Linea d'ombra - anno XIV - n. 113 - marzo 1996

70 STORIE/TLALI Ricordò, ancora col so1Tisosulle labbra, quello che diceva sempre: "Figli miei, abituatevi a essere in anticipo, sempre. È il passeggero che aspetta il treno e non il treno che aspetta il passeggero". Scese le scale di fronte allo sportello ape1to per le prenotazioni. Attraverso l'oblò all'altezza degli occhi, sentì che l'impiegato stava chiacchierando con qualcuno, una donna. Pose con attenzione una banconota da dieci rand nella piccola incavatura di legno consumata dalle monete, lasciando che sporgesse dall'altra pa1te del banco attraverso l'apertura semicircolare. Attese, preoccupata per il contatto imminente e ricordando ciò che aveva detto il tassista: "Con quel boero non si sa mai. Va su tutte le furie quando gli chiedono un biglietto di seconda classe senza prenotazione. Comunque, prova. Parlagli in afrikaans e non in inglese. Sono più tolleranti se gli parli nella loro lingua". "Ja ?" disse l'impiegato, dando con impazienza un pugno sul banco e facendola trasalire. "Potrebbe ... Kan ek 'n tweede-klas kaart,jie k,y na Johannesburg-toe, asseblief?" "Hetjy bespreking gemaak?" "Nee, ek..." "Wel, nee. Natuurlik kanjy nie f"I tagliò corto. E, senza tanti complimenti, afferrò il denaro e depositò, o meglio scaraventò, sul banco un biglietto e il resto in banconote con qualche monetina d'argento e di bronzo. La ragazza provò a supplicarlo, dicendo che veniva da molto lontano, da zone remote del distretto di Leribe nel Lesotho. L'impiegato la fissò attentamente, gli occhi grigi, feroci e felini dietro gli occhiali ricordavano un baratro, le pupille ora dilatate ora contratte. Lei indietreggiò e abbassò lo sguardo. In quell'istante l'impiegato furioso brontolò qualcosa e con un colpo violento chiuse la saracinesca di legno dietro il vetro. La ragazza si chinò lentamente. Un poliziotto nero delle ferrovie, pochi metri più in là, si affrettò verso di lei e insieme raccolsero alcune delle monete cadute per terra. "Volevi un biglietto di seconda classe, sorella?" le chiese. "Sì." "Di solito pretendono che si faccia la prenotazione due settimane prima della paitenza." "Come fa uno a prenotare se viene da tanto lontano? Ci metterei due giorni solo di viaggio. Sai dove si trova Nqechane." "Sì, lo so" disse il poliziotto annuendo. "E quando si prenota per telefono, ti ignorano. Qualcuno ha perfino provato a mandare un telegramma, ma non viene mai preso in considerazione. Comunque, non ti preoccupare. Quando arri vi a Bethlehem, chiedi al contro IIore di cambiarti il biglietto per la seconda classe. 1 posti sui treni della nuova linea via Balfour di solito non sono mai tutti prenotati. Almeno non dovrai rimanere in piedi tutta la notte fino a Johannesburg." Si udì il fischio della locomotiva a vapore che arrivava e, alcuni minuti dopo, il treno si fermò al binario. li poliziotto premuroso aiutò la ragazza a salire sul vagone affollatissimo di terza classe e uno dei pa seggeri del treno allungò le braccia per prenderle i bagagli. La ragazza ringraziò entrambi per la loro cortesia. Non c'era posto per sedersi e non aveva senso cercare di andare più avanti. Si appoggiò a un finestrino e mise le tre borse per terra lungo il corridoio. Sistemò una borsa tra i piedi e accomodò le altre due vicino alle caviglie sottili. Così poteva sentirle sempre, le sue borse, pensò soddisfatta stringendo la borsetta. Il treno si mosse lentamente, fermandosi ai numerosi binari di raccordo e alle numerose stazioni e insinuandosi a fatica tra i pendii scoscesi. Chiuse gli occhi e rimase ad ascoltare, col solo desiderio di potersi distendere. Quanta strada aveva fatto a piedi I Pensò all'impiegato di Ficksburg