......................... .. FIRMA ................................................... Banca ..... (in busta chiusa) O Avvenutoversamentosul e/e postale n.54140207 intestato a Linea d'Ombra. LINEAD'OMBRVAI,AGAFFUR4IO,20124MILANO. POTETMEANDARAENCHUENFAXAL02-66981251

Lev N. Tolstoj DENARO FALSO Un racconto-pamphlet sulla potenza corruttrice del denaro. Lire 12.000 Aldo Capitini LE TECNICHE DELLA NONVIOLENZA Lire 12.000 "Voices" GLI SCRITTORI E LA POLITICA Norde Sud,Este Ovest, Guerrae Pace. Ne parlano: Boll, Chomsky, Eco, Gordimer, Grass, Hall, Halliday, Konrad, Rushdie, Sontag, Thompson, Vonnegut. Lire I2.000 GuntherAnders I MORTI. DISCORSOSULLETREGUERRE MONDIALI. Lire 12.000 Albrecht Goes LA VITTIMA Cristiani ed Ebrei al tempo di Hitler. Lire 12.000 APROPOSITO DEI COMUNISTI A. Berardinelli, G. Bettin, L. Bobbio, M. Flores, G. Fofi, P. Giacchè, G. Lerner, L. Manconi, M. Sinibaldi,con il Piccolo Manifesto di Elsa Morante. Lire 12.000 Heinrich Boli LEZIONI FRANCOFORTESI Poetica e morale, cultura e società. Lire 12.000 "Voices 2" IL DISAGIO DELLA MODERNITÀ Amis, Bell, Bellow,Briefs, Castoriadis,Dahrendorf,Galtung,Gellner,Giddens, lgnatieff, Kolakowski, Lasch, Paz, Rothschild, Taylor, Touraine, Wallerstein. Lire I2.000 Arno Schmidt IL LEVIATANO seguito da TINA O DELLA IMMORTALITÀ. A cura di Maria Teresa Mandatari. Lire I2.000 Francesco Ciafaloni KANT E I PASTORI Identità e memoria, campagna e città, ieri e oggi, Italia e America, destra e sinistra. Lire 12.000 UN LINGUAGGIO UNIVERSALE Le intervistedi "Linea d'ombra" con gli scrittori di lingua inglese: Ballard, Barnes, /shiguro, Kureishi, McEwan, Rushdie, Swift (Gran Bretagna), Banville (Irlanda), Gallant, lgnatieff, Ondaat)e (Canada), Breytenbach, Coetzee, Gordimer, Soyinka (Africa), Desai, Ghosh (India), Frame (Nuova Zelanda). Lire 15.000 VIOLENZA O NONVIOLENZA Engels, Tolstoj, Gandhi, Benjarnin, Weil, Bonhoeffer, Caffi, Capitini, Fanon, Mazzolari, Arendt, Bobbio, Anders. Lire 15.000 Marco Lombardo Radice UNA CONCRETISSIMA UTOPIA Lavoro psichiatrico e politica. Lire 12.000 TRA DUE OCEANI Le interviste di "Linea d'ombra" con gli scrittori statunitensi: Barth, Bellow, Carver, De Lilla, Doctorow, Ford, Gass, Highsmith, Morrison, Ozick, H. Roth, Singer, Vonnegut. Lire 15.000 Riccardo Bauer LA GUERRA NON HA FUTURO Saggi di educazione alla pace: le tattiche e le strategie, le tecniche e gli strumenti per costruire insieme un mondo meno intollerante. A cura di Arturo Colombo e Franco Mereghetti. pp.128, Lire 12.000 Salman Rushdie ILMAGODIOZ Un grande scrittore analizza e discute un classico del cinema musicale e fiabesco. pp. 96, Lire 12.000 Soren Kierkegaard BREVIARIO L'etico, l'estetico, il religioso: alle origini dell'esistenzialismo. A cura di Max Bense. pp. 96, Lire 12.000 PER ELSA MORANTE La narrativa, la poesia e le idee di uno dei maggiori scrittori del '900. Parlano: Agamben, Berardinelli, Bettin, Bompiani, D 'Angeli, Ferroni, Garbali, Leonelli, Lollesgaard, Magrini, Onofri, Pontremoli, Ramondino, Rosa, Scarpa, Serpa, Sinibaldi. pp. 272, Lire 15.000 SCRITTORI PER UN SECOLO 151 fotoritratti e 104 fotografie di contesto storico e biografico a cura di Goffredo Fofi e Giovanni Giovannetti. pp. 338, Lire 18.000 Aldo Palazzeschi DUE IMPERI ... MANCATI. Una dura requisitoria contro la guerra, da parte di un poeta reduce dalla prima guerra mondiale. pp. 192, Lire 15.000 Diane Weill-Ménard VITA E TEMPI DI GIOVANNI PIRELLI La biografia di un intellettuale atipico: i suoi dilemmi e le sue scelte politiche e culturali. pp. 192, Lire 15.000 Gaetano Sa/vernini I PARTITI POLITICI MILANESI NEL SECOLO XIX. I saggi e gli interventi di un grande storico

Direzione: Marcello Flores, Goffredo Fofi ( Direltore responsabile), Alberto Rollo. Gruppo redazionale: Mario Barenghi, Alfonso Berardinelli, Paolo Bertinetti, Gianfranco Bettin, Francesco Binni, Marisa Bulgheroni, Marisa Caramella, Luca Clerici, Riccardo Duranti, Bruno Falcetto, Pinuccia Ferrari, Fabio Gambaro, Piergiorgio Giacchè, Filippo La Porta, Marcello Lorrai, Danilo Manera, Roberta Mazzanti, Paolo Mereghetti, Santina Mobiglia, Luca Mosso, Maria Nadotti, Marco Nifantani, Oreste Pivetta, Giuseppe Pontremoli, Fabio Rodrfguez Amaya, Lia Sacerdote, Alberto Saibene, Marino Sinibaldi, Paola Splendore. Collaboratori: Damiano D. Abeni, Adelina Aletti, Chiara Allegra, Enrico Alleva, Livia Apa, Guido Armellini, Giancarlo Ascari, Fabrizio Bagatti, Laura Balbo, Alessandro Baricco, Matteo Bellinelli, Stefano