64 STORIE/GUNESEKERA FotoJoanno Pineo/ Black Star/ G. Neri ragazzo spostò la barca contro l'ondata di alzavole che gli ruotava ancora sul capo; le braccia gli tremavano mentre spingeva la pagaia nell'acqua scura. La domenica precedente aveva aperto il suo fucile, lo aveva oliato e pulito in ogni parte. Nello stesso momento le alzavole, e fra loro la sua vittima, avevano preso il volo: uccello e pallottola spinti l'uno verso l'altra da qualche costrizione interiore. L'uomo immaginava il figlio che premeva il grilletto quando, in un ce,to senso, aveva già colpito l'anatra; l'intersecarsi delle due traiettorie di volo-quella della pallottola e quella dell'uccello-era prestabilita nelle loro vite, era solo questione di ripassare a penna le righe. Provò un delizioso senso del destino. "Penso di vederla", disse, sporgendosi. Una massa informe galleggiava sull'acqua. Un'ala spezzata puntava verso il cielo come la vela stracciata di una barca giocattolo. TL ragazzo alzò la pagaia e le scivolò incontro. Si chinò di lato e la raccolse. "Ben fatto!" disse l'uomo. li figlio restò in silenzio. L'anatra era grossa; indifesa. Non avrebbe potuto fare niente contro la pallottola. Non avrebbe potuto sapere che stava arrivando, né quando né da dove. Mentre ne toccava le piume soffici e il collo sottile e ossuto, il ragazzo sembrava spaventato di ciò che aveva fatto. Poi l'anatra alzò la testa. "Guarda, non è morta". Sembrò che il sangue riprendesse a circolare sulle braccia del ragazzo. Respirò di sollievo. "Devi averla ferita alle ali." L'uomo esaminò l'uccello, "No. L'ala si è rotta nella caduta." Guardò il figlio e rise, "Sai, penso che tu l'abbia mancata. Devi averla solo spaventata con il sibilo della tua pallottola". L'anatra sembrava inanimata. Il ragazzo le accarezzò la testa. "Voglio andare a casa." "Dovrai accudirla." "Lo so. Voglio farlo." A casa il ragazzo fasciò l'ala e imparò a nutrire l'anatra mutilata. Passò ore a guardarla caracollare nel cortile. A volte allungava il collo e cercava di sbattere le ali sbilenche, ma non avrebbe mai più potuto volare. Un giorno l'uomo chiese al figlio, "Dov'è il fucile?" Il figlio non rispose. "Dov'è il ventidue?" "L'ho buttato via", disse con tono di sfida. "Tu che cosa?" "Era mio. Me l'avevi regalato." Sembrava molto più grande di quanto fosse mai apparso prima. Teneva i piedi larghi, di proposito. "Ma non ha ucciso la tua anatra. Ti ha procurato la tua anatra." Ma già mentre lo diceva, l'uomo si rendeva conto che questo non giustificava niente. "Mi faceva vomitare. Ci sentivo l'alito di quell'assassino, il suo sudore." L'uomo sentì il sangue pulsargli in testa. Per mesi aveva visto il volto del figlio modellarsi sul calcio legnoso di quel fucile; provò sollievo al pensiero che il fucile fosse sparito. Fu grato di scoprire che un frammento perduto del suo passato scintillava nel ragazzo.
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