50 SU ALVARO/ VITELLI risposta per via indiretta, e in forma esplicita nella lettera da Milano del 19 aprile 1939: "E tu? Mandami notizie di te e di Massimo. La tua serenità, quando è possibile essere sereni di questi tempi, è una delle due cose, insieme con la salute di Massimo, cui tengo di più. Ho cercato di regolare la mia vita per questi due risultati. "Speriamo di sbarcare fuori da queste crisi, e bisogna metterci anche la nostra volontà, come tu hai ben capito. Abbiamo fatto tanti sforzi per arrivare a questa unità e bisogna non dimenticarli" (Cara Laura). Ma il Ricordo di Laura Babini Alvaro, di recente proposto dal buon Ricciardelli su "Forum Italicum" dell'autunno 1993 e purtroppo passato inosservato, risulta sconvolgente per il valore di confessione liberatoria che esso acquista. Si avverte tutto il cumulo di una sofferenza patita per la difficoltà di vivere accanto ad Alvaro, anche la prosa risente di questo respiro drammatico e assume a volte il tono di un finto dialogato quasi a trovar conferma nell'interlocutore fantasma. È chiara l'ammissione di un matrimonio fallito almeno da quando Alvaro "cominciò a frequentare salotti e dame" e Laura preferiva rimanere sola in casa: irridente lo scatto di gelosia verso Margherita Sarfatti e netta la conclusione: "Non c'era intimità fra noi: c'era amicizia[ ...] Lui abitava in una parte della casa, io nell'altra e spesso la mattina non sapevo se fosse rincasato, la notte" (Un ricordo). Ciò che, nonostante tutto, manteneva in vita una relazione inesistente era la presenza del figlio ("Amandoci, amiamo nostro figlio. Questa è la situazione", seri ve nel diario Al varo), ma anche la comune convinzione che la famiglia fosse un valore da salvaguardare nelle condizioni storiche e di costume. E in Laura, che pure esulta per la ricomposizione unitaria dopo il ritorno del figlio, pare insinuarsi il dubbio dell'ossequio a un simulacro, se con amarezza afferma: "La 'famiglia' (credo che in nessun altro paese, come in Italia, venga sentita e compresa questa parola) la famiglia era di nuovo unita. E per questa parola, per questo meraviglioso sentimento si sopportano tanti guai e tanti dolori" (Un ricordo). "L'arte è al di sopra della politica. L'arte infatti è morale, mentre la politica è pratica", così Alvaro in un'intervista rilasciata a Giorgio Prosperi e pubblicata in "Domenica" del 31 dicembre del 1944. Sembra di scorgere i termini coi quali più tardi Vittorini, su "li Politecnico", dichiarava che l'arte è storia mentre la politica è cronaca, distinzione cui Togliatti reagì con forza, perché sviliva a ruolo subalterno l'azione di controllo e direzione delle masse, e lasciava intravedere un margine di autonomia per gli intellettuali, mentre non per nulla "tra politica e cultura passano legami strettissimi di dipendenza reciproca". Alvaro in quella formula racchiudeva il giudizio estremamente negativo sull'evolversi della situazione ali' indomani della caduta del fascismo, un rifugio nella moralità dell'arte a fronte di una realtà degenerata. Non a caso denuncia al figlio le manovre spregiudicate messe in atto per il trionfo dell'eterno trasformismo italiano, il ripetersi degli stessi errori, le furberie del vecchio regime che si sposano con le nuove di governo partiti istituzioni, come se della tragedia accaduta non si potessero individuare le precise responsabilità. L'attacco è durissimo contro il "re cinico", ma anche contro chi - leggi la svolta togliattiana di Salerno - cerca di mantenere "il trono traballante dei re astuti". L' indignatio di Alvaro, moralistica secondo alcuni, non è che non colga l'essenza compromissoria delle basi su cui si andava costruendo lo Stato postfascista e che sarà come tarlo nella vita della successiva repubblica. Ed è qui che nasce la constatazione della dualità: "miserabile scienza è la politica in Italia", mentre "c'era stato altro nella nostra patria: quella facoltà di creare, di far bello, consolante( ...)". A dispetto del denunciato sterile pessimismo alvariano, la Lettera si chiude con una nota di ottimismo: "presto io veda i tuoi figli che siano la vita, la speranza, il domani". Sì, la speranza, insufficiente per i critici esigenti, perché occorreva la.fiducia, che elide "l'esperienza passiva" e consente di "inverarsi e realizzarsi nella storia e nel!' epopea dei propri simili"; fuordi cifra, bisognava abbandonare l'atteggiamento critico e piegarsi al movimento organizzato, in quanto si riteneva l'unico modo per agire fruttuosamente nella storia. Davvero troppo per chi mette alla base di ogni cosa la libertà individualeedècapacedi un sentimento cordiale verso il mondo, esso stesso forma efficace di solidarietà e conoscenza. "Chiunque, da qualunque tempesta combattuto, non negherà al figlio o alla donna amata la speranza. È semplice la vita raccontata e sognata. C'è il bene e il male".15 È il tono suadente della fede religiosa che fa capolino, al fuoco della storia, la speranza "si corrode, limata dall'incontrollabile potere del male intelligente, della cupidigia, del l'avidità, dell'egoismo, dell'orgoglio", ma alla fine "supera ogni cosa, vince ogni difficoltà". In queste affermazioni non e' è contrapposizione, piuttosto coerenza di sviluppo; e chi avesse voluto poteva trovare la speranza come fiducia anche nell'acuto analista di L'Italia rinunzia?; Francesco Jovine sentì il bisogno di esprimere pubblicamente la sua adesione: "Come vedi io ho una speranza; ma la devo a te, al tuo appassionato esame della nostra triste condizione, incoraggiante anche se spietato". 16 Rileggendo Alvaro ho riflettuto sulla verità di un pensiero di Silone, che lega alla sostanza etica la durata e persistenza delle forme di cultura; al di là delle teorie che producono scolari ben allineati, solo "sopra un insieme di valori si può fondare una cultura una civiltà, un nuovo tipo di convivenza tra gli uomini" 17. È la rivoluzione più profonda che si possa immaginare! Testi di Corrado Alvaro Corrado Alvaro, Opere, Romanzi e racconti, voi. I, a cura e con introduzione di G. Pampaloni, apparati di G. Pampaloni e P. De Marchi, Milano, Bompiani, 1990; Idem, Opere, Romanzi brevi e racconti, voi. II a cura di G. Pampaloni, Milano, Bompiani, 1994; Idem, Scrilli dispersi 1921-1956, introduzione di W. Pedullà a cura e con postfazione di M. Strati, Milano, Bompiani, 1995; Quasi una vita, introduzione di N. Borsellino, Milano, Bompiani, 1994; Cara Laura, a cura di M. Mascia Galateria e una nota di G. Strazzeri, Palermo, Sellerio, 1995; Vent'anni, prefazione di E. Siciliano, Firenze, Giunti, 1995; L'Italia rinunzia?, Palermo, Sellerio, 1986; Ultimo diario ( 1948-1956), Milano, Bompiani, l966; Io sono colpevole, in // nostro tempo e la speranza. Saggi di vira contemporanea, Milano, Bompiani, 1952. Note I) Lafortuna della narrativa di Alvaro e il pubblico italiano, in Messaggi e problemi della letteratura contemporanea, Venezia, Marsilio, 1976. 2) G. Trombatore, Solitudine di Alvaro, in Scrittori del nostro tempo, Palermo, Manfredi, 1959, p. I 39. 3) A. Palermo, Corrado Alvaro. I miti della società, Napoli. Liguori,
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