Benni, Andrea Berrini, Giorgio Bert, Lanfranco Binni, Luigi Bobbio, Norberto Bobbio, Marilla Boffito, Giacomo Barella, Franco Brioschi, Giovanna Calabrò, Silvia Calamandrei, Isabella Camera d'Afflitto, Gianni Canova, Rocco Carbone, Caterina Carpinato, Bruno Cartosio, Cesare Cases, Francesco M. Cataluccio, Alberto Cavaglion, Roberto Cazzola, Francesco Ciafaloni, Giulia Colace, Pino Corrias, Vincenzo Consolo, Vincenzo Cottinelli, Albe110Cristofori, Peppo Delconte, Roberto Delera, Paola Della Valle, Stefano De Matteis, Carla de Petris, Piera Detassis, Vittorio Dini, Carlo Donalo, Edoardo Esposito, Saverio Esposito, Doriano Fasoli, Giorgio Ferrari, Maria Ferretti, Antonella Fiori, Ernesto Franco, Guido Franzinetti, Giancarlo Gaeta, Alberto Gallas, Roberto Gatti, Filippo Gentiloni, Gabriella Giannachi, Giovanni Giovannetti, Paolo Giovannetti, Giovanni Giudici, Bianca Guidetti Serra, Giovanni Jervis, Roberto Koch, Gad Lerner, Stefano Levi della Torre, Emilia Lodigiani, Mimmo Lombezzi, Maria Maderna, Luigi Manconi, Maria Teresa Mandalari, Bruno Mari, Emanuela Martini, Edoarda Masi, Roberto Menin, Mario Modenesi, Renata Molinari, Diego Mormorio, Antonello Negri, Grazia Neri, Luisa Orelli, Alessandra Orsi, Maria Teresa Orsi, Armando Pajalich, Pia Pera, Silvio Perrella, Cesare Pianciola, Guido Pigni, Giovanni Pillonca, Pietro Polito, Giuliano Pontara, Sandro Portelli, Dario Puccini, Fabrizia Ramondino, Michele Ranchetti, Emanuela Re, Luigi Reitani, Marco Restelli, Marco Revelli, Alessandra Riccio, Paolo Rosa, Roberto Rossi, Gian Enrico Rusconi, Nanni Salio, Domenico Scarpa, Maria Schiavo, Franco Serra, Francesco Sisci, Piero Spila, Antonella Tarpino, Fabio Terragni, Alessandro Triulzi, Gianni Turchetta, Luigi Vaccari, Federico Varese, Bruno Ventavoli, Emanuele Vinassa de Regny, Tullio Vinay, Itala Vivan, Gianni Volpi. LINEDA'OMBRA anno XIV aprile 1996 numero 114 ILCONTESTO 4 Marcello Flores 6 Mimmo Lombezzi 56 Nicola Bottiglieri 60 Vittorio Giacopini 64 Salvatore Natoli FRAMMENTIITALIANI 8 Alberto Rollo IO Sergio De Santis 13 Chiara Tozzi 15 Michele Amari 19 Martina Cortelazza 20 Alida Airaghi 22 Ruggero Savinio SPEffACOLO 44 Raymond Durgnat 49 Luca Ronconi 54 Eugenio Barba CONFRONTI 30 Franca Cavagnoli 31 Farrukh Dhondy 36 Tiziano Scarpa 38 Paolo Bertinetti 39 Ayse Saraçgil 75 INBREVE Memoria: Nicola Gal/erano Tra curiosità e rigore Dentro il villaggio globale Pensieri di pensieri Elogio del piede pensatore I saggi di Paul Valéry Dalla parte del nulla Poesia e prosa italiana La saggezza e l'attenzione Signor Aldo Fuori luogo La scoperta inutile di Yussuf Entr'acte Sabato sera Il Piccio Peter Sellers e la cultura del paradosso Vocalità e musicalità in Gadda a cura di Luigi Vaccari Il teatro come emigrazione Il canto del silenzio di Maya Angelou Spaghetti alla bolognese e anatra di Bombay a cura di Silvia Albertazzi I "Lasciti" degli Eredi Brancusi Trainspotting di lrvine Welsh Nur Baba di Yakup Kadri Letture, recensioni, segnalazioni Segreteria di redazione: Serena Daniele INCONTRI Progelto grafico: Andrea Rauch Fotocomposizione: ShaKe - Tel. e Fax 02/58317306. Amministrazione e abbonamenti: Daniela Pignatiello - 68 Alistair MacLeod Elvis Presley abita in me a cura di Holley Rubinsky Tel. 02/66990276 - Fax 02/6698 I251. Hanno contribuitoalla preparazione di questo numero: Leonardo Dehò, Michele Neri, Maria Profili, Marco Antonio Sannella, Marco Tarchini, Barbara Yerduci, le agenzie fotografiche FarabolaFoto, Contrasto, Effigie e Grazia Neri. Editore: Linea d'ombra Edizioni srl - Via Gaffurio4 20124 Milano Tel. 02/6690931 Fax: 6691299 Distrib. edicole Messaggerie Periodici SpA aderente A.D.N. - Via Famagosta 75 - Milano Tel. 02/8467545-8464950 Distrib. librerie POE - Via Tevere 54- 50019 Sesto Fiorentino-Te!. 055/301371 Stampa Grafiche BiessezetaSrl - Via A. Grandi 46-20017 Mazzo di Rho (Ml) - Tel. 02/93903882 Fax 02/93901297. LINEA D'OMBRA Iscritta al tribunale di Milano in data 18.5.87 al n. 393. Dir. responsabile: Goffredo Fofi La copertina di questo numero è di Fabian Negrin Abbonamento annuale: ITALIA: L. I00.000; ESTERO: L. 120.000 a mezzo assegno bancario o c/c postale n. 54140207 intestato a Linea d'ombra o tramite carta di credito SI (si veda il tagliando a pagina 2). I manoscritti non vengono restituiti. Si pubblicano poesie solo su richiesta. Dei testi di cui non siamo ingrado di rintracciare gli aventi diritto, ci dichiariamo pronti a ottemperare agli obblighi relativi.

