Linea d'ombra - anno XIV - n. 113 - marzo 1996

GERMANIASENZAFESTA 1995: l'ANNO DELLCEOM/v\EMORAZIONI SusannaBoehme-Kuby Una recente copertina dell'autorevole settimanale politico "Der Spiegel" (n. 6/1996) propone a lettere cubitali in bianco e rosso il doppio quesito carico di insinuazioni: "Aggressore Hitler/ Aggressore Stalin?" mostrando i profili dei due dittatori sullo sfondo di un bruciante campo di battaglia, sopra il quale si annuncia un commento dell'editore Rudolf Augstein alle "nuove tesi sulla guerra in Russia". Queste tesi sostengono fra l'altro che l'aggressione tedesca all 'Urss sarebbe stata un atto di prevenzione e avrebbe preceduto di poco un attacco sovietico alla Germania. "Rivelazioni" non proprio nuove, ma particolarmente significative nel momento in cui vengono pubblicizzate, quando, cioè, la Bundeswehr (l'esercito federale tedesco) si accinge, per la prima volta dopo la guerra mondiale, a entrare militarmente in campo. Augstein ridimensiona nella sua minuziosa ricostruzione storica della fase precedente I' "Operazione Barbarossa", I unga dodici pagine, le tesi aberranti dei revisionisti di turno, concludendo seccamente: "La guerra è durata quattro anni, non fu Stalin ad averla iniziata". Rimane, comunque, il messaggio più o meno equivoco trasmesso dalla copertina dello "Spiegel" esposto nelle edicole tedesche per un'intera settimana. Evidentemente esiste ancora "il timore degli storici tedeschi a rappresentare la seconda guerra mondiale come una guerra scatenata insieme dai due dittatori", come ha rilevato non senza rammarico lo storico Gillessen sulla "Frankfurter Allgemeine Zeitung" del IO.I 0.95 in una recensione al libro di Joachim Hoffmann, ex direttore dell'Istituto di Ricerca Militare della Rft, che sostiene la tesi della guerra di annientamento, ideata e condotta da Stalin contro i tedeschi. Per i suoi meriti scientifici l'autore era già stato insignito del "Premio culturale Generale A. A. Wlassow"(!) nel 19921 • Il 1995 è stato per i partecipanti all'ultima guerra mondiale un anno di ricorrenze storiche, ricco di commemorazioni ufficiali e di ricordi ambivalenti, in Germania spesso imbarazzanti e comunque carichi di significato simbolico oltre che politico. Il settimanale "Der Spiegel" aveva indicato con chiarezza inequivocabile la tendenza ufficiale che ispirava le incombenti commemorazioni, con un titolo di copertina del numero I che inaugurava l'anno 1995: "L'ascesa dalle rovine - 50 anni tedeschi". A 50 anni di distanza dall'8 maggio 1945 (e ben 5 anni dopo l'unificazione nazionale) quel l'avvenimento poteva liberarsi dalla contingenza storica e assurgere nella memoria collettiva a punto di partenza per una rinascita economica senza precedenti, la cui irresistibile forza d'attrazione aveva infine superato la stessa divisione nazionale, cioè la più pesante conseguenza della sconfitta tedesca del 1945. Per decenni l'interpretazione politica di quella data aveva rispecchiato le divergenze storiche e ideologiche dei due stati tedeschi nei confronti del nazionalsocialismo: nella Rdt, festa di liberazione che valorizzava oltre al ruolo decisivo dell'Urss anche l'apporto della resistenza tedesca, e non-festa nella Rft, il cui imbarazzo era espresso anche nell'insicurezza terminologica: "fine della guerra" (Kriegsende), "sconfitta" (Niederlage), "crollo" (Zusammenbruch). Quest'ultimo termine è stato quello più accettato dalla popolazione ed è anche il più mistificatorio. Ancora vent'anni fa, nel 1975, la maggioranza del parlamento federale si era rifiutata di commemorare 1'8 maggio, perché quella data era celebrata nella Rdt come festa di "liberazione". Helmut Kohl, allora presidente della Cdu, aveva raccomandato in quel!' occasione di ricordare la ricorrenza come "giorno di lutto e di raccoglimento". Nel 1985 lo stesso Kohl, diventato cancelliere dell'ormai prima potenza economica in Europa, era riuscito a celebrare il lutto tedesco insieme al Presidente gli Stati Uniti, Ronald Reagan, nel cimitero militare di Bitburg, ove giaciono "uniti dalla morte" i caduti americani accanto ai caduti delle SS. Fu nella stessa occasione in cui il Presidente della Rft Weizsacker aveva pronunciato un discorso considerato "storico" in quanto aveva per la prima volta ufficialmente ammesso o deplorato i "crimini" del "regime" di Hitler" - pur non superando quel limite oltre il quale si pongono le domande sulle origini, le forze propulsive, le continuità del "regime di Hitler" edi coloro che se ne avvantaggiarono e sul ruolo della popolazione tedesca in esso. L'ulteriore tappa nel processo di "normalizzazione" del rapporto fra i tedeschi e l'ingombrante passato è costituito dal cosiddetto Historikerstreit 2 , nel quale i revisionisti hanno tentato di fare apparire la fase finale della seconda guerra mondiale come guerra di difesa tedesca, paragonando ed equiparando I 'espulsione dei tedeschi dai territori orientali all'Olocausto, il cui carattere di "singolarità" è stato negato. Anche se non si può affermare che queste tesi vengano oggi assunte a livello ufficiale, non si può sottovalutare il loro impatto nell'inconscio collettivo dei tedeschi, che hanno per decenni rimosso le proprie responsabilità, ormai lontane dalla coscienza delle giovani generazioni. Un esempio del fatto che la tendenza ad accomunare carnefici e vittime non è una prerogativa della destra, ma che non urta evidentemente neanche la sensibilità antifascista della sinistra, è documentato dal titolo con il quale il quotidiano berlinese "Tageszeitung" (Taz) del 13.12.1995 ha introdotto la propria riflessione sul cinquantenario dei bombardamenti di Dresda: "Nei giorni seguenti si estendeva l'odore di Auschwitz alla città". L'accostamento di Dresda ad Auschwitz, di cui appena due settimane prima era stata ricordata la liberazione ovvero l'arrivo del le truppe russe (27 gennaio 1945), supera quel lo con Hiroshima e Nagasaki, che circola nella memoria storica dei tedeschi a partire dagli anni Cinquanta, quando venne messo in circolazione nella Rft la presunta cifra di 350/400.000 vittime dei bombardamenti angloamericani (cfr. il testo di Axel Rodenberg, Der Tod von Dresden, prima edizione 1951, ristampato da Ullstein nel 1995). Non c'è spazio in questa sede per sfatare il "mito di Dresda" nelle sue varianti di destra e di sinistra, basti ricordare che gli archivi della città indicano la cifra di circa 25.000 morti (tra il 13 febbraio e il 17 aprile), dato che corrisponde a quello indicato nelle prime commemorazioni del 1946 nella zona d' occupazione sovietica, e che allinea Dresda dopo Colonia e Monaco nell'elenco tra le città tedesche molto bombardate. (7000 tonnellate di bombe contro 44.700 e 27.000 tonnellate delle ultime). Eppure le commemorazioni ufficiali ricordavano quell 'evento apocalittico, che come nessun altro divenne il simbolo dell 'or-

RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==