Linea d'ombra - anno XIV - n. 113 - marzo 1996

Paolo Gobetti in montagna, con la madre Ada, lo moglie Carla e i figli (si ringrazio il Centro Gobetti) più che un ragazzo, alla Resistenza, Paolo aveva deciso di scriversi al Pci, forse anche per un bisogno psicologico di autonomia dalla tradizione familiare, Ada aveva così finito per prendere anche lei la tessera. Il nome che portava gli era stato, credo, qualche volta di peso; ma Paolo era molto testardo e aveva sempre finito per agire secondo convinzioni molto personali. E aveva fatto il critico cinematografico, invece che l'uomo politico o il giornalista (il suo cognome avrebbe potuto aprirgli molte strade). Si amava Paolo anche per quello che non aveva fatto, per il rifiuto di scelte che altri avrebbero considerato obbligate. Mi sembrò significativo che negli anni Ottanta - quando aveva da tempo superato i cinquant'anni - Paolo si ripiegasse con attenzione delicatissima e austera a ricostruire la figura del padre attraverso le testimonianze di chi l'aveva conosciuto, realizzando un lungo e appassionante video-documentario. Non so però quanto il cinema fosse una passione vera. Non se ne occupò mai solo sul piano critico, preso da altri interessi che erano latamente poi itici: (l'organizzazione del Centro Gobetti, la partecipazione ad attività di sezioni del Pci considerate "a rischio" o "filo-trozkiste", l'interesse per la Cina maoista, l'entusiasmo per la lotta di liberazione algerina cui contribuì con un viaggio rischioso e un disco di canti che fu contemporaneo del lavoro di Giovanni Pirelli sulle lettere della Resistenza algerina e sull'opera di Fanon, il legame con i "Quaderni Rossi", l'interesse per il Sessantotto e le sue vicissitudini, anche attraverso le avventure e disavventure del figlio adolescente, Andrea, e così via. Anche quando si occupò più assiduamente di cinema fu in modi legati alla politica: l'attività di critico televisivo (uno dei primi e più attenti - e si deve a lui la proposta dei testi teorici e creativi della televisione statunitense, presso Einaudi e per le edizioni di "Cinema nuovo", una grande lezione rinnegata ben presto in America e mai davvero seguita in Italia); il documentario militante Scioperi a Torino nel 1962, il cui commento fu efficacemente scritto da Fortini su un "diario" anche teorico che gli era stato preparato da Gabriele Lolli e da me; l'attività di animatore, straordinario per dedizione e acume, dell'archivio cinematografico dell 'lstituto nazionale della Resistenza di Torino ... Lo stesso legame tra "Il nuovo spettatore" e "Positif', avvenPERPAOLOGOBETTI 5 ne per il tramite dell'Algeria, ché alcuni dei redattori della rivista francese erano membri del Reseau Jeanson (organizzazione clandestina francese di sostegno alla Resistenza algerina sul territorio francese), e si fecero vivi loro a chiedere contatto e collaborazione a Paolo e al "Nuovo spettatore" sapendo del suo disco, in particolare Paul-Louis Thirard e Michèle Firk, l'amica che doveva suicidarsi qualche tempo dopo in Guatemala per non essere presa viva dalla polizia dopo una sfortunata impresa di guerriglia ... Paolo aveva anche altre passioni, una delle quali, tutta teorica, era per gli studi sul Polo Sud ("l'unico di cui valga la pena di occuparsi"), che rientrava bensì nel suo praticato amore per la montagna. Alpinista e sciatore provetto, come molti torinesi, Paolo adorava la montagna e provò inutilmente, anzi disastrosamente, a farmi condividere la sua passione, esagerando nella rapidità e intensità dell'insegnamento ... Dell'attività di critico va comunque ricordata una famosa polemica che fu lui ad aprire su "Cinema nuovo", con un articolo che ebbe per titolo Sciolti dal "Giuramento" (Il Giuramento era un celebre film sovietico in gloria di Stalin). Intervennero in tanti e per mesi, attorno al 1956 e dopo, in quel dibattito, da cui io e tanti giovani lettori si ebbe un sacco da imparare sull'ipocrisia di molti intellettuali comunisti e diciamo pure sull'ipocrisia togliattiana. E va ricordata l'esperienza dello "Spettatore", che faticò dapprima a emanciparsi dalla linea aristarchiana ("dalla cronaca alla storia" e "dal neorealismo al realismo") in tempi che erano già di nouvelles vagues, ma che osò proporre - e va ricordato, perché si trattò di anticipazioni oggi dimenticate - numeri speciali su Orson Welles (ancora vituperatissimo non solo a sinistra), su Brecht e il cinema (e cioè sulla distanziazione al cinema), sulla Nouvelle Vague francese, seguita con adesione ora quasi totale per la penna di Gianni Rondolino. E, attorno a Scioperi a Torino, che aveva tutti i limiti della povertà e in parte dell'ideologia operaista, si erano aperti contatti notevoli con gli artefici del cinema militante europeo, detto allora "parallelo". Erano gli anni di Déja s'envole la.fleur maigre del belga Meyer o di Lejoli mai di Marker, e non solo quelli del solito I vens, e fuori dalla politica ai margini, di Jean Rouch ed Edgar Morin, dei canadesi, di Drew, Leacock eccetera, ma quella notevole storia non servì affatto d'insegnamento ai giovani dei Collettivi Cinema Militante che fiorirono qualche anno dopo, con il 1968-1969, e preferirono tornare allo slogan e alla ripresa generica di scontri e manifestazioni. Parlo delle cose di Paolo Gobetti che ho conosciuto da vicino, in molte delle quali sono stato anzi trascinato da lui. Devo moltissimo a Paolo, come si sarà capito; e come ogni allievo ho anche le mie colpe (come nei confronti di altri fratelli maggiori). A un certo punto Torino mi venne stretta e passai ad altre città ed esperienze. Paolo, con modestia e con testardaggine e con acutezza di giudizi politici istintivamente sicura perché guidati dalla morale (P.d.A. e non Pci, nella sostanza ...) e da una fiducia e una sorta di ansia verso un lavoro assiduo e preciso per il cambiamento, senza mai farsi troppe illusioni sui destini della storia e della rivoluzione, non ha mai concesso molto ai miti del suo tempo e del nostro, ma non si è mai tirato indietro rispetto a responsabilità che sapeva di potersi assumere e che giudicava serio e opportuno assumersi. Ma forse il rimpianto maggiore che lascia oggi in me è lo stesso che provai quando l'ho conosciuto: di non averlo conosciuto prima - per differenza di luoghi e di età - negli anni che lo videro ragazzo partigiano, illuminato da un entusiasmo e una febbre che ancora traspare nelle rare foto di allora.

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