Linea d'ombra - anno XIV - n. 113 - marzo 1996

Miriam Tlali UN DIABOLICO VICOLO CIECO A cura di ElianeNortey Miriam Tlali nasce nel 1933 a Doornfontein, Johannesburg, dove studia medicina all'università del Witwatersrand. Due anni dopo si trasferisce alla Roma University nel Lesotho ma per gravi problemi finanziari è costretta ad abbandonare gli studi prima di aver conseguito la laurea. Tornata a Johannesburg, lavora come impiegata-dattilografa al Metropolitan Radio, un negozio di mobili ed elettrodomestici. Questa esperienza le fornisce numerosi spunti di riflessione per il suo primo romanzo, Muriel at Metropolitan (Muriel al Metropolitan), scritto nel 1969 e pubblicato solo nel 1975. Il libro narra del divario razziale attraverso la storia di Muriel, impiegata in un negozio di mobili ed elettrodomestici, i cui profitti si basano sull'impossibilità della clientela, prevalentemente nera, di provvedere al pagamento puntuale del le rate. Murie Iassiste impotente al le disgrazie finanziarie della sua gente, inghiottita dal vortice dei debiti. Il secondo romanzo Amandla ( 1980) trae ispirazione dai disordini di Soweto del 1976, seguiti alle manifestazioni di protesta degli studenti, in lotta per ottenere eguali diritti allo studio. Il libro descrive la violenza dei bianchi su una popolazione giovane e arrabbiata ma indifesa ed evidenzia i conflitti generazionali che si creano all'interno della stessa comunità nera. Entrambi i romanzi sono stati banditi in Sudafrica e riabilitati solo alla fine degli anni Ottanta. La terza pubblicazione,Mihloti ( 1984), è una raccolta di brani in prosa: articoli di giornale, interviste, appunti di viaggio. Miriam Tlali ha visitato molti paesi africani e occidentali dove ha conquistato un pubblico di lettori sempre più vasto, ma il suo primo obiettivo rimane la promozione della letteratura africana femminile, specialmente in Sudafrica dove la discriminazione e i pregiudizi ne ostacolano il pieno sviluppo. Dal 1979, anno del suo primo viaggio ali' estero, Miriam TIali ha cercato di favorire la nascita di circoli letterari femminili allo scopo di incoraggiare la produzione scritta e ha contribuito in prima persona con articoli e racconti brevi alla rivista mensile "Staffrider", di cui è una dei fondatori. I problemi da superare erano e restano comunque numerosi non solo per la scarsa considerazione che gli intellettuali bianchi hanno dei neri, ma anche perché il ruolo della donna nella società africana è ancora quello di una madre di famiglia che lavora e deve provvedere da sola alla gestione della casa e che quindi non ha né spazio né tempo da dedicare a se stessa. In generale, il sistema educativo non fornisce ai neri gli strumenti necessari per poter arricchire il loro bagaglio culturale. Miriam Tlali ha denunciato aspramente l'inutilità educativa e culturale delle biblioteche a disposizione dei neri, che contenevano solo libri scritti appositamente dagli afrikaner per "educare" la gente africana secondo i dettami di un regime basato sull'oppressione. Proprio di recente Miriam Tlali ha realizzato uno dei suoi primi obiettivi: tramite la casa editrice di cui fa parte, la Skotaville, ha curato la pubblicazione della prima antologia di racconti scritti da donne nere, When 1he Cagecl Bircl Sings (Quando l'uccello in gabbia canta). Nel 1989 Miriam Tlali pubblica il suo ultimo lavoro Footprints in the Quag: Stories and Dialoguesfrom Soweto (Impronte nel pantano: storie e dialoghi da Soweto ), la raccolta da cui è tratto il presente racconto. Come nelle opere precedenti, la scrittrice continua a criticare gli effetti dell' apartheid sulla comunità nera ma, questa volta, si concentra sui problemi delle IOwnships-Soweto in pa1ticolare-e sulla condizione delle donne, tema sovrano di tutta la letteratura di Tlali. La maggior parte dei racconti tratta delle loro storie e dei loro problemi come donne, come madri e come nere. Le donne africane, infatti, sono oggetto di una duplice forma di oppressione: quella dei bianchi, sancita dal sistema dell'apartheid, e quella più immediata e diretta dei loro uomini. Il mondo africano è dominato da una cultura prettamente maschilista che affida alla donna solo mansioni domestiche e l'educazione dei figli e non le attribuisce alcuna responsabilità. In tutti i racconti la scrittrice sembra suggerire alle donne che l'unico modo per superare questa difficile situazione sia di essere solidali, di aiutarsi e di continuare insieme la lotta per la liberazione del Sudafrica: Tlali crede profondamente nella forza e nel ruolo fondamentale che le donne hanno nella creazione di un paese libero. Madatochegli uomini non permettono loro di combattere in prima linea, le donne devono comunque sostenerli con vigore per portare avanti, compatti, la causa comune. In apparenza, la posizione della scrittrice può sembrare in contraddizione con la sua visione femminista - o, come lei stessa definisce in un'intervista, "donnista" -della lotta. In realtà è convinta che l'oppressione di cui sono vittime le donne derivi in parte dal fatto che gli stessi uomini neri sono schiacciati dall'oppressione bianca: il buon esito delle due battaglie è quindi strettamente correlato. Un altro problema a cui Tlali tiene molto è la disgregazione di quei valori che fanno pane della tradizione indigena. L'isolamento nei ghetti, le condizioni di vita e di lavoro, la delinquenza, l'oppressione, la povertà e la violenza della città sono fonte di disagio e di rottura tra le generazioni. Le necessità materiali della vita cittadina distruggono il concetto di famiglia estesa così ben radicato nella cultura africana. Gli alloggi fatiscenti dei ghetti sono talmente angusti (la scrittrice li definisce "scatole per fiammiferi") che riunire un'intera famiglia composta da nonni, genitori, figli, zii e cugini in una stessa casa non è più possibile se non in condizioni ai limiti della sopravvivenza. Ed è proprio la mancanza di spazio il tema ricorrente in tutti i racconti del libro, come se i personaggi fossero "ingabbiati" nei loro ghetti, nelle loro case, nelle loro stesse vite. Un diabolico vicolo cieco (Devii al a Dead End) è un ottimo esempio dello stile di Miriam Tlali. Tramite i dialoghi, i pensieri, i ricordi dei personaggi si ricrea poco a poco quella situazione di violenza fisica e psicologica con cui, in Sudafrica, tutti i non bianchi devono imparare a convivere. Oltre al tema della violenza, sottile o esplicita, si ritrova quello della mancanza di spazio, qui rappresentato dallo scompartimento come trappola, e della solidarietà femminile come aiuto per superare le difficoltà. E interessante notare che la scrittrice non ha dato a nessuno dei personaggi un nome, quasi a volertoglierealla narrazione la sua specificità di finzione per rendere il racconto un'anonima testimonianza di vita vissuta, anonima come tutte le donne, di cui non conosciamo il nome, che hanno subito e che subiscono tuttora ogni tipo di violenza. Arrivò alla stazione di Ficksburg alle due e mezzo del pomeriggio. Mancava ancora una buona mezz'ora all'arrivo del treno Durban-Bethlehem. Il pensiero la fece sorridere. Era in anticipo. Sua madre si sarebbe congratulata con lei per la conquista.

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