4 RICORDODI NICOLAGALLERANO .. TRACURIOSITÀERIGORE LARESPONSABILITÀ DELLOSTORICO MarcelloFlores Nicola Gallerano aveva insegnato nelle università di Sassari, Trieste e Siena. Membro della direzione delle riviste "Passato e Presente" e "I viaggi di Erodoto", il suo ulti/no lavoro pubblicato era stato il volume L'uso pubblico della storia ( F. Angeli, 1995), che raccoglieva gli atti di un convegno da lui organizzato e in cui aveva svolto l'introduzione (Storia e uso pubblico della storia). Era presidente del!' Istituto romano per la storia d'Italia dal fascismo alla resistenza. Gran parte del mio insegnamento e quasi tutto il mio lavoro di storico l'ho svolto insieme e accanto a Nicola Gallerano. I due libri che negli ultimi anni avevamo scritto assieme (Sul Pci. Un'interpretazione storica, li Mulino, 1992 e Introduzione alla storia contemporanea, Bruno Mondadori, 1995) non erano stati il frutto casuale di una collaborazione estemporanea, ma l'obiettivo consapevole di un'amicizia profonda che si nutriva di consonanze intellettuali e sintonie culturali, di un atteggiamento per molti versi simile nei confronti del nostro lavoro (la storia) e le forme che potevano assumere l'impegno e le responsabilità dello storico. Di qualche anno più grande, Nicola era tra quelli che all'inizio degli anni Settanta mi avevano aperto la strada verso una storiografia militante fortemente legata alla contemporaneità, certamente il più vicino sul piano politico-ideologico (la critica al Pci da sinistra e la presenza critica ma partecipe alla sinistra extraparlamentare) e su quello intellettuale ed emotivo. Non dirò, se non per ricordarlo con un cenno, di un aspetto importante di Nicola, del suo amare profondamente le donne, ma vorrei rammentare invece, perché era legato al grande senso di tolleranza che praticava e teorizzava, il suo anticlericalismo. Giuliano I' Apostata era uno dei personaggi storici da lui prediletti, e più volte ci ricordavamo brani della biografia romanzata scrittane da Gore Vidal: non solo perché vedeva questo sfortunato imperatore come emblema della casualità della storia (la sua morte improvvisa e immatura aveva aperto la strada, o facilitato, a una forse non inevitabile vittoria del cristianesimo), ma perché guardava con simpatia al monarca che tollerava riti e religioni diverse e contrapposte, palesemente consolatorie e antropocentriche, e diffidava di credenze forti, universalistiche e fondamentaliste, che avevano bisogno del fanatismo, oltre che di una loro capacità innovativa e tensione morale, per diffondersi e imporsi. Come studioso Nicola sapeva bene che il potere non si conquista o si rafforza o si mantiene solo con la violenza, la protervia, la furbizia: ma che ha bisogno di generare entusiasmi, fiduce, illusioni, riti. Comprendeva come fosse necessaria la presenza di una forte e radicata irrazionalità di massa per dar vita a fenomeni collettivi rilevanti, tanto più nella moderna società novecentesca che aveva visto l'ingresso nella storia di masse ancora radicate in credenze e atteggiamenti che appartenevano al secoNicola Gallerano lare mondo contadino. Eppure non riusciva a tollerare che quel- )'irrazionalità sviluppasse e di quella si giovasse chi voleva razionalmente riformare il mondo e far progredire la società. In questo suo conflitto con la sinistra storica e col mondo comunista in particolar modo, era drastico e irrisolvibile, e tuttavia consapevole di un'appartenenza e di un destino comune: poteva anche comprendere e giustificare il fascino subito dalle masse popolari comuniste per Stalin e per l'Unione Sovietica; ma il suo rigore intellettuale e morale rifiutava il laicismo storicista dei dirigenti e intellettuali comunisti che si nascondevano dietro la "volontà" e i "sentimenti" della base ed erano in realtà ben più intolleranti e fondamentalisti di essa. La delusione provata a partire dal 1989 per quella parte della sinistra critica (a cominciare da "il manifesto" con cui collaborò per anni pur raramente condividendone l'impostazione complessiva) che di fronte al crollo del Muro di Berlino riscopriva identità mai pienamente rinnegate e ricopriva di nostalgia la propria incapacità di approfondire le ragioni di una sconfitta che aveva antiche e profonde radici storiche, non aveva impedito a Nicola di continuare a sentirsi impegnato nel progetto di liberare l'uomo dai pregiudizi. Proprio questo terreno riteneva il più evidente e consono luogo specifico in cui l'intellettuale poteva collaborare al raggiungimento della giustizia sociale e dell'efficienza politica. Quel terreno aveva cercato di continuare ad arare impegnandosi in modo particolare nel rapporto fra il passato e il presente, nel modo in cui il secondo ripensava e costruiva il primo, nella forme con cui la memoria collettiva si intrecciava con le esigenze della politica o del!' ideologia o dell'identità e si presentava in modi sempre nuovi alle nuove generazioni. La funzione pubblica della storia, il suo uso e abuso nei diversi momenti della vita collettiva, la vedeva cresciuta parallelamente all'affe1marsi della società di massa e di un sistema di comunicazioni e dell'informa-

Nicola Gallerano e Piergiorgio Giacchè. Cracovia 1993. zione sempre più onnicomprensivo, la vedeva come una spia della tirannia del presente per la quale il passato costituisce sempre più uno strumentale criterio di legittimazione. Tutto questo Nicola aveva analizzato e studiato prima e meglio degli altri, guardando con curiosità alle esperienze e ai dibattiti che si erano svolti in proposito all'estero e facendoli conoscere da noi. Era consapevole, naturalmente, dei limiti di un qualsiasi intervento per conquistare o rettificare il senso comune o storiografico prevalente: e di come tanta più facilità avessero nell'affermarsi posizioni rozze o strumentali, grossolane e poco motivate se però difese e magari "gridate" da nomi conosciuti in prestigiosi e sia pur poco autorevoli spazi mediatici. Questo lavoro, per Nicola, costituiva insieme una lotta contro I' establishment, contro l'accademismo e il potere dei mandarini, contro la superficialità dei giornali, contro la strumentalizzazione di chiese e partiti; ma anche contro l'ignoranza dei colleghi più anziani, dei coetanei e dei giovani, l'acquiescenza della maggioranza degli insegnanti, il disinteresse del cosiddetto pubblico colto per quanto gli veniva proposto, il gusto della moda e della finta provocazione, della bella frase a effetto. Le istituzioni, quelle culturali in primo luogo (università, scuole, centri di ricerca, istituti di studio e divulgazione, pagine e trasmissioni culturali, riviste scientifiche e didattiche), costituivano per lui il terreno in cui era possibile, se non vincere, essere presenti e far sentire ogni tanto la propria voce: con fatica e tenacia certo suPERGALLERANO/FLORES 5 periori ali' ascolto che si poteva ottenere e tuttavia senza rimpianti e rimorsi per il tempo dedicato a queste attività. Nell'università criticava soprattutto il comportamento della sinistra, incapace culturalmente e organizzativamente di ipotizzare una vera riforma e un modello alternativo, e spesso moralmente corresponsabile del degrado dell'insegnamento e della funzione docente. Una volta che gli capitò di essere nominato membro di una commissione di concorso previde amaramente che si sarebbe fatto "cento nemici e un ingrato", ma non si tirò indietro da un compito istituzionale che viveva, come pur fece in altre occasioni, come affermazione di rigore e di buon senso. Nicola non era solo, e neppure prevalentemente, uomo politico, pur se il tempo che la tanto fortemente sentita responsabilità dello storico gli faceva sottrarre a famiglia e amici era sempre maggiore di quanto l'una e gli altri avrebbero voluto. Nicola era una persona allegra come poche e piena di gioia di vivere. Chi l'ha conosciuto ricorda come amasse (e sapesse) cantare e ballare, giocare coi figli propri e altrui, viaggiare, tifare il football e calciare quando fosse possibile. Ha vissuto la propria generazione, quella nata all'inizio della guerra e che aveva già terminato gli studi nel 1968, con una generosità, un dinamismo e una curiosità rare. È così che lo vedevano e l'hanno amato gli amici più anziani, i coetanei, i colleghi più giovani, gli allievi che per anni si sono formati alla sua sapienza critica e alla sua calda umanità.

