Linea d'ombra - anno XIV - n. 113 - marzo 1996

Romano Bilenchi Le parole della memoria. Interviste 1951-1989 a cura di Luca Baranelli Edizioni Cadmo, via Benedetto da Mai ano 3, 50014 Fiesole (FI), Tel. 055/ 599930. Così, con l'indirizzo e il numero di telefono della casa editrice: perché, essendo questa una recensione di servizio, il suo scopo è mettere in grado quante più persone sia possibile di rintracciare ecomprarequeto libro. Certo, la raccolta d'interviste è tra i generi letterari più deteriori che esistano: la si dovrebbe leggere sempre con un po' di vergogna e con molto scetticismo, rassegnati alla banalità biunivoca, ali' inesattezza e alla ripetizione degli stessi episodi e micromitologie personali da paite dell'intervistato. Un genere letterario a1teriosclerotico dunque. Di fatto sono libri che si leggono sempre tutti d'un fiato, beandosi di ritornelli e truismi. Non è questo il caso - poteva mai essere diversamente? - di questa raccolta bilenchiana. A che cosa affidarsi mai per conoscere quello che sui manuali di letteratura veniva detto il Pensiero di un autore come questo, che ha sempre risolto tutte le sue idee sul mondo in pura immagine e racconto, che ha diffuso le sue idee sulla letteratura solo promuovendo memorabili collane di narrativa, che ha diretto un giornale politico negli anni Cinquanta(!) scrivendo sì e no una decina di editoriali? È stata lieta o infausta questa circostanza? Lieta (o meglio, indifferente) per Bilenchi, che nella sua incontentabilità stilistica si è sempre sentito sostanzialmente risolto nelle cose che ha fatto e il suo solo rimpianto essendo non di aver scritto poco, o peggio di aver pensato poco alla letteratura, ma di non essersi approssimato abbastanza alla purezza espressiva che pretendeva da se stesso. Infausta certo non tanto per noi lettori ma nientedimeno, secondo me, per la storia del gusto di questo Paese. L'Italia, anche in letteratura, ha scontato nei decenni la mancanza o la debolezza di una vera "terza forza". Ci sarebbe stato bisogno di uno, di tanti scrittori dalle idee così spregiudicate, lèggere per credere, sui Massimi Problemi di allora - realismo, impegno, crisi del romanzo ... -e che anche però le esprimesse. Bilenchi invece si annoia a parlare di letteratura (e di libri letti e amati) e a fare teoria della letteratura. In questo è simile ad altri grandi insofferenti che molto avrebbero potuto fare per dare aria alla nostra Bassa Padana letteraria di allora e poco riuscirono, per stupidità e cattiva fedealtrui,epermancanzadi tribune adeguate ma anche di convinzione: penso a Elsa Morante, a Bertolucci, a Flaiano, a Comisso, Sereni, Palazzeschi, Wilcock ... Tutti nomi, insomma, che ricoITono ogni volta che si sente parlare di "Contronovecento", cioè di teITemoto nella borsa valori letteraria del secolo. Tra tutti questi letteratissimi antiletterati Bilenchi è in ottima compagnia, e queste interviste, per nulla effimere, confermano la sua fama di grande conversatore, sono di una fantasia, una precisione, un puntiglio nei distinguo da fare invidia a tanta saggistica ultracitazionista e infiorettata. Quando questa rivista nacque, i suoi redattori si recarono in casa Bilenchi-che già soffriva di neuropatia diabetica - per una sorta di pellegrinaggio laico, per apprendervi uno stile non solo letterario. In questo libro pieno di gioia e di ostinazione è riprodotto anche il resoconto di quell'incontro. Chi scrive aveva allora solo diciotto anni e non vi partecipò. Ma leggendo questo libro ha avuto la sensazione di udire distintamente la grana di quella voce, ha goduto e patito tutto il fascino di quella persona. Domenico Scarpa Emmanuel Carrère lo sono vivo e voi siete morti Philip Dick 1928/1982. Una biografia trad. di Stefania Papetti Theoria 1995, pp. 320, Lire 32.000 Chi conosce Philip K. Dick solamente dai film, più o meno memorabili, (Biade Runner, Tota! Recali) che sono stati tratti dai suoi romanzi, non può avere idea dell'universo di originalissima paranoia nel quale abitava lo scrittore americano. Se evitate la fantascienza perché vi sembra deteriore - e purtroppo i libri di Dick, che servivano all'autore principalmente per pagare l'affitto, sono scritti con la frettolosità dei prodotti commerciali - leggetevi invece la biografia che Emmanuel CaITère ha messo insieme consultando archivi e intervistando testimoni, ma soprattutto basandosi sull'opera stessa dello scrittore - la più radicalmente inquietante nel panorama della natTativa cosiddetta di consumo. lo sono vivo e voi siete morti ha il grosso pregio di riscattare la personalità di Philip Dick tanto dai bassifondi della cultura, quanto dall'idealizzazione dei.fans e di chi volle farne un guru dell'acido lisergico: la sua fu veramente l'esistenza di un maledetto, ma secondo misure più grandi di quelle che gli hanno cucito addosso i fabbricanti di culti pop. Dalla nascita, insieme a una gemella morta dopo un mese, fino alla morte, in mezzo ai frammenti di un suo visionario trattato teologico, la vita dello scrittore è riprodotta analiticamente, attraverso tutti gli anni che visse tra fissazioni, amfetamine, letture onnivore, ricoveri psichiatrici, cattive compagnie, visioni ultratetTene e frenetico prolifico scrivere per riuscire a sbarcare il lunario.

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