Linea d'ombra - anno XIV - n. 113 - marzo 1996

Romesh Gunesekera L'ANATRA SELVATICA traduzione di Silvia Albertazzi Romesh Gunesekera, quarantenne, originario di Sri Lanka, è cresciuto nelle Filippine e attualmente vive a Londra. Nel 1992 si è segnalato ali 'attenzione del pubblico britannico con la raccolta di racconti Monkfish Moon (tradotta in italiano per i tipi di Feltrinelli con il titolo La luna del pesce monaco). Il suo primo romanzo, Reef, del 1994, "un libro aggraziato, sincero e ammirevole", secondo l'autorevole parere dell 'Inclepenclent on Sunclay. è stato incluso lo scorso anno tra i finalisti del Booker Prize. Il racconto che pubblichiamo è apparso in Inghilterra in una rassegna di giovani scrittori curata dal British Council ed è inedito in Italia. "Verranno da lassù", l'uomo indicò una collina vulcanica rossa. Lui e il ragazzo tenevano i fucili sulle ginocchia. Avevano tirato i remi in barca e sedevano l'uno di fronte ali' altro nel piccolo battello immobile. "Sei pronto?" chiese al figlio. "Sì." "Verranno a stormi, stormi immensi che si spostano molto in fretta." L'ampio movimento del suo braccio fece traballare la barca. "Devi essere veloce. Spara in fretta." Il ragazzo fece scorrere le dita lungo la fredda canna azzurra. Di minuto in minuto la luce mutava sulla supe1ficie piatta dell'acqua. Sfumature di arancio, rosso, malva filtravano dal cielo. Pomeriggio inoltrato. Un lago in una landa dese1ta. L'uomo controllò iIsuo fucile: c'erano sei cartucce nel caricatore. Aprì uno zaino e tirò fuori una scatola nuova di munizioni. "È caricare che porta via tempo." Posò la scatola ape1ta sulle assicelle di legno che li separavano. Gli anelli d'ottone grassocci di una dozzina di cartucce li fissarono - luminosi, lucidi, duri - con le loro pupille viola. Suo figlio cullava l'altro fucile: un calibro 22 che lui gli aveva regalato dopo la rivoluzione. L'aveva vinto al poker. Il Colonnello aveva assicurato che era proprio il primo fucile del deposto dittatore, arma di una certa notorietà, usata per far fuori antichi avversari attraverso falsi atti di eroismo. Nello stesso momento in cui aveva sentito la storia, aveva desiderato il fucile. Aveva spinto l'intera pila di fiches rosse e blu di Taiwan al centro del tavolo. "Ecco. Tutto contro il fucile." Il sudore gli scoppiò in fronte, ma vinse; aveva in mano quattro fanti. Suo figlio era stato contento del fucile e aveva imparato in fretta a centrare bersagli e barattoli vuoti attaccati al margine del campo. Questa era la prima volta che lo tirava fuori per uccidere. "Hai caricato?" "Sì." "Ricorda, prendi la mira con molto anticipo. Devi immaginare la traietto1iadel volo. Con questa pallottola, devi essere precisissimo." "Lo so." Il ragazzo non sprecava le parole. A volte lui desiderava che suo figlio fosse più grosso - più alto e più largo - con una lingua più grossa; forse questo lo avrebbe fatto parlare di più, essere più aperto e dividere con lui le sue opinioni. Voleva che il ragazzo prendesse coscienza del mondo e del loro posto in esso. Devi uscire dal tuo buco. Ma il ragazzo era sempre tutto concentrato solo sul mirino del suo fucile: le sue spalle strette si ingobbivano a spingere la pallottola al centro del bersaglio. Voleva avere il controllo totale. Niente lasciato al caso. L'uomo voleva dirgli che il controllo totale era impossibile. Perfino Dio a volte manca il colpo. Lui aveva imparato nel corso degli anni quanto poco si riesce a realizzare. Niente è mai ce1to. Se solo le lezioni della vita si potessero trasmettere. Ma il tempo passa troppo velocemente. Il ragazzo cresceva in fretta. Gli anni scivolavano via mentre si allungava. Avrebbe voluto che qualcuno, suo figlio, capisse com'era davvero lui, dentro. Che lo toccasse nel profondo e lo mettesse in contatto con un altro. Ma, seduto nella barca, mentre guardava suo figlio che controllava il movimento armonioso dell'otturatore, si domandava che cosa un ragazzo potesse mai capire del proprio padre. Suofiglioeracresciuto sotto un regime scellerato; il ragazzo non aveva la minima idea delle speranze giovanili di suo padre e dei compromessi che le avevano corrose. Le loro vite erano plasmate dalla vanità di una dittatura. Improvvisamente il ragazzo guardò in alto. "Sono loro?" Un nastro di puntini neri ondeggiava ali' orizzonte. li ragazzo era incantato: il respiro gli usciva sibilando dalla boccuccia rotonda. "Devono essere milioni." Metà del cielo era cope1ta di alzavole. A cumuli viravano ora da una parte, ora dal!' altra, cambiando la forma del cielo e cancellando la luce. Il cielo s'incupì, l'acqua divenne nera. Alcuni gruppi si staccarono: si tuffarono, alzandosi poi in formazioni perfette. "Atterreranno tutte qui, sul lago?" "Sembrano troppo alte. Penso che puntino verso qualche altro posto." "Chi lo decide?" "Loro lo sanno." Poi furono sopra le loro teste. Il cielo era pieno di anatre simili a punte di freccia, intere masse in volo. Un crescendo di richiami d'uccelli. Padre e figlio si guardarono. "Ci siamo", l'uomo tolse la sicura e iniziò a sparare, tirando al cielo pallini di piombo. Le esplosioni scuotevano la barca. Il lago si increspò. Sparò fino a scaricare iI fucile. "Troppo alte, volano troppo alte." Il figlio alzò lentamente la sua arma; la sua mano era più ferma e paziente. Scelse un puntino nella massa in cielo: il capo di una formazione che volava verso di loro. Prese la mira e fece fuoco, fuoco, fuoco. Maneggiava rapidamente l'otturatore, caricando pallottole nuove e ~cartando i bossoli usati senza spostare il fucile dalla spalla. Il puntino cadde a capofitto. "Hai colpito il capo", si rallegrò l'uomo. Un altro uccello velocemente prese il suo posto; erano tutti capi per istinto. "Voglio trovarla." Il ragazzo posò il fucile e prese la pagaia. "Hai visto il posto?" "È caduta proprio dietro i giunchi. Gira da quella parte." li

RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==