DENTROILVILLAGGIOGLOBALE PRIGIONIERDIELLAGUERRA DILUCCHIRICCIEGIANIKJAN MimmoLombezzi Un taglio al centro di una superficie piatta. Una fossa, in mezzo a una pianura che potrebbe essere ovunque, dalla ValPadana al Caucaso, dalla Pannonia alla Siberia più estrema. E in fondo alla fossa uomini che ogni tanto guardano verso la cinepresa e poi verso l'alto. Nel cielo bianco, oltre il mucchio di terra che circonda la fossa, altri uomini avanzano di corsa come fantasmi, trascinando fantocci che appaiono più grandi di loro e perdono le braccia, le gambe, i risvolti delle divise, gli stivali. Li trascinano alla sepoltura come si trascinano i prigionieri alla fucilazione, con furia, ma i soldati morti si allungano e le membra si aggrappano al terreno come se opponessero un'estrema resistenza. Poi, quando li sollevano nel volo finale, aprono braccia e gambe e precipitano, con un tuffo lentissimo e gesti insensati, a volte melodrammatici. Gesti che sembrano alludere a qualcosa, salutare qualcuno e in realta sono dettati solo dalla gravità, dal- !' attrazione fatale della fossa. Il montaggio, in ralenti, li trattiene a mezz'aria come volesse ricordare, uno per uno, questi soldati senza fortuna, prima che diventino terra, prima che si ammucchino, riihbalzano, sulla massa dei compagni, che continua a crescere. I becchini, in fondo alla fossa, devono districarli, tirare fuori di nuovo braccia e gambe e metterli in ordine, gli uni accanto agli altri, in una fila interminabile che avanza verso lo schermo. Come sempre attorno a scene come queste c'è gente che non fa nulla, che guarda un po' nella terra, un po' verso la cinepresa e ogni tanto sorride, come dire "Che ci facciamo qui?". Come comparse finite nel film sbagliato, "catturate" dall'inquadratura del nemico. Prigionieri della guerra, di Angela Lucchi Ricci e Jervant Gianikjan, è un film fatto con vecchie immagini del 1914 o 1915: soldati austriaci esibiti sulle piazze e deportati verso la Siberia, zingari raccolti in branchi prima di essere fucilati come spie, caduti gettati nelle fosse comuni ... immagini di repertorio, che scopriamo di aver già visto migliaia di volte, frammentate nei telegiornali che raccontano la guerra nei Balcani. Anche lì, la macchina militare appare come una gigantesca centrifuga che sposta e mette in circolo masse umane sempre più grandi: soldati, profughi, orfani, prigionieri, cadaveri ... La "materia prima" di quello che Franz Werfel chiamava il "mulino della guerra". Negli occhi di coloro che stanno per essere trascinati nell'ingranaggio si legge lo stesso stupore, che oggi appare ancora più grande, non solo perché la guerra nei Balcani è apparsa come un "remake" crudele e insensato della Seconda guerra mondiale, ma anche perché quel conflitto era stato consegnato alla Storia da mezzo secolo di film, che sembravano in qualche modo averlo spiegato, "messo in formalina". Quando i suoi fantasmi si sono risvegliati, avidi di sangue, la guerra è stata vissuta da coloro che l'hanno subita come un "set" nel quale si era finiti per caso, ma dove gli avvenimenti, "le sequenze" si concatenano automaticamente, trasformando in comparse, e spesso in vittime, quelli che sino a pochi giorni prima si credevano ancora spettatori di eventi "altri", da telegiornale, da film. Come Mirshad, uno "stuntman" che lavorava nei film italiani sul!'Afghanistan, ambientati sulle colline aride di Mostar e al1'improvviso si trovò a schivare granate vere nel centro della sua città... Come gli abitanti di Zagabria che assistevano alla Tv al bombardamento di Karlovac a soli 40 km di distanza, e un bel giorno udirono le sirene salire al cielo e le bombe a frammentazione B4 scendere sulla città. Come la gente di Sarajevo, spettatrice e prigioniera del villaggio "più globale" che sia stato inventato dopo Auschwitz. Eppure c'è una differenza che emerge confrontando le vecchie immagini della prima guerra mondiale con quelle della Bosnia e della Croazia. La Jugoslavia, proprio perché fa parte dell'Europa, appartiene completamente, da anni, al villaggio dei media. In tutta la guerra, dalle prime linee alle retrovie, c'è una "confidenza" con le telecamere che non c'è mai stata in altri conflitti. Anche si spara sulle troupe che raccontano troppi massacri, la presenza della Tv è data per scontata. Un dibattito in diretta fra Karadzié e Izetbegovié è non a caso l'ultimo tentativo di scongiurare l'apocalisse. Davanti alle telecamere si prendono gli impegni più solenni, salvo poi smentirli sul campo. Davanti alle telecamere si umiliano i prigionieri e si esibiscono gli ostaggi. Davanti alle telecamere si aprono addirittura i lager, pensando che basti qualche "ritocco scenografico" per ingannare il