e ai suoi occhi. "Quando arriveremo a Bethlehem starà piovendo, non credi, sorella?" Solo allora si rese conto della presenza dell'uomo gentile che l'aveva aiutata a salire sul treno. Aprì gli occhi e, vedendo che le nubi si addensavano veloci, annuì. Non riusciva a capire se il giovane fosse meticcio, indiano o africano; alla fine decise di accantonare la questione e di non pensarci più. Attraverso il finestrino aperto guardò iIplacido paesaggio che si allontanava. I suoi occhi indagatori individuarono rapidi la vetta di Nqechane e lei ripensò alla tranquillità delle ultime tre settimane passate nello splendido villaggio che porta il nome della cima. Era tutto come ricordava quando era bambina. Chiuse gli occhi e i pensieri continuarono a vagare, cullati dai movimenti ondulatori e ritmici del treno ... Ripensò agli occhi orribili dell'impiegato di Ficksburg. Si rese conto di non essere venuta a contatto con un solo bianco per l'intera durata della vacanza, trascorsa in una pace assoluta. No, si corresse da sola-a eccezione di "Mè Sistèrè", la madre superiora della vicina missione anglicana di Nqechane e di "Ntate Fatèrè", il cappe IIano. Ma quel Ii erano di versi, replicò a se stessa. Loro almeno ti accoglievano a braccia aperte. Ecco perché se li era dimenticati. Ma ovviamente c'era il primo contatto con quei bianchi al posto di frontiera a Ficksburg 2 - come avrebbe mai potuto dimenticarlo? Non ricordava quel contatto perché aveva la Parola Magica - il documento di viaggio ma1Tonedella Repubblica sudafricana e non il passaporto verde del Lesotho. Era stato proprio per quei primi contatti che, alla fine, aveva deciso di passare dal verde al marrone. Tutte quelle domande nauseanti che ti ponevano quando volevi andare in Sudafrica, soprattutto a Johannesburg. Come se il solo attraversare un fiume significasse andare dal paradiso ali' inferno o viceversa. A ogni modo che importanza aveva cosa attraversavi per andare dove? Ti domandavano: Perché vuoi andare a Johannesburg? Qual è l'indirizzo dove starai? Quanto tempo rimarrai? Chi è la persona che vai a trovare? Quanti soldi hai nel portamonete - riesci a pagarti il biglietto di ritorno? E il più delle volte non ti davano il permesso. Ti lanciavano addosso il tuo documento verde e tu dovevi girare i tacchi e tornare indietro con la tua provvista di pollo preparata con tanta cura, i dolci di frutta nel contenitore di metallo e tutto il resto. Non consideravano neanche i sacrifici che avevi fatto per riuscire ad a1Tivai·efin lì. Quanti giorni e quante notti avevi camminato, per esempio; o se c'erano autobus che passavano dal tuo villaggio; e se c'erano, se eri stato in grado di pagarti il biglietto. La validità dei tuoi motivi per entrare in Sudafrica dipendeva soprattutto dalla colazione più o meno buona che la nonnie3 aveva preparato per il baas4 di turno al posto di frontiera. Negli ultimi tempi, anche quando dicevi che in Sudafrica ti era morto un parente stretto, ti rispedivano indietro. La Morte, non la malattia, la Morte -che c'è di peggio della Morte? E anche se per dimostrarlo prendevi iI telegramma, non provavano nessuna vergogna a domandarti se avevi intenzione di mangiare il cadavere. "Cosa ci devi fare col morto?" ti dicevano. Si ricordò quando, stanca di tutte quelle maledette domande, aveva seguito il consiglio di una sua arnica: lascia pure il documento verde nella borsa e attraversa il fiume - a piedi o a nuoto, tutto qui. Ma anche questo presenta va dei problemi: gli inevi tabi Ii accordi con le guide "professioniste" del fiume che sapevano, o dicevano di sapere, quando, dove e come attraversare iICaledon per evitare ogni

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