48 SU ALVARO/ VITELLI Uno stretto legame è da stabilire anche tra la Lettera al.figlio e il racconto Fragile, compreso nei Settantacinque racconti ( 1955), ma già edito con lievi varianti nel "Corriere della Sera", 18 gennaio 1948. Da questi elementi indicati, mancandomi la visione del manoscritto, può ugualmente attestarsi la priorità della Lettera rispetto al racconto. li che tornacoerentecon l'abitudine compositiva di Alvaro: secondo Pampaloni "il 'saggio' precede il racconto; egli non narra per riflettere poi sui fatti narrati" o, seguendo la suggestiva immagine di Pedullà, gli articoli "per il bel suono" spesso sono spediti "a fare una parte più difficile: dentro la pros_anaJTativa,dove perentorio è iIdettaglio, ma allusivo è l'insieme". E evidente però che si instaura un meccanismo di reciproco condizionamento; la mano di Alvaro scrittore per fortuna non sempre ha la forza dello sdoppiamento, per cui tracce sensibili di una propensioneenartiste si rinvengono anche negli scritti giornalistici; e per converso il racconto percepisce la problematica del tempo, l'ansia di inserirsi nella contemporaneità. La raccolta più innervata su questo fondamento saggistico è proprio Parole di notte (di cui fa parte Fragile), dove il trauma pesante della guerra sollecita e nasconde sotto la scorza del realismo "una strana e inquietante natura simbolica"6. La Lettera al.figlio rispetto al racconto ha un respiro più largo nel senso che l'occasione del compleanno e la lontananza spingono Alvaro a una messa a punto che è esame di coscienza, ma anche analisi tesa a sbrogliare il nodo della confusa situazione politica; e proprio attraverso questa via passano i collegamenti con il pamphlet L'Italia rinunzia?, scritto alla fine del 1944 e pubblicato nel 1945. li racconto Fragile - con titolo che scolpisce simbolicamente la precarietà psicologica ed esistenziale del tempo di guerra ("Ecco cos'era l'Europa. Un negozio di oggetti fragili colpito da una bomba")-isola invece soltanto un aspetto, il rapporto padre-figlio, che certo s'allarga alla responsabilità delle generazioni diverse con ripercussioni evidenti sui rapporti nella e con l'intera famiglia. Si dirà- ed è vero - che questo è anche l'anello di congiunzione e soprattutto il nucleo genetico di entrambi i testi, per cui diviene fondamentale illuminarne la configurazione con utilizzo incrociato e allargato delle fonti. "La vita per Alvaro è una perenne vicenda di padri e di figli, di beni e valori" (Pampaloni), c'è un "costante interesse per il rapporto e lo scontro fra le generazioni - appunto pirandellianamente i vecchi e i giovani" (Luti) 7 : ecco di già degli spunti critici da tenere nel conto. Si potrebbe pa11iredal terribile lascito di una guerra "ingiusta", già diversa quindi dalla prima guerra mondiale, "quando noi eravamo dalla pa11e giusta". È che Alvaro ritrovandosi sulle posizioni dell'interventismo democratico guardò alla grande guerra come al coronamento dell'azione iniziata col Risorgimento, salvo poi a vedere l'inutilità della strage "tra il fango e i pidocchi" e pensare con utopico slancio a un abbraccio tra i soldati delle opposte trincee; cosa neanche pensabile nel secondo conflitto per la forma-sostanza di un giuramento verso un re che comunque "rappresenta l'onore e la bandiera". Alvaro avverte che il tempo ha mutato il significato della gue1Ta, a pa11ire dal 1914, e di ciò rinviene traccia nel drammatico vissuto personale: "Quale ne sia il significato, ognuno sa nel profondo della propria coscienza". 8 Il segno di una vita turbata, di un malessere psicologico che circola all'interno della famiglia caratterizza cel1o più il racconto Fragile che la Lettera al_figlio, e tuttavia alcuni elementi tematici in tal senso avvalorano la realtà dell'intreccio; mi riferisco alla difficoltà ...... -·· ,iFoto~rofiedi Poolo~osti !rottedol volume Immaginedel "mondodei vinti, Mozzolto, 1979 di comunicare, all'evidenza della solidarietà tra i compagni di guerra per disagio nella casa, all'ossessiva impo11anza data al cibo che diventa quasi una valvola di sfogo e compensazione nei rapporti. Di quest'ultimo aspetto si trova conferma anche in una testimonianza di Pampaloni che frequentò Alvaro nel 1944-1945, quindi in esatta coincidenza cronologica: l'intensa premura e l'invito a mangiare a sazietà nell'occasione di un pranzo pasquale erano - riconosce ilcritico-una trasposizione evidentedell' affetto paterno prop1io quando incerta era la so11edel figlio lontano (riesce poi a sapere che è prigioniero in Jugoslavia e poi partigiano presso Bologna). Il nodo centrale resta tuttavia la responsabilità della guerra che si sposa con quella dell'avvento del fascismo; al preciso addebito del figlio che accusa la generazione precedente di essersi rassegnata "alla rovina del nostro paese", Alvaro oppone di aver fatto tutto il possibile e perciò di non avere rimorsi. Ma la necessità di affermarlo significa quasi il bisogno di rimuovere un peso ingombrante che c'è e ha modo di esercitare le sue pressioni e urgenze. Così scrive nella chiusa dell'avvertenza a Quasi una vita: "La mia generazione entrò nella vita con l'idea di appa11enere a una civilmente grande nazione, e l'ha veduta deperire. Con tutte le buone intenzioni, non lascia una buona eredità". Si trova definita come meglio non si potrebbe la delusione storica di chi cercò nella guerra il gesto risolutivo dell'esaltazione patriottica, ma poi pagò col fascismo gli effetti della "guerra sovve11itrice", per dirla con Giustino Fo11unato.Nel 1944 "non solo l'Italia è cancellata dal novero delle grandi e libere nazioni,
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