mondo. Da piccoli dettagli, però, emerge l'orrore che troverà, tre anni dopo, conferma nelle fosse di Srebrenica. Questo maquillage rnediologico è il vero paradosso della guerra nei Balcani, per cui il conflitto più "asiatico" che sia stato combattuto in Europa, a tratti ha un andamento da telenovela. Karadzié gioca a scacchi con Mladié, per dissipare ogni voce di dissenso, oppure, di fronte ai racconti terrificanti della pulizia etnica esibisce il suo lato privato. "Non sono mica Saddam Hussein, io sono un medico, uno psichiatra, un uomo che ha dedicato la vita al proprio popolo. Se ci sono stati dei criminali saranno giudicati dai nostri tribunali" ... Izetbegovié tuona contro l'indifferenza dell'Occidente, lancia l'allarme sulla minaccia di genocidio che incombe sul suo popolo, evoca "lo spirito di Monaco", ma il lessico, spesso ricade senza volerlo nella banalità televisiva: "Se non per Ko, vinceremo ai punti" ... Eppure non è un match quello che si sta giocando, è il destino di un popolo. I teschi di Srebrenica fanno alla fine cadere il sipario dei media. Il maquillage si dissolve. Le fosse comuni appaiono nude e urlanti come quelle filmate ottant'anni prima in Prigionieri della guerra, e trent'anni dopo ad Auschwitz. Un film che lascia sgomenti, in cui la cinepresa è una macchina del tempo che azzera un secolo di "progresso". Il fumo che avvolge il treno dei deportati e riempie lo schermo puzza di lager, di cenere umana. E puzzano di lager gli orfani che fanno la lotta o i prigionieri che mangiano, ballano e si fanno la doccia. Tipiche ossessioni igieniche di tutte le colonie penali in cui la ginnastica o i bagni - esibiti alle visite della Croce rossa - tradiscono la loro natura profonda di macchine per gestire, controllare e distruggere "bestiame umano". La mazza che sfonda il cranio di una mucca in campo di prigionia, è in realtà la scena di un'esecuzione. Il medico che estrae qualcosa dal fianco di un cavallo e il suo

collega che cura la ferita di un prigioniero alludono alle infinite sofferenze, privazioni, promisquità e malattie di migiaia di corpi costretti negli stessi gulag. Paesaggi semplificati fatti di linee verticali e orizzontali come i campi di battaglia, quando i soldati vivi si aggirano fra i morti, come gli universi concentrazionari descritti da/ disperati di Sandor di Miklos Jancho. Uomini e alberi e uomini che segano alberi, come ho visto fare solo un mese fa a Gorazde, la città-gulag, dove da 4 anni manca la luce, l'acqua, il telefono, la benzina, e dove l'unico rumore è quello delle scuri che spaccano grandi cataste di legna per cucinare e per scaldarsi. Mentre i prigionieri austroungarici vengono esibiti per le vie di Mosca, prima della deportazione, c'è chi passa vicino alle barelle addirittura sussiego, col bastoncino del passeggio. Tragedia "urbana", come a Sarajevo. Osservate in moviola, le immagini mostrano le guardie russe che spintonano brutalmente la massa enorme dei prigionieri, "schiacciata" fra i palazzi dello zar. Alla fine la folla dei vinti si mette in moto. Sfilano a migliaia, salutando con i berretti la cinepresa, avanzando a ondate verso chissà quale destino. Masse fitte come pioggia come quelle, migranti, dei quadri di Boccioni intitolati Quelli che vanno, Quelli che vengono .... I tagli del montaggio ci dicono che si tratta di un gregge enorArchivio Forabola SULLAGUERRA/LOMBEZZI 7 me, non censibile, di un piano sequenza sterminato come i fronti e i cimiteri della guerra mondiale. I soldati marciano e alle loro spalle appare il fantasma che attraversa tutto il film, un orizzonte vuoto, un cielo bianco come un lenzuolo. Uno sfondo sul quale i soldati in marcia avanzano come macchie che la Storia si appresti a spazzare via. Altre macchie avanzano sulla superficie diafana di un lago e i cannoni sollevano colonne d'acqua alte fino al cielo senza arrestarne l'avanzata. Nella scena finale gli uomini, una lunga fila di uomini sulla neve, scompaiono improvvisamente, resta solo un cannone che bombarda un campo innevato curvo come il mondo, tracciando la prossima frontiera, la prossima "prima linea". Potrebbe essere all'inizio del secolo sul Carso, oppure adesso, alla fine del secolo sul "tetto del mondo" dove India e Pakistan combattono da anni una surreale guerra di confine contendendosi a 5.000 metri d'altezza, orizzonti di ghiaccio disabitati dal!' inizio del mondo. Le esplosioni delle granate si levano dalla neve come geyser. La guerra come vulcano, come fenomeno "geologico", naturale, che sprofonda in una regione o in un'epoca per riemergere in un'altra, al di là di ogni spiegazione, di ogni logica storica, economica o politica. Un fenomeno gratuito e irresistibile, come un istinto.

