Linea d'ombra - anno XIV - n. 113 - marzo 1996

presumibilmente per molti anni, ma sta rischiando la sua stessa unità nazionale" 9 . Entro questo quadro, dove occorre ricostruire tutto dalle fondamenta, si pone tragica la condizione dei giovani; e il ritorno di Cesarino-Massimo, soldato in licenza, fa scattare un sentimento di malinconia che "inutile nasconderlo [...] è rimorso" (Quasi una vita). Alvaro vive e patisce la contraddizione tra il suo convincimento che "ogni uomo [è] responsabile del suo tempo" e la tendenza progressiva dominante nel mondo moderno che esime "l'uomo dalla responsabilità nelle sue azioni" IO_Questo struggimento non è solo rovello nell'interiorità della coscienza, ma si rivela produttivo di analisi storiche e sociali e alimento sicuro della sua arte. Forse non coglie nel giusto questa volta Giacomo Debenedetti in Alvaro a due voci ("l'Unità" 5.1.1947) quando individua efficacemente "l'angoscia e il senso di colpa", ma per legar! i a una "circoscritta iniquità della sorte" che sarebbe in definitiva l'essere stesso del meridionale Alvaro col suo bel tratto di affabilità da diseredato. Non si vuole negare la distinzione rispetto a Proust, Kafka, Joyce, solo caricarla di una più precisa valenza. "La nostra generazione ha questo marchio della colpa, che è divenuto il nostro carattere, il nostro stato nella civiltà, la nostra droga. "Di che siamo colpevoli, lo sa il diavolo. Evidentemente di aver offeso qualcuno. Ma questo qualcuno non è mai lo stesso". I I Ci sono posizioni oscillanti tra difesa-orgoglio e riconoscimento di una colpa che può consistere nell'essere stato strumento inconsapevole di un processo storico che poi non si è avuto la forza di controllare: la guerra, comunque, alla base di SU ALVARO/ VITELLI 49 tutto; anche di quel sottile e inquietante complesso del sopravvissuto che porta alla "coscienza d'essere ancora al mondo per una distrazione della sorte, e perciò predestinata, o divenuta tale" 12 . E l'ottica dei "sommersi e dei salvati" tocca la psicopatologia dei reduci americani dall'Europa, ma anche il "vecchio soldato", segnato "al braccio destro da una striscia d'oro che fu una ferita un tempo". Lo stesso comportamento durante il fascismo va inteso nel modo giusto, senza puntare semplicisticamente l'indice accusatore, anche perché Alvaro prese la sua buona dose di botte. La diversità rispetto al regime toccava aspetti costitutivi profondi, per cui con arguta polemica lo scrittore poté dichiarare: "Ero antifascista per temperamento, per cultura, per indole, per inclinazione, per natura. Non sono mai stato un antifascista professionista" (Ultimo diario). Chissà se Sciascia non abbia di qui mutuato quel suo mettersi contro i professionisti dell'antimafia, che tanto fece discutere. Tant'è. Ce1to non vuole precostituire giustificazione, ma la sconfitta dell'antifascismo nel 1925 e il progressivo consenso di massa lasciavano aperte poche scelte: l'opposizione frontale dei pochi, puri e duri, presenti per lo più nella classe operaia, la via dell'esilio che per qualche tempo Alvaro praticò, una linea di condotta che preservasse un minimo spazio di manovra attraverso il quale garantirsi le condizioni per sopravvivere in quanto scrittore. In fondo era l'unico mestiere che conosceva e certo agì anche l'illusione di poter dire un giorno "una parola utile". Una scelta non per accaparrare privilegi avrebbe potuto - ma per praticare l'esercizio della libertà creativa in un tempo di difficile tolleranza; tra questa e il fascismo una volta Pancrazi stabilì la più radicale antitesi: "Tolleranza ossia non.fascismo: un fascista tollerante sarebbe addirittura una contraddizione in termini".13 Nella sua onestà intellettuale Alvaro non è che non riconosca di essere caduto in "qualche piccola viltà" o d'aver bruciato un "granello d'incenso", anzi ciò è stato altro motivo di angoscia, un fatto che "gli rimorde" e vede come una "macchia". Come "volontà di espiazione" potrebbe essere inteso il disfattismo, il desiderio della sconfitta che in Fragile si esprime nell'assillante volontà di ascoltare Radio Londra, anche in ciò creando una differenza di vissuto tra genitori e figlio. Un cenno a parte merita la concezione della famiglia, che per il senso di unità e coesione, di difesa dei valori di fedeltà alla casa certo può rinviare all'origine contadina e meridionale; ma c'è qualcosa di più nel la Lettera, giacché Alvaro assegna al Ia famiglia anche una funzione politica, di alternativa e opposizione al ruolo fagocitante dell'assolutismo dello "Stato etico". Essa diviene "I' istituzione anarchica della vita italiana", nel senso che esprime il "sentimento dello Stato nemico" diffuso presso gli italiani sin dall'Unità e con particolare acutezza avvertito durante il fascismo. Con questa fede proclamata non deve stupire se più tardi Alvaro lancia l'allarme per i drammi che covano e la disgregazione della famiglia, che "rischia di diventare una catapulta contro l'intera società"l4_ Il fatto è, però, che queste posizioni pubbliche di Alvaro, così convinte e monolitiche, poggiano su un retroterra di contrasto; sembra quasi che la verità del principio voglia occultare la difficile esperienza personale. Nessuna violazione dell'intimità di coppia, che è sempre problematica e ricca di infinite sfaccettature, ma la pubblicazione dell'epistolario alla moglie getta luce sulla natura del rapporto, con la significativa assenza delle lettere di

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