Corrado Alvaro. FotoG. Giovannetti/ Effigie. altro ti potevochiedere?Tuttoil resto era vergognoso esprimerlo. La mia generazione non lasciava ai suoi figli che una guerra ingiusta, la cosa più orrenda che si possa dare ai viventi: è come l'amore prezzolato, come il matrimonio di denari, come il traffico della religione. Anche peggio. La guerra ingiusta non è solamente il fallimento di una nazione, ma di tutti i cittadini uno per uno, individuo per individuo. È la bancarotta di tutto, di tutto, dico. Se ti ricordi, ci eravamo rifugiati in quel prato fuggendo la città. Avevamo veduto quello che c'era da vedere a Vicenza, e fu bello quando ci trovammo fra le scene di quel teatro olimpico; mi pareva che tu potessi perdonare a me e alla tua patria di averti tradito; c'era stato altro nella nostra patria: quella facoltà di creare, di far bello, consolante, di ornare la vita e di esaltarla, di amarla facendone un continuo simulacro, ripetendola instancabilmente, non rassegnandosi a morire. Tu mi guardavi come al tempo in cui, ragazzo, ti scoprivo il mondo. Ne ero in qualche modo anch'io l'autore, perché della stessa comunità. Ma poi, quando ci trovammo in piazza, seduti a un caffè, tra la Loggia dei Capitani e la torre, e stavamo a far conoscenza con quelle apparenze e quei pensieri, da un altoparlante della radio, una voce vuota, falsamente robusta, falsamente forte, come le facce dei nostri padroni, custodi, eccetera, intonò quella canzone, in voga allora, che spiegava quasi a pedate, per non vederli, pernon salutarli, come poveri mendicanti, i nostri soldati, e te figliolo; diceva: Va va, mio bell'alpin, va pure al tuo destin ... E allora, quella loggia, quella torre, e la chiesa, e tutta la piazza, OMAGGIO AD ALVARO 45 tutta la città, tutta la nazione creata fra una pianura e una schiena di monti dai nostri artisti, mi parve un vaneggiamento di violenti, adulatori, servi della forza, bigotti della potenza, ipocriti e simoniaci della religione. Fu allora che, col cuore stretto come in un pugno, miserabile e tradito come tu eri tradito, ti condussi in quel prato, sotto il canto delle cicale, più armonioso e sincero di tutte le nostre musiche, il vero e antico canto della terra, povero, nudo, uguale come il tempo. Ma la giovinezza ha i suoi compensi. È la mia età che non ha compensi, perché nulla può compensare una generazione matura, d'essere fallita, di lasciare dietro a sé un paese in rovina. Se ne avrai ancora voglia, cioè se nutrirai ancora tanta speranza, riderai di tutta questa gente inutile che sta computando la parola libertà fra la diffidenza e il disprezzo dell'Europa. E anche l'odio. Perché è incredibile che si possa ancora nutrire odio per chi ha perduto tutto. Segno che non tutto è perduto. I tuoi compensi furono di fare la guerra come un dovere, avere compagni solidali che ti volevano bene. Quando ti rividi, in quei pochi giorni di licenza in Dalmazia, questo mi raccontavi, dei tuoi compagni di guerra. Sì, mi parlavi anche del tuo generale d'armata, ma come di un essere di un'altra razza, come si è sempre parlato, fra il popolo italiano, dei re, dei governanti, dei generali. Non ti stupiva che quel tuo generale, soprannominato, in un inno che si cantava in suo onore da tutte le sue truppe, "faccia di m...", andasse a passare la sua domenica in città, dove lo aspettavano le sue donnine, unico segno del potere di una classe dirigente degradata; e che per proteggere il passaggio della sua automobile dal quartier generale a Sebenico, mobilitasse posti di blocco, sentinelle e pattuglie; (Non lo sai? Ne è stata richiesta la consegna come criminale di guerra. Evidentemente non amava soltanto veder distese le donnine, ma anche gli uomini voleva veder distesi in terra). Lui era il governo, il regime, le istituzioni. Voi eravate altro. Voi eravate degli uomini. Voi facevate la guerra. Era una guerra ingiusta, ma c'era un onore d'uomini da salvare mentre quello della nazione era andato perduto. Più volte, nella prima guerra mondiale, quando noi eravamo dalla parte giusta, m'era venuto in mente, stando rintanato nelle trincee, che da una parte e dall'altra tutti quegli uomini, uno accanto all'altro e uno di fronte all'altro, potessero sorgere dalle loro tane, buttare le armi, abbracciarsi, sommergere in una sola marea fraterna il decrepito odio dell'Europa. Fantasia di gente che sta tra il sangue e i pidocchi, e a vedere tanta gioventù perduta che, insepolta, vi guarda fisso per giorni e giorni come per chiedere: "Perché? Perché?". E questo mi capitava di pensarlo in una guerra giusta. Perché non è accaduto in una guerra ingiusta che tu e i tuoi compagni avete dovuto combattere? Ah, perché c'è il giuramento, perché il re rappresenta l'onore e la bandiera, colui che non tradisce, che non diserta, l'ultimo paladino della Cavalleria, e che si fa uccidere al suo posto anziché fuggire, come l'ultima delle sue sentinelle. Ti sto dicendo parole difficili da dire; so che _posso dirle solamente a te; perché sono sicuro che, quando sarete tornati dal lungo viaggio pei campi di concentramento in Polonia, inGermania, in Francia, per la tragica strada del ritorno a questo lembo di terra, dove in molte contrade non rimane più nulla di quei sogni di lavoro, di gioia e di pace dei nostri artisti, per riprendere le armi e combattere contro l'eterno nemico e gli eterni fratricidi, alla fine liberi e soli di fronte a Dio e di fronte alla Patria, ma non liberi di non ricostruire ancora una volta col vostro sangue il trono barcollante dei re astuti, quando sarete tornati, dico, rimarrete stupiti che di tutta questa tragedia, la più grave di tutta Europa, sofferta dal popolo più umano del mondo ma nel mondo il più credulo e superficiale e dimentico, non rimarrà altro che la vostra sofferenza, la vostra guerra, e non solamente quella che avete combattuta per le macchie e le strade, ma
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