8 FRAMMENTIITALIANI UNA FEROCENORMALITA POESIAEPROSAITALIANA LASAGGEZZA E l' ATTENZIONE CONSIDERAZIONINI FORMA DIPRESENTAZIONE Alberto Rollo La saggezza del verso. Non esiste una lingua che sia più compromessa di quella della poesia: è difficile stabilire a chi parla, da dove parla e addirittura chi la parla. Eppure parla. Ci si aspetta che parli. Si dà per scontato che la parola poetica trovi, scantonando, una strada sua propria, come fosse altrettanto scontato che essa riconfermi quel che è stata sempre, come esistesse un'ovvia continuità delle forme. La poesia, così come uno statuto non scritto la vuole "presente", è in realtà il passato della poesia. La disposizione all'ascolto rispetto ai classici è, per esempio, così conclamata da suscitare soltanto sospetto quando diventa sordità o distratta condiscendenza se entrano in gioco poeti contemporanei. Il narratore viene esibito subito "nel mercato" culturale; il poeta deve procacciarsi un 'identità culturale "al di là" dei versi che pubblica o ricevere una promozione critica talmente autorevole da assicurargli un 'identità per così dire "istituzionale". Questo è poco più che un dato di fatto. Un volume di poesia è tale quando ha dimostrato quella fisionomia "adulta" che assicura la sacertà del testo. In realtà - semplificando un poco - la poesia è di per sé sentita attraverso il filtro di una supposta e non dimostrata "classicità", quasi la promozione insita nell'identità nominale di "poeta" continui ad agire - col suo strombettante retaggio romantico - nell'immaginazione e soprattutto nella ricezione estetica di un sempre più incerto pubblico di lettori che si conferma tanto più incerto quando accetta la trappola di un'operazione di mercato come quella mondadoriana destinata a enfatizzare la dialettica cultura-istituzione, valorepromozione di mercato, classicità-mito. Se, dunque, da una parte si ha un'effettiva crisi della lingua poetica (una crisi, a dire il vero, che dura dai primi dieci anni del secolo), dall'altra si assiste a una sempre più labile percezione di un'effettiva consistenza della forma poetica come forma "all'altezza" dei tempi. La lingua della poesia pare condannata a una precipitosa corsa in avanti o all'indietro, a una disperata esibizione di nudità o di iper-vestimento, a una scarmigliata visitazione delle prose e di tutti i linguaggi "altri" rispetto a quelli dell'umano intendersi del mondo (là dove esiste). In realtà non fa altro che ripetere una sfida che dura almeno dal Seicento in poi: lavorare all'interno di un universo letterario esausto o sentito come prossimo all'esaurìmento. Non si tratta solo di un inevitabile volgere verso la prosa, come sostiene Berardinelli nel suo La poesia verso la prosa (Bollati Boringhieri, 1994), o di un'ostinata progressione all' interno di "luoghi" protetti, di residualità linguistiche strappate al1 'abisso dell'oblio (il dialetto di Franco Loie di Giancarlo Consonni, per intenderci). Da una parte l'una e l'altra tendenza sembrano incrociarsi nella "rinuncia", solo apparentemente umile, a mostrare il volto-parola della poesia, nella missione - sempre meno sacerdotale, sempre più tecnica - di separare il "gesto" poetico dagli innumerevoli gesti che lo somigliano, dall'altra le due tendenze muovono forze espressive che "sentono", più d'altre o più drammaticamente di altre, una diffusa e tragica assenza di fondamenti. Fondamenti di pensiero, intendo. Ne consegue una tensione sapienziale, un battere sul tasto dell'esperienza che costituisce, almeno in potenza, il tratto comune di voci molto diverse fra loro. Sia che il linguaggio si sbricioli in sfarinanti "esercizi" combinatori o che si rinsaldi in forme di esibita cerebralità o di altrettanto esibito governo prosodico, sia che aderisca come un rampicante all'evidenza delle cose e della parola o che ripieghi con toni crepuscolari sul verso narrante, quel che emerge con più evidenza è la forza perlustrativa con cui si muove nell'ambito della "saggezza". Di questa "sapienza" quasi orgogliosa della propria orfanezza rispetto al pensiero ma sicuramente tesa a riconoscersi dove la "voce" resta sola, oltre le "bravure" argomentative, oltre il fallimento di ogni "chiarimento", è certamente testimone il volume di Umberto Fiori, Chiarimenti (Marcos y Marcos, 1995), una delle prove più significative del disagio che continua a rimestare le carte allibite della poesia. Esiste poi una continuità "narrativa" della poesia, una ferma tonalità compresa fra la ballata e il vero e proprio romanzo in versi. È una forma, questa, che Ruggero Savinio ha adottato per un 'opera ancora inedita, Il Museo d'Arte Moderna ( di cui qui di seguito pubblichiamo un lungo segmento) che fonde autobiografia (il rapporto col padre, Alberto, e lo zio, Giorgio De Chirico), educazione sentimentale ed "educazione" alla pittura (nella fattispecie Savinio ripercorre l'opera di Giovanni Camovali detto il Piccio). Narrativo, ma con un taglio profondamente diverso, è anche !'"episodio", Sabato sera, di Alida Airaghi, che srotola, con empatico lindore di immagini, la serata di due immigrati. L'esercizio del!' attenzione. Come dimostrano i brevi racconti pubblicati in questo numero di "Linea d'ombra", la strada obliqua, sofferta, a volte penosa verso il "disegno" di episodi esemplari suona decisamente percorribile. E proprio in ragione della brevità. La coppia - anzi la Coppia - "cubista" di Martina Cortelazzo; la "normalità" ferocemente sbieca della donna "fuori luogo" di Chiara Tozzi; l'atroce parabola esistenziale di Yussuf di Michele Amari; l'impassibilità del barista napoletano di Sergio De Santis di fronte al collasso infinito della città; sono figure o condizioni che crescono al di fuori o al di qua di

un"'idea" narrativa. È come se il dipartimento dell'"idea" - che non sempre coincide con le astuzie del plot - fosse finalmente disertato a favore delle cose, delle immagini che le cose suggeriscono, di un piccolo grumo di inquietudine sul quale s'affisa urgente e attento lo sguardo. Attento. Raramente ci sentiamo soccorsi dall'attenzione, dal fatto che chi scrive è stato "attento" per noi. Non da quell'attenzione lì. In realtà gran parte della narrativa vuole sorprenderci, e dunque distrarci. Oppure si limita a organizzare con minimo sforzo una realtà molto "domestica", molto gergale, molto soggettiva. Se il minimalismo ha insegnato qualcosa - parlo nella fattispecie del minimalismo di Raymond Carver - è che la mera registrazione di eventi può tradursi in un sublime esercizio di attenzione: è così che il ronzio di un moscone diventa un tormento acustico intollerabile, un urlo della prigione quotidiana. Quantunque la tradizionale opposizione fra racconto e romanzo si presenti come un ozioso aut-aut stilistico, è pur vero che la narrativa degli anni Novanta nasce dal respiro breve della novella, del frammento narrativo. Non solo: una volta risospinto il racconto dentro il cerchio della sua funzionalità propedeutica (non senza raffinate sterzate nella maniera) a favore di una ritrovata tensione romanzesca, la sua inevitabile domanda d'attenzione continua a grattare alla porta della scrittura. La dimensione del racconto breve finisce per chiedere molto di più alla realtà dell'invenzione, ne vuole con urgenza il sapore, il chiodo della necessità. Il romanzo - sia esso risognato nella sua rumorosa macchina ottocentesca o scardinato dal gioco postmoderno in forma di saggio, collage, conversazione - è la chimera di questi anni Novanta, è l'assillo delle generazioni più giovani, chiamate a dirsi, recitarsi, squadernarsi, come forse non è mai accaduto in forma così massiccia e, naturalmente, pubblica. Chi scrive lo fa come se prima non fosse successo nulla, in una società letteraria che non c'è e che è assente non tanto perché negata quanto piuttosto perché ridotta all'inconsistenza. Alla vacanza di maestri, i "nuovi" maestri oppongono per lo più una virtus molto circoscritta, gergale, da enclave; o, ancora, una virtù mediata, domestica (televisiva), editoriale, giornalistica e ciononostante le loro opere non sono mute. Superata la domanda del mero intrattenimento, i lettori - che lo scrittore lo voglia o no - si dividono il conforto del "messaggio"; sì il messaggio: morale (Maggiani), politico (Benni), storico (Eco), estetico (Baricco), comportamentale (Susanna Tamaro, Andrea De Carlo, Enrico Brizzi). E l'attenzione? L'esercizio dell'attenzione - quando non si risolva in un elogio del dettaglio o in una rondistica rifinitura stilistica - va ben oltre l'accortezza, l'intelligenza o la sensibilità di rendere una storia credibile o miracolosamente incredibile. Implica una chiamata in causa, una risposta senza verifiche. Aspetti che non sono certo estranei ad alcuni autori sopra citati, ma che appaiono variamente minacciati da incombenti fonti di distrazione. Si prenda un capolavoro della letteratura israeliana degli anni Settanta come Inventario di Yaakov Shabtai o anche un'opera più convulsa come Oltre il confine di Cormac McCarthy. Qui l'ammaliamento affabulatorio, la complicità ideologica, il servizio dell'erudizione, la seduzione lirica non sono elementi circoscrivibili; neppure la tentazione aforistica. L'esercizio dell'attenzione - o per dirla altrimenti, l'urgenza e la necessità di raccontare - consuma tutto, metabolizza tutto, anche ciò che, a uno sguardo più severo, può rivelarsi come scoria, come eccesso. Sembra paradossale ma il racconto breve (che pur conta una tradizione di rarefatta cucina manieristica) consente, per ovvie ragioni di misura, una esperienza così sbilanciata, così arrischiata. Tanto che nella scelta della durata della narrazione sembra insediarsi una forma di opFRAMMENTIITALIANI/ROLLO 9 posizione funzionale: da una parte la "brevità" che esige di capire, dall'altra la "lunghezza" che pretende di "dire" (e si badi bene in questo "dire" si legga non solo arroganza ma anche generosità, o le due cose assieme). Non è un caso che uno scrittore come Alessandro Baricco, uno dei più dotati di orecchio e di senso della misura, abbia scelto per il suo ultimo romanzo, Seta, la brevità; una brevità, la sua, "saggia", sapiente e, in vero, "illusoria", compresa com'è nel gioco di specchi dell'amplissima parabola emotiva dei suoi personaggi, ma nondimeno significativa di un costume letterario esemplare, di un'economia letteraria di cui non si potrà non tener conto. Sarebbe ozioso misurare la qualità o le potenzialità dell'esperienza narrativa a partire da un mero criterio di estensione: ciò non toglie che il racconto breve - come "Linea d'ombra" ha spesso dimostrato - raccoglie più disagio estetico, morale, politico, di quanto riesca a fare la macchina del romanzo. Il romanzo è anche - non dimentichiamolo - una grande sfida tecnica, e il gusto della tecnica - prima ancora della sua nozione - non è mai stato così acceso. Ne consegue che l'invito a indurre i narratori nazionali a confrontarsi - che so - col romanzo di genere anglosassone perché acquistino una maggiore consapevolezza tecnica suona pleonastico. Che la narrazione implichi un raffinato ed esercitato possesso della retorica è una proposizione, a mio avviso, ben nota ai più, anche agli autori più sguarniti, più naff. Le tecniche di rappresentazione veicolate dal cinema, dalla televisione, dai fumetti e pur anco dai videogame hanno maturato un repertorio tecnico - consapevole o meno, non importa - che avrebbe potuto sbalordire anche Charles Dickens. Il discorso è un altro; e ha a che fare con I'"attenzione", con una pratica della scrittura capace di dimenticarsi, pur di restare confitta dentro il nodo della necessità. Pratica che il racconto breve riesce tuttora a favorire, a rendere visibile. In una logica che non è solo quella del laboratorio formale, il racconto si candida ciclicamente a riaccendere !"'attenzione", a scuotere lo stordimento di una civiltà letteraria e di una cultura talora troppo soddisfatta della "distrazione" e delle distrazioni che si è rassegnata a tollerare. cole La scuola non è un)azienda. Costruire l)uguaglianza) liberare le dzf/erenze. MENSILEDI IDEEPERL'EDUCAZIONE ABBONAMENTOANNUALE(9~UMERI)L. 45.000 CCP. 26441105 INTESTATOA SCHOLEFUTUROVIA O.ASSAROTTI, 15 TORINO TEL./ FAX 011.545567 COPIESAGGIOSU RICHIESTA DISTRIBUZIONEIN LIBRERIA:PDE

1O FRAMMENTI ITALIANI/DE SANTIS Sergio De Santis SIGNOR ALDO Sergio De Santis è nato nel 1953 a Napoli, dove vive e lavora. Laureato in filosofia, insegna lettere nelle scuole superiori. Ha pubblicato su riviste specializzate saggi su Borges, Debenedetti, Morselli, Eco, Calasso, Verga, Nievo. Nel 1990-91 una serie di racconti, Cronicostorie di periferia, è apparsa sul quotidiano napoletano il "Roma". Ancora nel 1991 ha realizzato per Rai Radio Uno un radiodramma, L'opera morta. Nel 1992 ha pubblicato su "Linea d'ombra" il racconto L'aquilone, di cui nel 1993 è andata in onda su Rai Radio Tre una trasposizione radiofonica per il programma "Il racconto della sera". Sempre nel 1993 ha pubblicato sulla rivista "Dove sta Zazà" il racconto Sangue infetto. Dal 1991 collabora alla pagina culturale napoletana de "La Repubblica" ... Quando le pareti hanno tremato e le finestre si sono aperte di schianto, spalancate dal boato, solo Leonardo è rimasto seduto a guardarmi trattenendo muscoli e nervi. Ci siamo: il vulcano si è risvegliato. Prima o poi doveva accadere. Leonardo, lui non avrebbe dovuto essere qui; lo psicologo della scuola ha chiesto di partecipare al consiglio di classe della IG come osservatore, tanto per farsi un 'idea. Gli altri professori sono in piedi a guardarmi e a chiedersi cosa sia stato. Sì, va bene, mi hanno delegato a presiedere alla riunione quadrimestrale, ma non so cosa sia successo. Semplicemente non mi alzo dalla sedia. Mi ricordo che ho qualcuno a casa ed estraggo il cellulare. Quando mi regalarono il cellulare tutti mi presero in giro per una settimana. Lo uso poco, cambio diligentemente le pile, lo tengo in tasca come un amuleto, per ogni evenienza. "Secondo me è stata una bomba". Il collega del laboratorio ha una voce calma. Nemmeno lo avevo mai visto; ha un orario diverso dal mio. Tutti: matematica, inglese, diritto, disegno, religione, igiene, educazione fisica, attendono la mia telefonata, in piedi sull'uscio. Il terremoto. Si scende in strada, si corre verso lo slargo più vicino. Forse lei è già scesa giù. Non risponde nessuno. Anzi sì, una voce assonnata, che non sa niente di terremoti, mi dice di aspettare al telefono. Sento la tapparella zoppa di casa che si alza veloce. Leonardo sta raccogliendo le sue cose. Proprio non mi aspettavo che un manipolo d'insegnanti rimanesse così calmo, spaventato ma dignitosamente in attesa su un invisibile nastro di partenza. Dal cellulare lei mi dice che niente, nessun terremoto, è tutto tranquillo: il portiere del palazzo affianco è seduto nella sua guardiola e la signora del piano di sotto, come al solito, sta litigando col figlio. Poi cominciano le domande. Accenno all'esplosione di un qualcosa vicino alla scuola. Niente di grave, forse il serbatoio di un'auto lontana. Riaggancio. Per i corridoi deserti della scuola solo il ritmico riecheggiare dei passi del plotoncino d'insegnanti. Fortunatamente è pomeriggio; se fosse stato orario di lezione tutti i ragazzi si sarebbero precipitati insieme per le scale, settecento giovani bisonti in fuga. Non è il terremoto. E allora una bomba, o delle bombe. Un attentato a qualche negozio. Uno in più. In questa zona di periferia sono cose all'ordine del giorno. Oppure un bombardiere americano se ne stava lì, nel cielo della seconda guerra mondiale, a cercare ancora un bersaglio, e sbucando fuori da un tempo sbagliato ha sganciato la sua bomba. Così raccontano i vecchi che erano i bombardamenti: uno scoppio, la terra tremava e subito si alzavano fiamme e fumo. li bar della scuola è chiuso. Signor Aldo lo tiene aperto anche per le riunioni pomeridiane, ma lui arriva verso le quattro e mezza. Durante l'orario di lezione è sempre alla macchina del caffè, a scodellare tazzine bollenti per gli insegnanti e cornetti alla cioccolata per gli alunni. A volte, per evitare il traffico, vado molto presto a scuola e attendo che signor Aldo accenda la macchina del caffè. Lui è molto compito, saluta, sistema i fiorellini bianchi sotto l'immagine della madonna in uno sgabuzzino dove tiene anche il telefono, e inizia la sua giornata scrollando la cenere dell'ennesima sigaretta. Finiti i corridoi, attraversiamo l'atrio deserto; le scuole senza gli alunni sono spettrali casermoni che non promettono niente di buono. Usciamo fuori. La strada è stranamente nuda di auto. C'è solo gente che corre verso destra. Nell'aria un sapore acre e un silenzio innaturale per il quartiere in genere trafficatissimo. Qualcosa si è rotto da qualche parte, qualcuno deve essere esploso ingoiando voci e suoni in un solo boato. Io e Leonardo attraversiamo il cortile guadagnando svelti il cancello. Gli altri sono rimasti sull'uscio. I cani del guardiano abbaiano appena, intenti a fiutare l'aria. Giù verso l'incrocio, a un centinaio di metri, lingue di fuoco alte come i palazzi escono dalla terra. Dalla parte opposta una densa colonna di fumo erompe dal cantiere della nuova strada. Il carabiniere di guardia alla caserma di fronte riesce a rimanere al suo posto. Un palazzo che brucia in città; c'era una canzone che recitava qualcosa del genere. Il ritornello s'insinua nella mente allarmando il cuore. Ma cosa sta accadendo veramente? Il pomeriggio della periferia si colora di fiamme altissime e tutto sembra logico, normale. Sono anni che lavoro nelle periferie di questa città, ascolto le loro storie, vedo le prepotenze, la violenza dettata dalla paura sulle bocche, nelle mani di chi sa di essere solo. I problemi di sempre si presentano ogni giorno e rosicchiano l'anima di migliaia di persone chiuse nei palazzi fatiscenti a sopportare in silenzio, sperando che il marcio di fuori non penetri di notte da sotto la porta. Tutto normale. Si è soltanto squarciata la strada laggiù, verso il crocicchio. È semplicemente sbucato fuori l'inferno, liberando le sue fiamme per vedere se su era davvero tanto meglio. Tutto normale per queste vie, dove fino a poco fa i chiassosi cortei dei demoni con anelli e pistole pestavano prepotenti sui clacson. "Due bombe", dice Leonardo indicando i lati opposti della strada. Bombe. Ma allora perché tanto fumo e l'odore penetrante di gas nell'aria? Penso al giornale, chissà se l'hanno saputo. Non è che mi facciano collaborare molto, ma li avverto comunque. Matteo sarà al desk a chiudere le prime pagine dell'edizione locale. Mi risponde indaffarato, come sempre a quest'ora. "Sono a scuola. Mandate qualcuno: qui sono scoppiate due bombe". Matteo ripete parola per parola ad alta voce; Sto parlando con gli altri del desk. "Va bene, ti richiamiamo noi". Nemmeno mi ha chiesto come sto. È l'abitudine al lavoro. La notizia, il giornale viene prima di tutto. Stanno chiusi lì den-

RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==